Modello Emilia per Amatrice? La situazione a quattro anni dal sisma

Alle quattro del mattino del 20 maggio 2012, il terremoto ci ha tirati giù dal letto.

Appena terminata la scossa, scesi in strada, fu naturale chiedersi dove fosse l’epicentro, se “qui da noi” aveva picchiato così forte. Servì poco tempo per scoprire che l’epicentro si trovava sorprendentemente vicino a Nonantola, nei pressi di Finale Emilia: 5,9 gradi Richter.
Nove giorni dopo la mazzata, con tre scosse tra i 5,8 e 5,2 gradi nel giro di quattro ore: il terremoto aveva colpito proprio “qui da noi”.

Il sisma che il 24 agosto scorso ha pressoché raso al suolo Amatrice, Accumoli e Arquata del Tronto, provocando quasi 300 vittime, ha riportato agli onori della cronaca (sempre che di onori si possa parlare, data la qualità media dei reportage) la gestione delle emergenze in Italia, ed in particolare i modelli di ricostruzione adottati in occasione delle passate catastrofi.
Almeno fino alla nomina a Commissario di Vasco Errani, i media hanno dimenticato il terremoto emiliano, centrando il dibattito sul confronto tra due modelli: quello friulano (buono) e quello aquilano (cattivo).
In alcuni casi residuali, invece, le vicende della Bassa emiliana sono state acriticamente inserite in una narrativa tesa ad evidenziare come inefficienza e corruzione si annidino indiscriminatamente in ogni tentativo di ripresa. Prendiamo ad esempio questo superficiale articolo de La Stampa, sottotitolato: “Errori ed orrori dal Belice all’Emilia”.

Sebbene il bilancio in termini di vite umane sia stato dieci volte inferiore rispetto al sisma del Centro Italia, l’entità dei danni provocati da quello emiliano fu maggioreVenne infatti coinvolta un’area densamente abitata (circa 550 mila abitanti residenti nei 33 comuni più colpiti) ed economicamente florida, dove si produceva il 2% del PIL nazionale, a partire dal settore agro-industriale e dal comparto biomedicale.
Tra abitazioni, edifici pubblici, commerciali e industriali le perdite si aggirerebbero attorno ai 13 miliardi di euro.
In assenza di un quadro normativo nazionale che definisse entità e modalità dei rimborsi, furono le istituzioni locali a dettare le linee guida della ricostruzione (e, in parte, a contrattare l’ammontare dei risarcimenti).
Le scuole e i servizi pubblici, si disse allora, poi aziende e abitazioni private, infine gli edifici storici: questo fu l’ordine delle priorità.

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La nuova scuola dell’infanzia a Guastalla

Nel maggio scorso, a quattro anni di distanza, la Regione ha pubblicato un report sull’andamento dei lavori di ricostruzione, di cui vi proponiamo i dati principali, consigliando la lettura integrale.
Delle 16547 famiglie sfollate, sono meno di tremila a non essere ancora rientrate nelle proprie case, tuttavia soltanto 135 di queste si trovano ancora all’interno dei Moduli Abitativi Provvisori, mentre altre godono di contributi per l’autonoma sistemazione.
Più in generale, per la ricostruzione di abitazioni private ed edifici commerciali sono stati stanziati 1,7 miliardi di euro, di cui uno già completamente erogato; delle novemila richieste di risarcimento, 6700 sono già state evase.

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Il nuovo MAF di Finale E. ospita biblioteca, archivio storico, sala consiliare e uffici comunali.

Quanto alle aziende, delle circa tremila richieste di contributi, duemila sono state licenziate, con l’assegnazione di 1,1 miliardi di euro, liquidati ad oggi al 50%. Ai fondi pubblici si sono spesso aggiunti i rimborsi erogati dalle assicurazioni, mentre la cosiddetta “Cambiale Errani” garantì un rimborso certo da parte della Cassa Depositi e Prestiti agli imprenditori che impiegavano risorse proprie per una ripartenza immediata.
Il comparto biomedicale, inoltre, sembra essere pienamente ripartito: nove imprese su dieci sono nuovamente a regime e la produttività generale cresce tra lo 0,2% e lo 0,3% rispetto all’andamento precedente al sisma.
Per quanto concerne beni culturali e opere pubbliche, degli 1,6 miliardi necessari, soltanto un miliardo è stato reperito.
Infine, 25 dei 60 comuni del cratere – comprensibilmente i più distanti dall’epicentro – hanno integralmente completato la ricostruzione.

