Le Filippine sono la prossima Siria?

Sebbene la follia jihadista abbia scatenato panico e morte nelle città europee, ancora risulta difficile per i mezzi di informazione nostrani raccontare quanto questa sia diffusa e radicata a livello mondiale. È infatti passato sostanzialmente inosservato l’attentato di Davao City, nell’isola di Mindanao, una delle isole del sud delle Filippine, costato 14 vittime e circa 70 feriti.

L’attentato non è stato ancora rivendicato ma esponenti del governo di Duterte non hanno tardato ad attribuirlo al gruppo Abu Sayyaf, un gruppo islamista radicale separatista molto attivo nelle isole del sud delle Filippine.

Le Filippine sono un’eccezione della regione del sud-est asiatico e dell’area del pacifico: hanno una popolazione, i filipinos, di estrazione austronesiana, divisa in svariati gruppi etnici, la cui distinzione è storico-culturale o religiosa. Essendo stati la principale colonia Spagnola della regione fino al 1898, la maggioranza è di religione cristiana (92,5%) e di sottolingua spagnola, sebbene le lingue principali siano il Filippino e l’inglese, la seconda dovuta a una seconda dominazione statunitense conclusasi al termine della seconda guerra mondiale. Le Filippine sono uno dei soli tre stati asiatici a maggioranza cristiana ma, per correttezza, è giusto sottolineare che gli altri due sono la Russia – non certo definibile asiatica – e il Timor Est.

L’arcipelago delle Filippine è composto da 7.107 isole e sulla principale, Luzon, sorge la capitale Manila, la città più densamente abitata al mondo (ma le Filippine piazzano 3 città fra le prime quattro in questa speciale classifica); la seconda isola per dimensioni, Mindanao, vede una presenza di una forte componente islamica di rito sunnita della popolazione, in analogia al resto della regione sud-est pacifica, come Indonesia e Brunei, ed è qui che dal 1989 è presente la regione autonoma del Mindanao Musulmano, oltre che la presenza del gruppo islamista radicale secessionista di Abu Sayyaf.

La guerriglia islamica di Abu Sayyaf ricorda quindi altre situazioni analoghe del panorama islamista, dove la componente religiosa si fonde con quella etnica e politica in una lotta rivoluzionaria verso il potere regionale e/o statale, come ad esempio il gruppo Stato Islamico in Siria o i Talebani in Afghanistan, ma ha forte analogie con gruppi eversivi non religiosi quali Tigri Tamil in Sri Lanka o FARC in Colombia, giusto per aggiungere altro alla peculiare situazione Filippina.

L’attentato di Davao City potrebbe rappresentare una reazione violenta del gruppo islamico alla politica di violenza efferata perpetrata nella guerra alla droga promossa dal neo premier Rodrigo Duterte, che rappresenta una pagina piuttosto nera della situazione filippina. Duterte, con un passato da sindaco di ferro della città di Davao, è stato eletto quest’anno grazie anche alla promessa di una efficace lotta allo spaccio, piaga principale dei sobborghi delle grandi città ultra urbanizzate filippine; la ricetta, espressa appena eletto, è stata di consentire a gruppi di vigilantes di “farsi giustizia da soli” di eventuali accusati (anche non formalmente) di essere spacciatori.

Dimenticatevi le leggi sui diritti umani. Se arriverò nel palazzo presidenziale, farò esattamente quel che ho fatto da sindaco. Spacciatori, rapinatori e buoni a nulla, farete meglio a togliervi di mezzo. Perché altrimenti vi ucciderò. Vi scaraventerò tutti nella baia di Manila a far ingrassare i pesci
Rodrigo Duterte

Non so in che termini legali si parli di genocidio, ma questo caso non va troppo lontano da questi standard, anche se le vittime sono una classe sociale piuttosto che una etnia. Dal 25 luglio al 4 settembre sono stimate 1900 vittime, di cui “solamente” 600 uccise in operazioni di polizia; le restanti sono attribuite ad azioni dei vigilantes.

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Una ragazza filippina tiene fra le braccia il cadavere del fidanzato ucciso in un raid di vigilantes la notte del 23 luglio 2016; si può leggere un cartello con scritto “Io sono uno spacciatore”

Nonostante l’efferatezza, questa politica intrapresa da Duterte ha attirato le simpatie dei votanti: il suo consenso è cresciuto in questi mesi fino al bulgaro 91%.

Non è quindi incomprensibile come la situazione interna delle Filippine stia velocemente degenerando, con islamisti separatisti (allineati ai gruppi mediorentali) alleati con la malavita organizzata e fortemente urbanizzata in lotta col governo che ha annunciato lo stato di illegalità nel paese, cosa che consente un rapido dispiegamento di forze di polizia aumentando il controllo sulla cittadinanza.

Il problema interno indebolisce inoltre la situazione geopolitica delle Filippine, uno dei fondatori dell’ASEAN, l’associazione dei paesi del Sud-Est asiatico, struttura geopolitica ed economica che racchiude i principali paesi della regione. Infatti tutti (o quasi) gli ASEAN hanno dispute territoriali nel mare della Cina meridionale con il gigante Cinese, con le Filippine in prima linea ed un arbitrato internazionale aperto all’ONU, con una escalation analoga a quanto accade per l’arcipelago Senkaku/ Diaoyu.

Inoltre le filippine sono un importante avamposto militare americano nel sud est asiatico – storicamente il principale – e una pedina importante in chiave anti-cinese.

La possibilità quindi di una ritirata geopolitica americana dalle questioni asiatiche, che con un’eventuale vittoria di Trump alle elezioni di Novembre diventerebbe una semi-certezza, potrebbe portare ad una destabilizzazione generale della regione, aggrappata ad un sottile filo. Non è quindi impensabile una “sirianizzazione” delle Filippine a scopo destabilizzante della regione, con conseguente aumento della pressione geopolitica della Cina nel mare cinese meridionale, che sembra essere una priorità del regime.

Ovviamente le differenze dal caso siriano sono enormi. Quello di Duterte non è affatto un regime, sebbene le politiche efferate (per quanto apparentemente efficaci); la divisione etnica non è enorme, tantomeno lo è quella religiosa; sebbene il grosso tasso di micro e macrocriminalità, le Filippine non sono lo stato più pericoloso della regione e nonostante la rivolta della malavita alla campagna di Duterte, il paese non è sull’orlo della guerra civile (più di quanto non sia considerabile in guerra civile adesso, perlomeno). Infine, le Filippine non hanno storie di governi diretti da una maggioranza etnica a discapito di altre.

Dunque il titolo di questo articolo appare estremamente pretestuoso. E sì, era quello il suo scopo: attrarre lettori intenzionati ad informarsi su altre tematiche, a scopo di comunicare la instabile situazione, interna ed esterna, di un paese chiave di una regione (il sud-est asiatico) che nel futuro si ritroverà ad essere confinante col centro del mondo, ovvero la Cina.

Alessandro Bombini

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