Tra le fauci del “Giaguaro”: lo Zaire ai Mondiali ’74

Uno dei pochi momenti nella Storia in cui gli occhi del mondo sono stati puntati sul suo centro geografico ha coinciso con il punto più alto di una dittatura tra le più sanguinarie dell’Africa Nera. A Kinshasa, perenne capitale dello stato dai mille nomi, in quel momento Zaire, il presidente “democraticamente” eletto con il 99.9% delle preferenze (alle elezioni, davanti ad un funzionario e ad un militare armato, bisognava scegliere tra il cartellino verde e quello rosso, ed in molti seggi quello rosso non c’era nemmeno) Mobutu Sese Seko organizza e promuove uno tra i più grandi eventi sportivi della storia dell’umanità. E’ Rumble in the Jungle, l’incontro, trasmesso in diretta mondiale, tra Muhammad Ali e George Foreman per il titolo di campione dei pesi massimi. Foreman si inimicò subito gli zairoti, che per tutto l’incontro urlarono “Alì, boma ye” (Alì, uccidilo). Alla fine Alì non lo uccise fisicamente, ma sportivamente sì, vincendo il titolo. A corredo dell’evento sportivo, Mobutu organizzò tre giorni e tre notti di concerti gratuiti, riunendo i grandi della musica africana e i neri d’America, con la partecipazione di migliaia di zairoti, facendone l’evento musicale più grande dell’Africa, secondo alcuni più grande dello stesso Woodstock. Ma perchè Mobutu fa tutto questo? Perchè sente il bisogno di lavare l’onta subita solo qualche mese prima, a migliaia di chilometri a Nord. Infatti lo Zaire era stata la prima squadra dell’Africa Nera a qualificarsi per un mondiale, e a tornarsene a casa dopo tre sconfitte, tredici gol subiti e nessuno segnato. Ma dietro una storia che può far sorridere, c’è una vicenda fatta di minacce, ritorsioni e sangue. Questa è la storia dello Zaire ai Mondiali del 1974.

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Joseph Desiree Mobutu, presto noto solo come Mobutu (anche se il nome completo che prenderà da dittatore, Mobutu Sese Seko Kuku Ngbendu Wa Zabanga significa, all’incirca, “Mobutu il guerriero che va di vittoria in vittoria senza che nessuno possa fermarlo”) prende il potere per la prima volta nel 1960, aiutato da Belgio e Stati Uniti, facendo uccidere Patrice Lumumba, primo leader nella post colonizzazione belga. L’effettiva presa del potere arriva cinque anni dopo, quando riunisce la maggior parte delle cariche nelle sue mani. Lo stadio di Kinshasa diventa teatro di numerose efferate esecuzioni. Ma solo durante la settimana, nel weekend invece si riempie di tifosi, incuranti o incoscienti del sangue versato. Perchè Mobutu di fatto reinventa il campionato nazionale congolese. Compra, spesso di tasca propria, i cartellini dei migliori giocatori congolesi, che spesso giocano in Belgio, per affidarli alle squadre nazionali. Il Mazembe (ex Englebert) e il Vita Club si contendono ripetutamente il campionato, e a turno dominano la Coppa dei Campioni africana, con cinque finali e tre vittorie complessive.

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Dopo il Mondiale del 1966 la Confederazione del Calcio Africano protesta ufficialmente con la FIFA per l’assenza di un posto dedicato al continente nero. Fino a quel momento l’Africa aveva dovuto spartire l’unico posto utile con l’Oceania, Australia compresa. E così, per il mondiale messicano del 1970, l’Africa ha il suo posto, che però è conteso tra tredici squadre. Poco prima dell’inizio delle qualificazioni però, la FIFA respinge le candidature di Guinea e Zaire, portando il numero effettivo di squadre a 11. Mobutu protesta e fa ricorso, ma ormai è tardi per cambiare ed il ricorso viene respinto. Al termine di quelle qualificazioni il Marocco si guadagna l’accesso alla fase finale del Mondiale, diventando la seconda squadra africana della storia, dopo l’Egitto nel 1934, ad arrivare alla massima competizione calcistica del mondo. L’avventura è breve, con un solo gol ed un punto in tre gare.

