Notti in bianco, botte a Matteo Bussola

Chi è Matteo Bussola?

Matteo Bussola è un vignettista improvvisatosi scrittore, che ha deciso di celebrare le evidentemente non abbastanza celebrate gioie della paternità dando alle stampe il suo Notti in bianco, baci a colazione. Matteo Bussola è un orgoglioso papà veronese, divenuto celebre sul web per aver scritto una lettera aperta a Fedez, rampante cantante, su Facebook per ottenere un autografo per sua figlia Virginia. Matteo Bussola è come sarebbe Fabio Volo se Fabio Volo avesse i capelli un po’ più lunghi. Matteo Bussola è colui che ricorderò finché non smetterò di assimilare fosforo per aver affermato scalpitante: “Il bello di Facebook è che può essere usato come un diario per farsi tanti nuovi amici!” Matteo Bussola era il protagonista della serata di mercoledì 29 giugno della rassegna Stasera Parlo Io organizzata dalle Librerie Coop, dove io sto svolgendo un tirocinio post-laurea (il cui unico lato negativo è avermi fatto finire in mano il libro di Matteo Bussola). Matteo Bussola è il principale responsabile del terribile mal di testa che avevo giovedì mattina, al lavoro. Sono uscita con addosso un senso, quasi certamente molto malcelato, di nervoso, misto a fastidio, misto a una fragile e isterica ilarità, e ho ulteriormente mescolato il tutto con limoncello e vino bianco. Tu chiamala, se vuoi, stupidità.

Matteo Bussola combina un fervore da missionario col coccolare la quotidianità con periodi brevi, dolciastri e irritanti. Leggere due pagine di Notti in bianco, baci a colazione è un po’ come cercare di tenere in bocca dodici cucchiaiate di burro fuso dopo aver ingoiato tutto il miele dell’orso Yoghi, senza nemmeno il permesso di fare i gargarismi.

Notti in bianco, baci a colazione può, a mio avviso, essere riassunto nella seguente maniera:

È molto difficile conciliare lavoro, amore, figli e cani!

(Il punto esclamativo serve solo ad allungare un po’ il brodo. Un lettore più attento di me avrebbe sicuramente impiegato molte parole in meno).

matteo bussola notti in bianco
L’autore che cerca di mimetizzarsi nella vegetazione

Presentando la sua fatica, a un dato, sventuratissimo punto, l’orgoglioso autore ha pronunciato la seguente frase “Scrivere un libro è un po’ come fare l’amore: ci vuole passione”. Affermazioni di questo genere sono estremamente utili alla costruzione dell’identità e del senso di sé. Io, ad esempio, ho capito cosa davvero ha spinto Samantha Cristoforetti a sparire nello spazio: la possibilità di impilare tanti, tanti, tanti chilometri fra lei e Matteo Bussola.

Il punto è che siamo particolarmente sensibili a una forma d’arte (se così si può definire) il cui scopo principale sembra essere la fuga da qualsiasi attività richieda il più misero impegno intellettuale. Ci troviamo davanti a una forma di intrattenimento con una funzione prettamente lallativa: abbiamo bisogno di essere rassicurati e di mascherare con esagerate esternazioni di sentimentalismi quel sistema di limitazioni e responsabilità che, probabilmente, non ci sentiamo pronti ad accettare. Matteo Bussola ha fatto sì che io rimuginassi per circa un’ora e mezza su come siamo condannati a rimanere degli eterni adolescenti. Facciamo finta che le bollette, le crisi di nervi, le scarpe slacciate, la morte e le ragnatele siano in realtà intessute della poetica dolcezza della vita quotidiana. Ogni tanto qualcosa va storto e ci raccontiamo che c’è una nuvoletta cattiva e piena di pioggia che passeggia zigzagando sul nostro piccolo sentiero luminoso.

Facebook, per questo motivo, è altamente pericoloso: moltissimi rispondono (rispondiamo?) alla chiamata dell’arte, della critica e della letteratura senza essere mai stati davvero interpellati. È un po’ come trovare dei pretesti a tutti i costi per fare delle chiacchiere da bar, ma senza essere al bar.

La storia si ripete due volte, diceva un rubicondo e barbuto omino tedesco che non è Babbo Natale, la prima volta sotto forma di tragedia, la seconda sotto forma di farsa. Onestamente, non riesco a capire se il libro di Matteo Bussola sia etichettabile come “tragedia” o come “farsa”, ma non credo che se Karl Marx tornasse in vita perderebbe il suo tempo a spiegarmelo.

Sofia Torre

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