Cosa sta succedendo in Venezuela?

Negli ultimi mesi la situazione politica ed economica in Venezuela è molto tesa e complicata, tant’è che il Presidente, Nicolas Maduro, ha dichiarato prima uno “stato di emergenza sanitaria” e, dopo, quello “di emergenza economica” rispettivamente nel gennaio e nel maggio scorsi.

Ma cosa sta davvero succedendo?

Il Venezuela è uno Stato pressoché fallito, entrato in una profonda e pericolosa recessione economica dal 2013, con il PIL sceso del 3% e un tasso di inflazione che nel 2015 è stato del 151% – per capirci, in Europa il tasso di inflazione ha toccato lo 0.3%. Oltre ai problemi di PIL e inflazione, il Venezuela si è trovato dinnanzi ad una serie di negative concatenazioni che l’hanno portato ad essere un Paese sull’orlo del collasso.

Da tre anni a questa parte la siccità ha svolto un ruolo di protagonista in negativo, visto che l’energia del Paese è generata per 2/3 proprio dall’acqua, la cui assenza ha contribuito ad azzerare la fornitura di energia elettrica di fronte alla quale il Governo ha deliberato la “settimana lavorativa di due giorni” per i dipendenti pubblici proprio con lo scopo di preservare quel poco di energia ancora rimasto.

L’aumento della criminalità, già di per sé consistente, ha portato Caracas ad essere la città più pericolosa del mondo e le continue proteste contro il Governo, con la richiesta da parte dei cittadini di esautorare il Presidente tramite Referendum, sembrano accentuare una situazione già di per sé tragica.

Sebbene Maduro dubiti che “in qualsiasi altro Paese del mondo, a eccezione di Cuba, esista un sistema sanitario migliore del nostro”, a gennaio il Parlamento ha dichiarato lo stato di emergenza sanitaria, a fronte di mancanza di antibiotici, guanti sterili, computer funzionanti, posti letto oltre al non funzionamento di defibrillatori e macchinari di primo soccorso. Nemmeno le scuole se la passano meglio. Alcune restano chiuse per risparmiare energia elettrica, le mense sono vuote e in alcune non arriva nemmeno acqua corrente.

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La classe di un liceo di Caracas. Fonte: Internazionale

Perché il Venezuela si trova in una situazione simile?

Premessa necessaria, ma non sufficiente, è una e una soltanto: il Venezuela è il classico Rentier State che deve le proprie fortune al petrolio, e soprattutto alla vendita di esso. Con l’abbassarsi del prezzo del petrolio, il quale rappresenta il 96% delle entrate statali, il Governo si è trovato nella difficile situazione di non avere abbastanza denaro per comprare i beni di prima necessità e di non poter così garantire ai propri cittadini uno tenore di vita quantomeno degno. Lo Stato ha esaurito da tempo i propri fondi e si è trovato dunque costretto a stampare sempre più denaro per poter continuare a finanziare le politiche inaugurate da Chavez più di quindici anni fa, quando il Venezuela era ancora un Paese in forte crescita. Il problema non viene così risolto, dato che se viene stampata sempre più moneta si toglie continuamente valore a quella che c’è già in circolazione, andando dunque ad aumentare l’inflazione e a peggiorare la situazione generale. La svalutazione della moneta è una spada di Damocle sulla testa dei venezuelani, soprattutto da quando si sono ritrovati a non avere abbastanza soldi per stampare soldi.

Due giornalisti venezuelani, Moisès Naìm e Francisco Toro, ritengono  che la crisi venezuelana sia cominciata prima del crollo dei prezzi del petrolio, il quale ha in ogni modo contribuito a ridurre le entrate economiche, vera bombola di ossigeno di un’economia che non ha mai saputo ridefinirsi e modificare le proprie peculiarità. Un fattore strettamente collegato al prezzo del petrolio e addirittura più importante, in senso negativo, è stato ovviamente il Chavismo, un termine che indica l’ideologia politica ed economica dell’ex Presidente Hugo Chavez, un’ideologia fondata su socialismo democratico e anti-imperialismo, su nazionalizzazione delle imprese di pubblica utilità e di funzione sociale della proprietà privata.

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Chavez e Maduro. Fonte: somosnews.com

Le conseguenze di questo tipo di impronta politica ha portato ad investimenti totalmente sbagliati, ad una vastissima corruzione, ad una sempre meno tutela dei diritti, ad una democrazia fortemente autoritaria e alla gestione non proprio attenta delle risorse pubbliche: è mancata poi la stesura di un piano economico che potesse staccarsi dalla vendita del petrolio nel caso essa avesse avuto momenti di crisi, come appunto quella attuale. I programmi per il popolo avviati da Chavez non possono essere più portati avanti, sia economicamente che politicamente, e le proteste a Caracas come in tutto il resto del Paese sono in continuo aumento.

