isis attack in medina islam

Eppur qualcosa si muove nell’Islam

Quando alla nascita di Al-Qaeda nel 1989 il terrorismo di matrice islamica ha intrapreso la sua strada fatta di nichilismo e rivalsa popolare, l’opinione pubblica occidentale e le strutture governative hanno deciso di rispondere alle aggressioni in modalità completamente differenti: inizialmente con piani di contenimento in loco alle ribellioni, in seguito attraverso operazioni militari non sempre legittimate dalla comunità internazionale. Chiaramente dopo la seconda offensiva in Iraq del 2003 la situazione è precipitata in pochissimi anni, dando inizio ad un’escalation di attentati nel mondo, con un picco nel 2013 di 11.952 attacchi terroristici.

Le dovute analisi riguardo questo fenomeno hanno riportato informazioni spesso discordanti. Sicuramente la maggioranza degli eventi si verificano nelle regioni medio-orientali e dell’Asia con il 76% delle incidenze, mentre in Europa la percentuale è scesa al 2%, con solo 237 attentati. Questi dati ci forniscono di per sé alcuni elementi per definire il bersaglio di tutte le organizzazioni jihadiste: governi e popolazioni a prevalenza musulmana di paesi in via di sviluppo che stanno mettendo in discussione il fenomeno della secolarizzazione della religione islamica, ovvero la separazione della religione dalle leggi dello stato, e che rappresentano per le élites arabe una diretta delegittimazione del proprio status quo. Non a caso, paesi che hanno intrapreso questo percorso da più tempo sembrano immuni o quanto meno parzialmente protetti dalle aggressioni, come ad esempio Marocco e Giordania.

Ma chi opera questi attentati? La domanda che viene maggiormente ripetuta sui tabloid internazionali è in realtà duplice: si tratta dell’ennesimo tentativo di attacco nei confronti del capitalismo globale? È possibile definire “musulmani” gli attentatori?

La prima domanda è stata smentita all’unanimità dall’uccisione degli ostaggi occidentali in Bangladesh la notte tra l’1 e il 2 luglio 2016 e dall’esodo dei foreign fighters: gli attentatori in Bangladesh, come molti dei combattenti stranieri in Siria, sono figli della media borghesia a carattere occidentale, laureati e colti, con molti ideali e poco interesse nel sovvertire l’ordine economico mondiale. Dunque non sono la disperazione e il degrado a muovere la loro mano, bensì un’ideologia interpretata ad hoc per gli scopi poltici di chi finanzia questi gruppi armati. Il secondo quesito invece è stato soggetto a numerosissimi scambi di opinione: certamente non si tratta di una guerra di religione – il tempo delle crociate è finito -, bensì di un conflitto da ricercare sia tra la maggioranza sunnita che tra quella sciita, ma anche all’interno dell’Islam stesso e la modernità.

Il problema principale dell’Islam è l’assenza di un clero strutturato, poiché non esiste alcuna autorità riconosciuta globalmente, e la ramificazione delle scuole di pensiero è accentuata dagli Imam, le “guide” dei musulmani che altro non sono che auto-proclamatisi esperti del Corano in base al consenso delle varie comunità. Se è dunque vero che gli atti violenti perpetrati da un musulmano non sono assolutamente da attribuire alla totalità dei credenti, è anche vero il contrario, ossia che le manifestazioni di condanna rimangono inevitabilmente circoscritte a quella stessa comunità che ha preso posizione, in quanto non può far altro che parlare per se stessa.

I recenti sviluppi della guerra civile siriana hanno poi portato lo Stato Islamico ad atti di violenza particolarmente controversi: il 4 luglio 2016 i kamikaze dell’IS hanno osato dissacrare la città santa di Medina facendosi esplodere davanti alla seconda moschea più importante del regno saudita al-Masjid al-Nabawi, dove per altro è sepolto il profeta Maometto, la portata di questo gesto di sfida ha avuto un effetto oltraggiante maggiore rispetto ad altri ben più sanguinosi attentati della storia moderna.

Shakh Hamza Yusuf

La popolazione musulmana in Italia comprende più di un milione di credenti, a loro volta suddivisi tra tutte le varie scuole di pensiero e giuridiche, ma anche etniche. Un gruppo numeroso, ma che ancora non è riuscito a far emerge una classe di professionisti e intellettuali, a differenza invece di paesi come il Regno Unito o gli Stati Uniti d’America, dove il fenomeno dell’emigrazione è una realtà di lunga data. Per comprendere dunque come si stiano sviluppando i movimenti politici interni all’Islam è necessario guardare all’estero. L’attentato di Medina ha scosso violentemente le coscienze dei musulmani e il 5 luglio 2016 Sheik Hamza Yusuf, cofondatore del Zaytuna College a Berkley e importante autorità per i musulmani americani, con un editoriale controverso ed innovativo dal titolo The Plague Within, ha sentenziato: “Ciò di cui non abbiamo adesso bisogno sono altre voci che velino il problema con argomentazioni vuote e vaghe, che dicano che questa militanza non abbia niente a che vedere con la religione; ha tutto a che vedere con la religione invece: una religione distorta, fanatica, ideologica e politicizzata. Una religione del risentimento, dell’invidia, dell’impotenza e del nichilismo”. Una tale condanna verso l’incontrollabilità dell’ideologia religiosa rappresenta l’inizio di una catarsi senza precedenti nel mondo islamico. L’articolo dell’accademico è destinato ad avere un impatto notevole, sia sulle organizzazioni di musulmani secolariste e liberali che hanno operato fino ad oggi in tutto il mondo, sia verso i musulmani moderati che accettano l’idea di democrazia ma che non hanno ancora compreso l’importanza di distanziare la religione dalla sfera del pubblico.

Accettare il fatto che questi attentatori siano musulmani è il primo passo per la risoluzione del problema, laddove il fatto stesso di negarlo non può produrre alcun risultato. La religione islamica è ad oggi la seconda maggiormente praticata al mondo e non può essere lasciata scorrere nello spirito del tempo; il controllo della giustificazione divina viene sfruttato da persone con scopi politici ben precisi, ed è proprio la politica che deve riprendere le redini delle predicazioni nelle moschee. Ma la democrazia e la pace non sono esportabili come gli Stati Uniti hanno imparato a proprie spese: solo i musulmani moderati e secolaristi possono adesso salvare il credo dal suo stesso nichilismo, e la politica occidentale, schiacciata tra una sinistra regressiva incapace di difendere i propri valori nel nome del politically correct, e una destra estrema gretta e xenofoba, può solo supportare queste voci riformiste e progressiste.

Tommaso Ceccarelli

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