Le mirabolanti avventure del fondo Atlante e dei crediti deteriorati

Questa storia intreccerà le vicende del titano Atlante, dell’ascesa e declino dei banchieri fiorentini del 400 e delle odierne tristi avventure del sistema bancario italiano.

È alla fine del 300 che a Firenze i Medici iniziano ad affermarsi come banchieri e la loro ascesa è così prorompente da far affermare allo storico Raymond De Roover che “il capitalismo moderno, basato sulla proprietà privata, ha le sue radici nell’Italia del Medio Evo e del Rinascimento. Dalle Crociate alle grandi scoperte l’Italia fu la potenza economica dominante nel mondo occidentale, e i suoi mercanti furono i primi uomini d’affari che mediante le relazioni commerciali collegarono il Levante alle spiagge del mare del Nord”. Il tonfo fu altrettanto forte e nel 1494 il Banco dei Medici andrà in liquidazione. Fu però solo la banca a fallire, i Medici si riscopriranno politici, a partire dalla metà del 500. Un fatto da non sottovalutare questo visto che, come suggeriva lo storico Carlo Maria Cipolla, fu proprio il passaggio da banchieri a politici di buona parte della classe imprenditoriale italiana a segnare il declino dell’Italia post-rinascimentale. Per saperne di più potete partire da qui, poi le vie dell’internet vi condurranno alla conoscenza.

Lo so che state lì seduti a chiedervi, come farebbe Di Pietro, “che c’azzeccano” i Medici con Atlante. Ecco, per capirlo bisogna arrivare ai giorni nostri, i giorni grigi post-crisi, del collasso delle banche e del populismo imperante. Bene, forse ho un po’ edulcorato il tutto perché il titano Atlante, “che del mar tutto i più riposti fondi conosce, e regge le colonne immense, che la volta sopportano del cielo” (Odissea, Libro I), c’entra in quanto è il nome di un fondo di investimento alternativo e i banchieri fiorentini li ho richiamati a mo’ di metafora per descrivere le peripezie del Monte dei Paschi di Siena.

Ad ogni modo, vorrei fare il punto su questo benedetto fondo Atlante, di cui si è scritto molto nei giornali per addetti ai lavori, ma spesso con fare un po’ troppo tecnico. Dietro al fondo Atlante c’è la Quaestio Capital Management SGR, guidata da Alessandro Penati, economista con un passato da editorialista per Repubblica, Corriere della Sera e Sole 24 Ore. Nota di colore. Il giornalista Giorgio dell’Arti ricorda le condizioni da lui imposte ai direttori dei giornali: “non chiedere prima di che cosa scriverà, pubblicare senza toccare una virgola, non avanzare richieste o raccomandazioni – e questo include la linea politica del giornale e gli interessi economici dell’editore – non chiamare né prima né dopo l’articolo”. Un giorno lo farò anch’io a TBU. Fine della parentesi. Dicevo, Quaestio gestisce il fondo Atlante (anzi i fondi Atlante, perché ora sono diventati due), nato, parliamoci chiaro, per togliere le castagne dal fuoco a Renzi. Infatti, con il sistema bancario in crisi, l’impossibilità di elargire aiuti di Stato #chesennòBruxellessiincazza e il bail-in da evitare come la peste, visti tutti i problemi mediatici che ha creato, bisognava trovare una situazione di compromesso e l’idea del fondo Atlante lo era: soluzione di mercato, che coinvolgeva i principali attori finanziari nazionali (Intesa e Unicredit) e ruolo dello Stato attraverso la Cassa Depositi e Prestiti. Oggetto di tale manovra, si legge nella presentazione del fondo, investire il 70% del capitale raccolto nelle ricapitalizzazioni di banche in difficoltà e il restante 30% nei famosi Non Performing Loans (NPL), che è il nome figo per dire mutui, finanziamenti e prestiti andati a farsi benedire, perché i debitori non riescono a pagare tutto.