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Mobutu e Pelè

Alle qualificazioni per il 1974, lo Zaire si presenta con un nuovo allenatore. Mobutu infatti fa arrivare Blagoja Vidinic, proprio l’allenatore che aveva guidato il Marocco nelle tre partite mondiali. Il primo risultato che lo jugoslavo ottiene è il quarto posto alla Coppa d’Africa nel 1972, che fa ben sperare gli zairoti. Ed infatti, con le vittorie su Togo, Camerun e Ghana la nazionale dello Zaire, che nel frattempo è passata da essere soprannominata “i Leoni” ai “Giaguari”, più in linea con il copricapo di Mobutu, si qualifica per il mini girone finale, contro Zambia ed ancora una volta il Marocco. Arrivano quattro vittorie in quattro partite, e così lo Zaire è la prima nazionale dell’Africa Nera a qualificarsi per un Mondiale. E, quasi a sancire ulteriormente la veridicità della qualificazione, qualche mese dopo lo Zaire vince la Coppa d’Africa, superando in finale ancora una volta lo Zambia, sconfitta in tutto il torneo solo dai vicini scomodi di Congo – Brazzaville.

I giocatori diventano eroi. Vengono acclamati per le strade di Kinshasa e delle altre città dello Zaire, dove sfilano in corteo. Vengono ricevuti a palazzo da Mobutu, dove ricevono un lauto compenso per le loro patriottiche gesta e tante benedizioni per il Mondiale in arrivo. Quello di cui sono consapevoli è che quei soldi che ricevono bastano per vivere ad alto livello a loro e alle loro famiglie. Quello che sanno è che ce l’hanno fatta. Quello che sanno è che hanno un futuro roseo davanti. Quello che non sanno, ancora, è che i dittatori tendono ad essere piuttosto volubili e vendicativi verso coloro i quali tradiscono, sempre a discrezione del dittatore, la fiducia.

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Il sorteggio è impietoso. Dall’urna che accoppierà Germania Est e Germania Ovest nello stesso girone, per lo Zaire vengono estratte Scozia, Jugoslavia e Brasile. A complicare ulteriormente le cose, il livello del calcio africano è in quel momento ampiamente più basso rispetto a quello europeo o sudamericano, quindi essere la nazione africana più forte non significa automaticamente riuscire a competere con le nazionali mediopiccole degli altri continenti. Anzi.

Il primo impatto degli zairoti con la Germania è Dortmund a metà giugno, in pieno bacino della Ruhr, in piena reindustrializzazione. Non proprio un luogo di villeggiatura. Lì si gioca la prima partita dello Zaire ai Mondiali, contro la Scozia di Willie Ormond, bandiera dell’Hibernian nel dopoguerra ed ora allenatore. Gli scozzesi possono vantare contemporaneamente Kenny Dalglish, che aveva guidato il Celtic al titolo, Peter Lorimer e Joe “Jaws” Jordan del Leeds e Denis Law. Lo Zaire ha una buona squadra, soprattutto nella punta Mulamba Ndaye, ma non possono opporsi alla fisicità albionica. In particolare, Jordan, che è uno tra i migliori colpitori di testa della storia, le prende tutte. Prima fa una sponda per Lorimer che la mette nel sette e poi salta completamente indisturbato su una enorme incomprensione della difesa. Lui sbaglierebbe quel colpo di testa, se in porta per gli zairoti non ci fosse Kazadi, portiere capace di fare parate eccellenti e di farsi sfuggire la palla tra le mani, che per l’appunto lascia passare in qualche modo il pallone. La partita finisce così, ma i giocatori sono contenti, alla fine un due a zero non è male, l’esordio è sempre difficile. Ma se in Germania sono tutti contenti, a Kinshasa almeno uno non lo è. Sta guardando la gara dal suo studio, dietro una enorme scrivania scura, e quell’uno ha sempre con se un copricapo leopardato.

Quattro giorni dopo, il 18, seconda partita. Lo stadio è quello di Gelsenkirchen, e l’avversario è la Jugoslavia. Gli slavi sono una squadra estremamente discontinua, capace di vincere contro chiunque e di perdere contro chiunque. Purtroppo per lo Zaire, quel giorno sono in giornata positiva. Dopo 18′, gli africani sono già sotto di tre reti. Bajevic, Dzajic su punizione e Surjak segnano per la Jugoslavia, e proprio dopo il terzo gol, sempre da quella scrivania a Kinshasa, parte una telefonata. L’ordine è semplice. Fuori Kazadi, il portiere, l’anima dello spogliatoio. Dentro un’altro, uno qualsiasi. Il contenuto della telefonata viene trasmesso alla panchina, che esegue. Al 21′, lo Zaire cambia il proprio portiere Kazadi con Tubilandu, del Vita Club. La prima cosa che fa è raccogliere in porta il pallone del quarto gol, segnato da Katalinski. E poi, prima della fine del tempo, la Jugoslavia ne segna altri due, per assecondare i 15mila tifosi slavi presenti allo stadio, tutti emigrati, che festeggiano insieme alla loro squadra. Nella ripresa si limitano a segnarne tre, per il 9 a 0 finale.

