“When you go robot”: Red Hot Chili Peppers, The Getaway (2016)

Josh Klinghoffer è entrato nel gruppo. Sono passati ormai sette anni da quando John Frusciante, stanco della routine inevitabilmente parte di un super gruppo rock, è di nuovo uscito dai Red Hot Chili Peppers: il suo sostituto, quasi vent’anni più giovane dei suoi colleghi, è un disadattato tanto quanto lo era John quando entrò nella band, nel 1988, eppure già prima di unirsi ai Peppers come secondo chitarrista ed eventuale tastierista nella seconda parte del tour per supportare Stadium Arcadium, nel 2007, aveva una signora carriera alle spalle: oltre ad essere un collaboratore frequente dello stesso Frusciante (l’ultima volta su The Empyrean del 2009), aveva fatto parte della band in studio e dal vivo per il secondo album dei Gnarls Barkley, quelli di “Crazy”, ricordate?
“Does that make me craaazy?”

RHCP 2
Josh Klinghoffer, che in questo momento non ci vede molto bene

Ecco, adesso ce l’ho di nuovo in testa.
I Gnarls Barkley erano Cee-Lo Green e Danger Mouse, cantante primo, un po’ tutto il resto il secondo: e proprio Danger Mouse, ovvero Brian Burton, è il secondo nuovo personaggio nella storia dei Red Hot Chili Peppers. Dopo la prova abbastanza convincente ma per nulla rischiosa di I’m With You del 2011, la band decide, per il disco successivo, di non lavorare più con l’amato/odiato produttore Rick Rubin, che lavorava con loro da Blood Sugar Sex Magik del 1991, e probabilmente lo stesso Josh suggerisce Danger Mouse, che oltre ad essere metà dei Gnarls Barkley ha un curriculum impressionante alle spalle: ha prodotto, tra le altre cose, Demon Days dei Gorillaz, El Camino dei Black Keys, …Little Broken Hearts di Norah Jones (che ha anche scritto insieme a lei), alcune tracce di 25 di Adele e la maggior parte di Songs of Innocence degli U2.

Per questo quando i Red Hot hanno annunciato chi sarebbe stato il produttore sono andato nel dramma: poteva essere una bomba assoluta o una ciofeca imbarazzante.

RHCP 1
Brian Burton a.k.a. Danger Mouse

Ecco, di certo The Getaway non è una bomba assoluta, ma si avvicina molto di più a questa definizione che a quella di “ciofeca imbarazzante”: soprattutto, per la prima volta da Blood Sugar Sex Magik, la band ha il coraggio di assumersi dei rischi.
Il sound è cambiato drasticamente, e il merito (o la colpa, a seconda di chi tifate) è certamente di Klinghoffer e Burton (e di qualcun altro che vedremo più avanti): il primo, oltre al lavoro con Gnarls Barkley e Frusciante, è anche alla guida di un piccolo gruppo di indie rock non particolarmente innovativo ma decisamente interessante chiamato Dot Hacker, e ascoltandoli non si può non notare come certi elementi siano stati inseriti con successo nel sound dei Peppers. Inoltre, come già menzionato, ha quasi vent’anni meno dei suoi compagni (Flea e Kiedis sono del ’62, Smith è del ’61, mentre Klinghoffer è del ’79), e inevitabilmente i modelli sono diversi. Un po’ d’aria fresca nella band ha certamente fatto bene. Va poi ricordato che, diversamente da Frusciante, che era un chitarrista che ogni tanto suonava anche altra roba, Josh è un polistrumentista a tutto tondo: oltre alla chitarra suona anche le tastiere, la batteria e il basso, e questo spiega il cambiamento cominciato su I’m With You e qui compiuto, con lo spostamento del centro dalla chitarra alla combinazione chitarra/tastiere.
Poi c’è la questione della produzione.

L’atmosfera di The Getaway è molto asettica, e nel contesto Red Hot è una completa novità: principalmente perché ormai dal 1999 (con Californication) siamo abituati ad ascoltare dischi ipercompressi e masterizzati da cani, con volumi astrusi, e in Stadium Arcadium questo, unito ad arrangiamenti bombastici di Frusciante, ha portato a una certa bulimia sonora.
Qui, seguendo il principio less is more, Burton crea atmosfere rarefatte ma non per questo meno ricche, aiutato anche, nientemeno, da Nigel Godrich, storico produttore e collaboratore dei Radiohead (nonché compagno di merende di Flea negli Atoms for Peace di Thom Yorke), che qui troviamo al mix. I Red Hot Chili Peppers si sono essenzialmente adeguati agli standard del pop mondiale, ammettendo, dopo quattro album, di essere diventati una band pop. Era ora.

Il disco si apre con la title track (co-scritta con Burton), che, va detto, non è uno dei pezzi migliori dell’album, ma ci fa capire bene cosa ci aspetta: batteria asciutta e sincopata, atmosfere limpide e trame sonore leggere. Segue quello che è oggettivamente il singolo più figo dei Red Hot Chili Peppers dai tempi di “Give It Away”, “Dark Necessities” (co-scritta con Burton), con un ritornello che per la prima volta da un po’ non è composto solo da vocali o dalla parola “California” in qualche variante e un giro di basso e pianoforte notevole.

