“È difficile resistere al Mercato, Amore mio”: le lotte contadine nel 2016

Se ogni paese si specializza nella produzione del bene con il minore costo-opportunità, allora il commercio internazionale può essere vantaggioso per entrambi i paesi.
Teoria ricardiana dei vantaggi comparati

La sovranità alimentare è il diritto delle popolazioni a scegliere la propria agricoltura e la propria alimentazione,senza che queste portino ostacolo allo stesso diritto di altre popolazioni.
Dichiarazione di Nyéléni, 27/02/2007

Il 17 Aprile, mentre in Italia il furioso dibattito sulle trivelle trovava finalmente il suo culmine nel referendum, nel resto del mondo si sono avute un po’ dappertutto delle manifestazioni a sostegno della Giornata Internazionale delle Lotte Contadine, passata nel disinteresse generale. Eppure, se c’è un argomento che merita di essere portato all’attenzione dell’opinione pubblica globale, questo è proprio la questione delle dinamiche alimentari. Al di là  dell’ovvio che può purtroppo risultare stucchevole a chi considera ogni attenzione al sociale come “buonismo” (800 milioni di persone sono a rischio fame), ci sono delle interessantissime domande di politica pubblica, economia e morale collettiva che sorgono da questo problema. Anzi, a dire il vero la domanda è una sola: fino a che punto quello agricolo può essere considerato un mercato normale, specie nell’era del WTO e dell’esplosione demografica?

Un buon punto di partenza è la dimensione che la logica di competitività ha assunto nel settore agricolo. L’agricoltura è probabilmente l’unica attività diffusa in maniera capillare in tutto il mondo (siccome tutti devono mangiare), e anche quella dove esistono le maggiori sperequazioni dei mezzi di produzione, dai contadini con la zappa alle grandi farm che utilizzano gli aerei per la diffusione dei pesticidi. Nel momento in cui queste realtà si ritrovano a dover competere, sorgono diversi ordini di problemi, declinati in modi differenti a seconda della zona geografica e del livello di sviluppo economico. In prima battuta, l’abbassamento dei prezzi pagati al produttore. Il crollo dei redditi agricoli fa sì che molti produttori debbano cessare la propria attività, cambiando mestiere o rimanendo ai margini della società (questo soprattutto nel Sud economico del mondo).  Per chi resiste, non c’è altra via che cercare di ingrandirsi per ridurre i costi di produzione e specializzarsi in quelle produzioni dove si riesce ancora a mantenere un vantaggio competitivo, in una vera corsa al ribasso. La specializzazione ha come conseguenza che la gran parte dei beni alimentari è oggi importata, indipendentemente da quale sia il paese in questione. Africa, Europa, Stati Uniti: tutti gli agricoltori sono oggi sottoposti alle medesime pressioni da parte della grande industria alimentare. Il risultato finale è un mercato concentrato, dove l’accesso alla terra è difficile e il prodotto sempre più standardizzato (senza contare i risvolti ambientali di questa iperproduttività).

L’onestà però impone di sottolineare alcuni aspetti positivi: con il boom del commercio agricolo internazionale post WTO una maggiore quantità di beni è divenuta disponibile anche per le classi medio-basse dei paesi in via di sviluppo. Inoltre, un certo grado di imprenditorialità agricola porta con sé gli investimenti in grado di rompere il circolo dell’agricoltura povera e di sussistenza.

Senza quasi saperlo, ci troviamo tutti davanti a un’enorme contraddizione: da un lato più varietà di cibo sono disponibili a più persone, spesso a un prezzo più basso rispetto al passato, dall’altro milioni di persone sono private della propria attività e nel peggiore dei casi messe ai margini della società, avendo perso il loro ruolo di nutritori del popolo. Ciò che viene minacciata è la sovranità alimentare, intesa come la possibilità di un paese di avere una politica agricola indipendente e la stabilità sociale ad essa annessa. Non a  caso la stragrande maggioranza delle dispute commerciali internazionali riguarda il settore alimentare.

Il brutto è che le soluzioni proposte dagli attivisti sembrano avere tutte delle falle. Il ritorno al protezionismo vecchio stile provocherebbe un aumento dei prezzi tale da ricondurre alla fame quelli che ne sono usciti, senza contare che non impedirebbe il ripetersi delle stesse dinamiche, solo a livello nazionale. Vi sarebbe poi il problema del denaro da investire per far sì che ogni paese possa divenire autonomo dal punto di vista alimentare (ammesso che ciò sia fisicamente possibile), altrimenti si ritornerebbe ad una agricoltura di sussistenza in gran parte del mondo. Ancora, tutti i proclami legati al ritorno “responsabile” alla campagna da parte dei giovani urbanizzati, all’agricoltura familiare, diversificata e bio rischiano di divenire della vuota retorica ad uso e consumo dell’Occidente che sogna una vita bucolica: non è detto che tale modello produttivo possa essere sufficiente a garantire la sicurezza alimentare per una popolazione mondiale in continua crescita, mentre è certo che nelle campagne non c’è posto per tutti.

Con l’Organizzazione Mondiale del Commercio, l’agricoltura è divenuta un mercato come gli altri. Le conseguenze sono state però disastrose per milioni di persone e per l’ambiente, a cui oggi però non abbiamo delle vere alternative. Quello che deve divenire evidente è che grandi profitti e alimentazione sono una combinazione tossica e di conseguenza andrebbe rinnovata la regolamentazione a livello internazionale. Ma il tutto rischia di essere vano. Del resto, quanto ci piace allungare una mano nel frigo e tirarne fuori qualcosa di buono?

Per chi volesse cominciare a informarsi sull’argomento, un buon punto di inizio è rappresentato da questo documentario, in inglese e francese, diretto da Vincent Bruno.

Qui il sito di Via Campesina, il movimento internazionale delle organizzazioni contadine.

 

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