A Kinshasa la situazione non è positiva. Mobutu è arrabbiatissimo, ovviamente non si da neanche una briciola della colpa della sconfitta per lo sciagurato cambio di portiere, ma è convinto che Vidinic abbia venduto la partita ai suoi connazionali e lo stia personalmente sabotando (altro tratto comune dei dittatori). Così, qualche minuto dopo, un aereo personale di Mobutu si alza in volo, destinazione Germania.

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I giocatori vengono riuniti in una saletta privata dell’albergo dove risiedono in ritiro, alla vigilia dell’ultima partita del girone. C’è da affrontare il Brasile, che sta deludendo le aspettative. I verdeoro sono infatti reduci da due 0-0 e hanno bisogno di vincere con tre gol di scarto per qualificarsi, in virtù del pari tra Scozia e Jugoslavia, come secondi al posto dei britannici. Nella stanza, dove è presente squadra e staff, arrivano i passeggeri dell’aereo mandato da Mobutu. Sono suoi uomini, vestiti in cuoio nero, che fanno parte delle famigerate squadre al servizio del Maresciallo. Il messaggio è semplice, e terribile. Al Brasile servono tre gol per qualificarsi, e fino al terzo gol i giocatori sono salvi. Ma da lì in poi, i giocatori non sarebbero più potuti rientrare a casa, e delle loro famiglie, in Zaire, si sarebbero occupati loro, gli squadristi.

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Mobutu saluta la folla, circondato da alcuni di quei bravi ragazzi. P.s. La macchina è guidata da Idi Amin Dada, un suo carissimo amico

Si può solo immaginare come i giocatori dello Zaire arrivino alla partita con il Brasile. E come si sentano quando Jairzinho segna la prima rete, Rivelino la seconda e Vademiro la terza. Kazadi, che è tornato tra i pali, para tantissime conclusioni, ma proprio sull’ultima occasione arriva la più grande papera, che porta con se un carico pesantissimo di paure. Il Brasile è avanti tre a zero, è qualificato, ma mancano ancora quindici minuti alla fine. E quando ne mancano dieci, c’è un calcio di punizione dal limite. Sul pallone va ovviamente Rivelino, uno dei migliori sinistri della storia. Il brasiliano si allontana, e quando si gira vede, come tutto il resto dello stadio, questa scena. Mwepu, il numero due, esce dalla barriera, e con corsa incerta, va verso il pallone e lo calcia lontano. La palla passa a pochi centimetri dal viso di Rivelino, completamente sorpreso. L’arbitro ammonisce Mwepu, mentre Jairzinho ride di lui. Mwepu allora va a muso duro contro il brasiliano, ne nasce quasi una rissa. Solo i compagni sanno il vero perchè di quel gesto, che in quel calcio c’è la volontà di salvare ancor prima che se stessi le proprie famiglie in Zaire. Il Brasile e lo stadio intero irride i giocatori africani, quasi non conoscessero le regole del calcio. La realtà, ben diversa, si scoprirà solo tempo dopo il fischio finale che sancisce la qualificazione del Brasile, la fine del mondiale per lo Zaire e la salvezza dei giocatori e delle loro famiglie.

Una volta tornati a casa, i giocatori sono persone non gradite. Nessun tassista all’aeroporto accetta di caricarli, a meno che non si facciano trovare dall’altra parte del terminal, dove magari nessuno li vede. Mobutu azzera i fondi per il calcio, dopo aver ricevuto i giocatori nel suo palazzo e averli ufficialmente sgridati per la brutta figura che hanno fatto fare a lui e allo Zaire. Ndaye, nonostante al Mondiale non abbia segnato, viene contattato dal Paris Saint Germain, ma Mobutu, che è di fatto il presidente di tutte le squadre del campionato, impedisce a lui come ad altri il trasferimento all’estero. Nel 1994, vent’anni dopo quel mondiale, la CAF invita Ndaye a Tunisi, per consegnargli una medaglia al merito sportivo. Ma, una volta tornato in patria con la medaglia al collo, Mobutu lo “invita” a consegnarla. Lui rifiuta, ed una notte viene aggredito dai soldati del leader, che lo feriscono ad una gamba e lo gettano da un ponte, solo dopo avergli ucciso il figlio davanti agli occhi. Nel 1998 si diffonderà la notizia della sua morte, e Blatter farà eseguire un minuto di silenzio alla semifinale della coppa d’Africa. Solo che Ndaye è vivo, e si trova in uno slum di Città del Capo, in Sudafrica, dove allena i bambini. La FIFA gli invierà settemila dollari, che mai arriveranno. La sua storia è simile alle storie degli altri 22 zairoti che partirono, eroi di una nazione, acclamati da tutti, e tornarono come reietti in quella che, ormai, non voleva più essere casa loro.

Marco Pasquariello

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