Il fallimento più grave di Chavez è stato però quello di non essere stato in grado di formare una classe politica che potesse prendere il suo posto, come effettivamente è accaduto, tanto che Maduro si è ritrovato al posto del “Caudillo” senza avere la minima idea su come fronteggiare i problemi e le lacerazioni di classe venezuelane. Maduro, ora in minoranza in Parlamento, non è stato in grado di prevedere alcuna conseguenza della caduta dei prezzi del petrolio, e non ha avuto l’abilità, ma soprattutto le competenze, per fronteggiare una crisi dalle enormi dimensioni.

La fine del Chavismo

Il 6 dicembre scorso si sono tenute le elezioni legislative che hanno di fatto sancito la vittoria della coalizione conservatrice Mesa de la unidad democratica con oltre due milioni di voti di differenza: è stato quello il momento in cui possiamo affermare sia finito, per davvero, il chavismo. Il Partido socialista unido de Venezuela di Maduro si trova in minoranza per la prima volta negli ultimi diciassette anni, non potendo perciò nominare e rimuovere magistrati (pratica diffusissima in Sudamerica), riformare la Costituzione e soprattutto avere la forza per far fronte alla crisi del Paese. Le opposizioni hanno ottenuto 112 seggi sui 167 disponibili, specchio di un crollo vertiginoso nel consenso dei cittadini nei confronti di Maduro. Per depauperarlo, le opposizioni stanno raccogliendo delle firme utili a indire un referendum, che però non dovrebbe tenersi almeno fino al 2017.

Se è vero che la coalizione di opposizione si è insediata in Parlamento e ha la possibilità, vista la larga maggioranza, di legiferare, è anche vero che Maduro, nel marzo 2015, ha ricevuto dal Parlamento un decreto tramite il quale ha la possibilità di governare per nove mesi senza far passare le leggi dal Parlamento e di rimandare il referendum almeno fino al 2017.

Il Chavismo e la Spagna

In questi giorni, sui quotidiani spagnoli si parla di Venezuela non solo in relazione alla crisi economica, ma anche e soprattutto per dei legami tra il partito populista Podemos e il Governo chavista.
Due sono le principali accuse che vengono mosse al movimento guidato da Pablo Iglesias: la prima relativa all’aver ricevuto sostanziosi finanziamenti dal Governo chavista, quando ancora c’era Chavez, la seconda è il voler prender come esempio alcune politiche economiche e sociali del Governo di Caracas.

Conferme, almeno per la seconda questione, arrivano da Iglesias stesso che in passato, assieme ad altri importanti dirigenti di Podemos, Juan Carlos Monedero e Inigo Errejon, ha lavorato come consulente esterno del Governo di Chavez prima e quelli di Bolivia ed Ecuador poi.

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Il leader di Podemos Pablo Iglesias

È bene premettere che la Spagna è solita guardare con più attenzione rispetto ad altri Stati europei alla situazione sudamericana, sia a causa del suo passato da potenza coloniale che alle numerose comunità che ancora vivono al di là dell’Atlantico, ma è anche vero che la fondazione spagnola Centro de Studios Polìticos y Sociales (CEPS), nella quale Iglesias e Errejon erano nel consiglio direttivo, abbia effettivamente ricevuto 7 milioni di dollari da Chavez in persona tra il 2003 e il 2011.

L’Assemblea Nazionale del Venezuela ha ufficialmente aperto un’indagine per accertare se realmente questi finanziamenti siano arrivati nelle mani dei dirigenti di Podemos, poiché in questo caso si tratterebbe di una pratica ritenuta illegale dall’ordinamento spagnolo. Addirittura il Ministro della Cultura iberico ha affermato che il CEPS ha sicuramente ricevuto 3.7 milioni di dollari dal Governo di Caracas, pari a più dell’80% di tutte le donazioni ricevute. Podemos, nella figura di Iglesias, ha sempre negato di avere ricevuto finanziamenti dal Governo venezuelano, soprattutto al fine di utilizzarli per fondare il partito e tentare la scalata al Palazzo della Moncloa, residenza ufficiale del Primo Ministro.

Le oscure relazioni tra Podemos e il Chavismo non si risolveranno sicuramente in silenzio. Infatti è noto che il Venezuela riceva annualmente ingenti prestiti, soprattutto dalla Cina, la quale si sta mostrando ansiosa di recuperare tutto quello che ha dato a Caracas (si parla di 85 miliardi di dollari). Pochi giorni fa infatti, nella capitale sudamericana è arrivata una delegazione da Pechino che ha iniziato a lavorare ai fianchi l’opposizione che controlla il Parlamento, col fine ultimo di far cadere Maduro. Il delfino di Chavez, sembra aver però trovato un appoggio insperato dal Segretario di Stato americano John Kerry, il quale ha annunciato la ripresa delle relazioni, sia economiche che politiche, interrotte nel 2010 con il Venezuela.

Una vera fortuna per Caracas, che ha così potuto rimandare il collasso definitivo della propria economica.

Giacomo Bianchi 

 

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