“We Turn Red” (co-scritta con Burton) a me ricorda un po’ “Dance, Dance, Dance” su I’m With You, e lascia abbastanza il tempo che prova, mentre il primo pezzo rilassato “The Longest Wave” mi fa davvero sentire come se stessi guidando verso la spiaggia con la mia tavola da surf. “Goodbye Angels” è un pezzo piuttosto divertente, una specie di crescendo indie, e la successiva “Sick Love” è probabilmente il pezzo migliore del disco (se la gioca con “Dark Necessities”). Ed è stata scritta nientepopodimeno che in collaborazione con sua maestà Elton John e il suo fidato paroliere Bernie Taupin, il che ovviamente implica che potrebbe non essere del tutto merito dei Red Hot se è così figa, ma insomma, con quel ritmo si perdona tutto.
“Go Robot” è un bel brano, ritmato e divertente, e Kiedis rasenta il nonsense, come un po’ dappertutto su questo disco (non che su quelli prima non lo facesse: ma “do the avocado” su “We Turn Red” devo ancora capirlo). “Feasting on the Flowers” (co-scritta con Burton) è tutto quello che vi aspettereste dal titolo, sognante rock psichedelico con trame intessute dalle tastiere del produttore. “Detroit” è quel rockettone che ci si aspetta in un brano dedicato a tale città, “This Ticonderoga” (una parola mohicana per definire l’incrocio tra due fiumi, probabilmente un riferimento alla recente fine di una relazione di Kiedis, tema dominante dell’album) devo ancora capirla: ha l’alternanza veloce/lento resa popolare dai Pixies prima e dai Nirvana poi, ma non si capisce bene se qui funziona.
“Encore” è, chitarristicamente, la cosa più simile a Frusciante che troverete qui, ma la tastiera lontana che avvolge la canzone è molto diversa dai sintetizzatori casinisti di John (che andavano benissimo – per carità). “The Hunter” (co-scritta con Burton), pezzone che sembra veramente uscito da un disco di Elton John degli anni migliori, non fosse altro che perché è guidato dal pianoforte (di Flea, per l’occasione – il bassista ha imparato a suonarlo nel periodo successivo a Stadium Arcadium), mentre Klinghoffer qui suona il basso. Ci sono anche un’orchestra e un coro. Per dire.
Il disco si conclude con l’enorme “Dreams of a Samurai”, probabilmente la cosa più prog che i Red Hot abbiano mai fatto, e dentro ci succede di tutto: il testo riesce anche a non essere ridicolo come il titolo farebbe presagire!

Probabilmente penserete che questa recensione sia il frutto del mio tifo sfegatato per i Red Hot Chili Peppers (a proposito, se volete leggere la storia completa potete fare un salto sulla mia pagina Facebook Bufo Hypnoticus, digitare #GoodTimeBoys nella barra delle ricerche e divertirvi): un po’ sì, lo ammetto, ma quando si è trattato di scegliere tra recensire il nuovo disco dei Radiohead e questo, non ho avuto dubbi. Tanto per cominciare, il disco dei Radiohead è una truffa di proporzioni notevoli, e trovo interessante che nessuno l’abbia ancora menzionato. Yorke e soci ci hanno venduto una collezione di b-side un po’ abbellite per l’occasione – e con questo non voglio dire che siano di bassa qualità: sono pur sempre b-side dei Radiohead, e il disco è davvero figo, ma non cambia la sua natura di collezione di b-side che aggiungono veramente poco a quanto già detto, su dischi migliori, dai Radiohead. I Red Hot Chili Peppers, che millantano una reinvenzione a ogni album post-Californication, questa volta si sono reinventati davvero.
Che la reinvenzione piaccia o meno ai fan di questo o quel periodo della band, è un dato di fatto.
The Getaway è un disco da ascoltare soprattutto per chi dei Red Hot Chili Peppers fan non è, dato che li trasporta finalmente negli anni ’10 del pop.

Guglielmo De Monte
@BufoHypnoticus

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2 pensieri su ““When you go robot”: Red Hot Chili Peppers, The Getaway (2016)

  1. Giudicare positivamente un disco di una bruttezza del genere come “The Getaway” pone seri dubbi sul criterio di critica musicale dell’autore della recensione. Piu’ che un ritorno ai fasti del passato e’ la conferma del crepuscolo della band (cominciato in verita’ gia’ da un bel po’, almeno dagli inizi degli anni Duemila). Cosa vi sia poi di innovativo in questo pessimo lavoro che segue la scia delle gia’ molto mediocri due opere precedenti, soprattutto “I’m With You” (di cui pare una fotocopia), album di esordio di Josh Klinghoffer alla chitarra, il quale, oltre a rendere il suono del suo strumento praticamente nullo in tutto il disco, sembra un musicista piuttosto mediocre che non si dimostra all’altezza del ruolo conferitogli e sopportato controvoglia dagli altri membri della band (le cui personali performance nel disco sono tuttavia parimenti pessime), e’ un mistero che solo chi ha scritto l’articolo conosce. Album melanconico, piatto, monotono, di un estremismo melodico da dischi pop di basso livello, veramente sgradevole ed insopportabile da ascoltare gia’ dopo poche volte, che piu’ che far avvicinare nuovi fans ai RHCP fara’ allontanare ancora di piu’ altri fans dalla band (quelli della prima ora di “Mother’s Milk” e “Blood Sugar Sex Magik” li hanno mollati da quel di’).

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