L’idea di base non è troppo difficile. Costruiamo il fondo, che diventa de facto azionista principale di alcune banche (saranno poi Popolare di Vicenza e Veneto Banca) comprando le nuove azioni proposte al pubblico con l’aumento di capitale (offerte che molto probabilmente sarebbero andate deserte senza Atlante. Chi è il matto che aiuta a ricapitalizzare un istituto finanziario in difficoltà?); le banche si tolgono dal bilancio anche un po’ di crediti deteriorati che il fondo compra ad un prezzo molto più alto di quello di mercato; il governo ci avrebbe messo del suo con il decreto banche, favorendo il recupero crediti (però poi, va sempre ricordato che dietro i debiti ci sono aziende e famiglie).

Tutto molto bello, senonché i soldi raccolti da Atlante 1, 4.2 miliardi, non bastavano per salvare anche Monte dei Paschi di Siena, visto che 2.5 miliardi erano già stati spesi per ricapitalizzare Popolare di Vicenza e Veneto Banca e 1.7 miliardi non bastano neanche a pagare il fattorino di MPS (qui, un approfondimento con un po’ di conti). Tuttavia, per farla breve, la raccolta fondi di Atlante 2 ad un certo punto si incaglia e si ferma sotto i due miliardi. Quindi la situazione di Monte dei Paschi è ancora in stallo nell’attesa di decidere cosa fare. C’è un piano di JP Morgan e Mediobanca per salvare MPS, ma i grandi investitori fanno sapere da Cernobbio che un aumento di capitale del banco senese proprio non lo manderebbero giù. Ah, poi c’è Corrado Passera che si vorrebbe mettere in mezzo con un piano di salvataggio alternativo, sviluppato con la svizzera UBS e con misteriosi investitori pronti ad elargire fondi per MPS.

Insomma, il fondo Atlante ha coperto i buchi dei due istituti veneti, ma i dubbi di Zingales erano ben fondati e i risultati sono stati modesti. Benino nel breve periodo, ma permangono i problemi strutturali di un sistema bancario, distrutto dai crediti concessi agli amici degli amici e che fa fatica a conciliare la tradizione locale con le innovazioni della finanza moderna. E Atlante non è in grado di sorreggere la volta (poco) celeste degli NPL nostrani. Sul tema territorio vs modernità, vi consiglio questo pezzo apparso (sic) sul Foglio.

Dopo aver citato Zingales e il Foglio, faccio penitenza e mi rendo utile, cercando di spiegarvi come, in teoria, dovrebbero essere smaltiti questi NPL, visto che tutti si riempiono la bocca di tranche junior, senior e mezzanine, ma nessuno spiega che cosa siano queste stregonerie. Allora, questi crediti deteriorati vengono cartolarizzati, cioè trasformati in portafogli di titoli obbligazionari poi venduti al pubblico. Era quello che era stato fatto con i mutui subprime, ma in quel caso la situazione è un attimino sfuggita di mano. In genere, gli NPL sono ceduti dalla banca ad uno special purpose vehicle (SPV) – società autorizzata all’emissione di titoli -, che versa al cedente quanto ottenuto dalla vendita al pubblico. Tuttavia, prima della vendita, il portafoglio è suddiviso in tre tranche: senior, mezzanine ed equity (o junior).

Per capirci meglio, vi riporto un esempio tratto dal libro di testo più amato (?) da tutti gli studenti di finanza, l’Hull. Il portafoglio con i crediti deteriorati vale €100 milioni ed è diviso come segue: €80 milioni alla senior tranche, €15 milioni alla mezzanine e €5 all’equity tranche. Alla senior tranche è garantito l’interesse più basso e l’equity il più alto. La mezzanine, come dice il nome, prende un interesse a metà tra la senior e l’equity. La differenza nei tassi di interesse è dovuta al diverso rischio a cui sono esposte le tre tranches. Infatti, la senior tranche sarà quella che riceverà il valore facciale (€80 milioni) per prima (con i fondi provenienti dai crediti deteriorati), a seguire la mezzanine e poi l’equity. Dopo di che, se i fondi sono sufficienti, vengono pagati gli interessi seguendo lo stesso meccanismo a cascata. Ecco, il fondo Atlante si proponeva di comprare le tranche più rischiose delle cartolarizzazioni degli NPL, ovvero quelle con meno appeal per il mercato (anche perché, con il dl banche, pare ci sia la possibilità di apporre una garanzia statale, GACS, alle tranche senior).

Un fiume di parole per dire che no, il problema delle banche in Italia non è ancora risolto.

Roberto Tubaldi

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