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Ricostruzione che, insomma, sembra procedere. La critica più diffusa – semmai – riguarda i ritardi provocati da una burocrazia ritenuta ipertrofica, che allunga i tempi necessari al vaglio delle richieste di finanziamento delle opere di ripristino degli edifici.
Una critica che sembra valere in particolar modo per i beni culturali e i monumenti dei centri storici per i quali, oltre alla Regione, entrano in gioco anche le Soprintendenze, che operano a garanzia della tutela del patrimonio, ma non brillano per agilità decisionale.
Le verifiche cui vengono sottoposti i progetti, che frequentemente finiscono per richiedere integrazioni e correzioni corpose, sembrano essersi fatte più severe negli ultimi anni – forse per improvvisa necessità di far economia sui trasferimenti. Accade così che vengano risarciti solamente i lavori che ripristinino danni incontrovertibilmente provocati dal sisma, nulla di più, quando in certi casi occorrerebbe approfittare degli interventi per migliorare la fruizione complessiva di edifici spesso vecchi di secoli. Dunque scale sì, ascensore no, pavimenti sì e impianti elettrici no…

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Il castello di Finale Emilia, ancora in attesa dei lavori

Nato con l’obiettivo di limitare il rischio di infiltrazioni mafiose negli appalti pubblici e privati per la ricostruzione, il sistema delle white list ha comportato inevitabili ritardi, prevedendo appunto che possano prendere parte ai lavori soltanto aziende precedentemente sottoposte alla verifica della Direzione Investigativa Antimafia.
Il problema, lamentano le associazioni dei costruttori, sorge con l’accumularsi di richieste di iscrizione alla white list sui tavoli delle Prefetture, le quali, anche per scarsità di personale dedicato, non riescono a tenere il passo. E non poter lavorare, si dice, può comportare la chiusura di molte attività.
E’ altrettanto vero, tuttavia, che in una regione attualmente interessata dal Processo Aemilia, che ha messo a nudo il grave livello di infiltrazione mafiosa ed ‘ndranghetista in primis, limitare le verifiche per accelerare le pratiche non può essere un’opzione.

La complessità di questa ricostruzione, superate le emergenze iniziali, sembra proprio stare nel difficile equilibrio tra garanzie e rapidità. E’ chiaro dunque che un giudizio complessivo potrà essere dato soltanto a posteriori, alla luce della reale efficacia dei controlli nel limitare sprechi di denaro pubblico e infiltrazioni mafiose.
E persino così posto, il dilemma non è di facile risoluzione: il caso delle nuove scuole medie Frassoni di Finale Emilia, costruite con cemento depotenziato all’insaputa dei committenti, è esemplare. Aver scoperto questa vergognosa truffa prima che l’edificio fosse ripopolato di studenti consentirà di intervenire prima che, come ad Amatrice, una scuola “antisismica” venga distrutta da un terremoto. Al tempo stesso però viene messo in luce che il meccanismo delle white list, in cui le aziende costruttrici e fornitrici erano inserite, potrebbe non bastare, a fronte di un’impresa edile che sostituisce i “cubetti” di cemento da sottoporre ai test di qualità dei materiali impiegati.

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Le medie Frassoni di Finale E. – belle, ma con cemento depotenziato.

Insomma, si può parlare di “modello Emilia”?

Ricordando che la ricostruzione del Friuli, indicata come punto di riferimento positivo, ha richiesto dieci anni per giungere a termine, a quattro anni dal sisma è probabilmente presto per trarre giudizi definitivi.
I numeri sembrano indicarci un trend positivo verso un ritorno alla normalità, ma dovranno trovare risposta al più presto i casi, per quanto minoritari possano essere, di coloro che da tale tendenza sono ancora esclusi.
Della complessità del binomio controlli/rapidità si è detto, e in attesa di verificare la reale capacità di prevenzione di sprechi e infiltrazioni, si può quantomeno convenire che i principi alla base di tali procedure siano corretti (e non scontati, come dimostra, da ultimo il caso aquilano).
Che dire allora: non si ecceda in trionfalismi, perché un trionfo lo sarà quando sarà per tutti.

Quanto agli osservatori, più o meno distanti dall’epicentro, continui a vigilare chi lo fa dall’inizio, comincino a farlo coloro che nei giorni del sisma del Centro Italia hanno dimenticato l’Emilia.

Andrea Zoboli

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