Molenbeek, dove l’ISIS sembra una mafia

Nella notte del 13 novembre, dopo aver sparato all’impazzata nel locale notturno Bataclan di Parigi e aver gettato la sua cintura esplosiva in un cassonetto, Salah Abdeslam si è subito rifugiato dove il piano malefico era stato architettato, ovvero a Molenbeek, periferia di Bruxelles. E, nonostante alcuni avvistamenti in giro per il continente e la (dis)attenzione delle forze dell’ordine belghe, viene quasi da pensare che lì sia rimasto, rintanato in uno scantinato, fino alla cattura del 18 marzo scorso. Com’è possibile che uno dei terroristi più ricercati del pianeta riesca a nascondersi per oltre 4 mesi in un quartiere che era stato più volte messo al setaccio da centinaia e centinaia di agenti?

La risposta è piuttosto semplice: qualcuno nel quartiere l’ha coperto e altri, pur sapendo, non hanno parlato. Quanti hanno taciuto? Una minoranza di sicuro, anche risicata, all’interno di una comunità islamica preponderante nell’area. Chi ha taciuto? Certamente altri suoi compagni che hanno abbracciato la causa jihadista. Chissà forse anche qualche suo familiare (anche se la famiglia agli organi stampa si è detta “contenta” della sua cattura) o conoscente. Ma, soprattutto, perché non è stato denunciato alle autorità competenti, all’Europa, al mondo? Per solidarietà nei suoi confronti? Forse, visto che al momento dell’arresto è scattata una piccola protesta contro la polizia. Per paura di ritorsioni da parte di altri affiliati allo Stato Islamico? Può darsi, considerata la cieca crudeltà di questa macchina del sangue, che ha ucciso molti più musulmani che cristiani finora.

Quello di individui di una comunità che protegge o decide scientemente di non rivelare dove si cela un criminale conosciuto nell’area è uno scenario che evoca comunque uno spettro sinistro nella mente di molti italiani, il cui nome è composto da cinque lettere: mafia. Siamo quindi di fronte ad un rapporto tra cellule terroristiche e comunità islamiche non dissimile da quello tra le organizzazioni mafiose e i loro territori di riferimento?

Un punto di contatto non va cercato tanto nella relazione in sé, quanto tra i quartieri come Molenbeek a Bruxelles e Saint Denis a Parigi, e i territori fortemente influenzati dalla mano della Camorra in Campania o della Mafia in Sicilia. Come ci spiega Stefania Azzolina, analista del Medio Oriente per il Centro Studi Internazionali di Roma (Ce.S.I), in questi quartieri del nord-Europa, originariamente si sono insediati «emigrati provenienti dalle vecchie colonie a causa dei prezzi più bassi delle case». I loro figli o nipoti, dopo aver espresso in maniera anche violenta la loro critica nei confronti degli sviluppi sociali e politici in corso, condizionati «da un sentimento di emarginazione e dalla mancanza di prospettive professionali», hanno «sposato la nuova propaganda radicale lanciata dalla rivoluzione in Iran di Khomeini». Così, sempre secondo Azzolina, è venuto meno «il sentimento di appartenenza allo stato-nazione» in favore della «identità culturale e religiosa». Si crea di conseguenza quella che si potrebbe chiamare “una zona franca” per i terroristi perché lo stato non è più percepito come forte. Per non dire che forse non lo è per davvero. Insomma, come le organizzazioni mafiose penetrano e si rafforzano dove manca il controllo dello stato, così fanno le cellule terroriste, fomentate dalla campagna di odio dello Stato Islamico.

Tanto quanto le popolazioni che vivono nei territori in cui le organizzazioni mafiose hanno le loro radici, le comunità islamiche hanno l’obbligo legale e morale di prendere le distanze da determinati fenomeni. Devono con fermezza condannare chi strumentalizza la loro religione per seminare il caos nel continente. Anche perché, come è stato ribadito ormai un numero infinito di volte, sono gli stessi musulmani moderati le prime vittime di questi attentati. Ogni singolo gesto che legittimi l’appartenenza dei terroristi alla comunità nuoce gravemente alla loro reputazione presso l’opinione pubblica del vecchio continente. Azzolina ammette che nel mondo islamico sia in corso «un grande dibattito sul tema di come esporsi» anche se «non esiste una base diffusa di sostegno per queste azioni».

Ma il parallelismo tra cellule terroristiche e organizzazioni mafiose termina probabilmente qui. Per Salvatore Lupo – professore di storia contemporanea all’Università di Palermo ed esperto di mafie – infatti, il «paragone è assolutamente forzato». Perfino la stessa complicità o connivenza di una esigua fetta della comunità non è un tratto distintivo né delle prime e nemmeno delle seconde. «Mi pare che sia nella logica delle cose», sostiene Lupo, «non ci si deve stupire che (Salah) si sia rifugiato nella sua comunità di appartenenza, grande o piccola che sia. Probabilmente c’è un grado di solidarietà. Ma non c’è da stupirsi».

Al contrario abbondano le differenze. In particolare per quanto riguarda le finalità e il modus operandi delle due entità. «Le organizzazioni mafiose non si comportano così», suggerisce ancora Lupo, «nel ricorso alla violenza delle organizzazioni mafiose c’è sempre un’economicità. Le organizzazioni mafiose fanno uso della violenza come extrema ratio. Il ricorso al terrorismo indiscriminato è molto raro. Questi invece vedono nel disprezzo totale della vita degli altri la loro unica ragione di essere».

In conclusione, tralasciando il contesto in cui si sviluppa, il terrorismo di matrice islamista non assomiglia alla mafia. È molto, ma molto più brutale.

Valerio Vignoli

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