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Il muro Londra-Calais: abbattere frontiere per costruirne nuove

È dell’8 settembre la conferma da parte del Sottosegretario britannico per l’immigrazione, Robert Goodwill, del progetto che porterebbe alla costruzione di un muro lungo l’autostrada francese di Calais per bloccare il flusso di migranti provenienti dal campo lì situato. La costruzione del muro, alto quattro metri e lungo un chilometro, verrà finanziata dalla Gran Bretagna in accordo con le autorità francesi e avrà l’obbiettivo di porre definitivamente fine ai tentativi dei migranti di salire a bordo dei camion diretti in Inghilterra.

Il muro verrà innalzato in corrispondenza del punto cruciale costituito dal campo di Calais, luogo chiave per accedere all’Eurotunnel divenuto negli anni una vera e propria baraccopoli, tanto da meritarsi l’appellativo di “giungla”. Qui, ormai da quindici anni, si accumulano centinaia, poi diventate migliaia, di profughi in maniera quasi del tutto incontrollata e in condizioni piuttosto discutibili. Nel campo infatti, mancano qualsiasi tipo di controllo e monitoraggio relativi al numero di persone presenti e alle loro condizioni di vita, facendo proliferare l’incoscienza, e quindi la passività, nei confronti di situazioni di disagio, come emerso dalle uniche ricerche condotte.

A sentirla, la notizia non può che evocare un unico grande ricordo nell’immaginario collettivo: il muro di Berlino, abbattuto ormai 27 anni fa. Tuttavia, più di tutto, ciò che richiama è il quasi febbrile desiderio, diffuso in più parti d’Europa e del mondo, di costruire ed instaurare un numero sempre crescente di barriere, di impedimenti, di limiti e di linee di demarcazione tra un cosiddetto “noi”, che necessita di salvaguardia e protezione, e un “loro”, che deve essere controllato e fermato.

Inutile, in questo clima, dire che il lungo percorso verso il traguardo Schengen sembra un lontano ricordo, per alcuni sinonimo di errore. Ci stiamo dimenticando di ciò che l’ultimo secolo di storia ci ha insegnato a caro prezzo e stiamo finendo per ripercorrere strade già percorse, creando diffidenze pericolose, in nome di un “nemico” non ben definito.

Quella di costruire muri sembra essere la soluzione prediletta dalle autorità per fermare i flussi di persone, da sempre esistiti nella storia, ciclicamente più o meno accentuati, che si muovono alla ricerca di ciò che tutti desideriamo: sicurezza, opportunità, benessere, migliori condizioni di vita, pace. E così Donald Trump condivide, con migliaia di americani, il sogno di costruire un lungo muro, una barriera che “salvi” gli statunitensi dai loro vicini messicani. L’Austria, dal canto suo, costruisce un muro lungo il Brennero, una vera e propria barriera anti migranti. Come se gli esempi del passato non fossero serviti a nulla, come se i fossati prosciugati che ci sono rimasti nelle nostre vecchie città murate non presagissero le sorti delle barriere che costruiamo, come se la vecchia denominazione del muro di Berlino come “muro della vergogna” non anticipasse nulla sulle sorti di questo stratagemma, si continuano a progettare, realizzare e sognare muri che ci dividano da ciò che qualcuno bolla come pericoloso.

Viene proprio da ricordare il discorso del presidente tedesco Christian Wulff in occasione del venticinquesimo anniversario della caduta del muro di Berlino: “Il muro non è caduto, è stato buttato giù. Alla fine la libertà è invincibile. Nessun muro può in eterno contrastare il desiderio di libertà. (…) Il ricordo dell’ingiustizia del muro, ci sprona a non lasciare soli tutti coloro i quali si battono per la libertà, la democrazia e i diritti civili. Il ricordo serve a far sì che non si ripeta lo stesso errore”.

Alla luce di ciò, forse le risorse che impieghiamo e che andrebbero in futuro impiegate nella costruzione delle nuove barriere andrebbero investite in strategie di altro genere, che vanno oltre, in tutti i sensi, questi muri. Forse, quei quasi tre milioni di euro pronti ad essere spesi per la realizzazione del muro, potrebbero essere prima di tutto impiegati per garantire delle condizioni umanitarie degne all’interno del campo, per assicurare quei diritti umani tanto decantati ma spesso, in queste situazioni, dimenticati. O ancora, potrebbero essere usati per contrastare ciò che è alla base di questi flussi migratori, ossia una guerra, per mezzo di strumenti di più ampie vedute e prospettive, come istruzione e informazione, che andrebbero ad arginare il fenomeno nel lungo periodo, senza nasconderlo momentaneamente dietro all’ennesimo muro, nell’illusione che quattro alti metri di cemento armato possano risolvere tutto questo.

Elena Baro

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