Tra divergenze e cooperazione: la pirateria navale in Asia

La pirateria è una piaga che infesta i mari di tutto il mondo ormai da secoli, e crea innumerevoli danni economici. Oggi, la pirateria non è molto diversa da quella del passato, cambiano solo i mezzi con cui il reato viene attuato. Adesso i pirati preferiscono andare all’arrembaggio delle grandi navi commerciali con piccole e rapide imbarcazioni, nel tentativo di saccheggiare o sequestrare l’equipaggio per chiedere un riscatto.

Nel mondo ci sono diverse zone dove la pirateria è più frequente, la più celebre è forse quella del Corno d’Africa, dove la mancanza di uno stato legittimo in Somalia rende la zona un vero e proprio far west per i gruppi armati locali, che contano sulla pirateria e i sequestri per finanziarsi. Ma nella zona, a protezione del naviglio commerciale, ci sono diverse operazioni militari congiunte con più di venti paesi di varie nazionalità, questa è la prima volta che si vedono tutti i 5 paesi membri del consiglio di sicurezza ONU lavorare fianco a fianco dalla seconda guerra mondiale. Inoltre l’operazione anti pirateria a largo delle coste somale, è una delle prime operazioni in cui vi è la presenza di forze navali cinesi, un primato assoluto dato che storicamente la Cina ha sempre dato poca importanza a operazioni militari o di pace all’estero. La Cina è nuova a questo genere di operazioni, il primo intervento di pace, su terra, è stata approvata dal governo solamente a fine 2014, quando Pechino ha mandato 700 uomini in Sud Sudan per un’operazione di peacekeeping con mandato ONU. Mn Sud Sudan, la Cina era anche motivata a difendere i proprio interessi economici, Pechino in passato aveva investito molto nelle infrastrutture del paese africano, in cambio riceveva una notevole quantità di petrolio,.

Ma la missione cinese a largo della Somalia rientra in un più ampio progetto di espandere il soft power del paese. In linea con l’annuncio di Xi Jinping a settembre alle Nazioni Unite, nel prossimo futuro la Cina si impegnerà per un maggior sforzo internazionale, fornendo maggiori risorse monetarie e truppe per le operazione di peacekeeping nel mondo. Un notevole passo in avanti per un paese che fino a pochi anni fa non prendeva neanche in considerazione un intervento di pace all’estero.
La Cina di ieri, restia agli interventi internazionali, è ormai parte del passato; adesso la Cina è obbligata ad intervenire direttamente a causa della dipendenza dalle risorse sraniere, che spesso attraversano zone con un alta presenza di pirateria. Per questo le operazioni anti pirateria in Somalia rientrano ancora in una fase sperimentale per lo stato cinese, ma questo genere di operazioni servono anche a modernizzare l’immagine del paese e far intendere agli altri paesi che la Cina è interessata alle tematiche globali. L’apertura della prima base navale cinese a Gibuti è un altro primato assoluto, anche se è solo una base logistica per la Marina militare cinese (PLAN), la sua creazione rientra appieno in questa fase embrionale del nuovo impegno cinese nel mondo. Ciò nonostante, le operazione cinesi a protezione dei mari non si limitano solo alle coste somale, anche lo stretto di Malacca è afflitto dalla pirateria, ma in quest’area gli obiettivi cinesi sono ancora più vitali.

Lo stretto di Malacca è una strettoia marittima che collega l’Oceano Indiano all’Oceano Pacifico e il Mar Cinese Meridionale, è un passaggio obbligato per le rotte commerciali e le economie della zona. Infatti, da questo stretto passaggio passa circa metà del commercio navale e circa un terzo del greggio mondiale. L’affollamento navale, combinato a un’ampiezza che varia tra i 50 e i 180 Kilometri, e la presenza di piccole isole; fa di questo stretto una zona di caccia molto favorevole ai pirati, che per la maggior parte provengono dal lato Indonesiano.

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Un’idea della gravità della situazione ci è data dai dati: il 75% degli attacchi mondiali causati dalla pirateria avvengono nello Stretto di Malacca, causando una perdita economica tra i 13 e 16 miliardi di dollari. Come l’International Marittime Bureau evidenzia: la pirateria globale è in diminuzione dal 2010, sopratutto nell’area attorno al Golfo di Aden, grazie anche alle operazioni internazionali; ma il discorso è differente per lo Stretto di Malacca, che nell’anno passato ha registrato un notevole aumento delle attività di pirateria.
Nonostante la cooperazione internazionale abbia funzionato a largo delle coste del Corno d’Africa, le prospettive per il sud-est asiatico non sono delle migliori. Lo Stretto di Malacca si trova lontano dalla zona di interesse della NATO e dell’Unione Europea, e le nazioni in zona non hanno i mezzi adatti per contrastare la pirateria, inoltre i contenziosi sulla sovranità nel Mar Cinese Meridionale, non fanno che allontanare le prospettive di cooperazione della zona. L’ASEAN, l’organizzazione degli stati del sud-est asiatico è ancora troppo giovane e poco coordinata, questo causa una certa incapacità nella cooperazione e nella formulazione di una risposta unitaria contro i pirati.

Nell’area esiste già una cooperazione tra i tre paesi che condividono lo stretto (Indonesia, Singapore e Malesia), ma finora non ha portato risultati soddisfacenti, e la situazione è andata peggiorando negli anni. Una delle principali motivazioni del fallimento è da imputare a una errata strategia, la pirateria non la si sconfigge solo attraverso la difesa delle imbarcazioni e dei mari, il vero problema è a terra. Chi organizza questo genere di attacchi sono per lo più organizzazioni criminali, che ben riescono ad organizzarsi sulla costa grazie alla povertà, e spesso rimangono impuniti a causa delle penurie nel sistema giudiziario indonesiano. Nonostante sia in gran parte un fattore di politica interna, un aiuto internazionale sarebbe comunque un’ottima occasione per incentivare un clima più disteso che nell’area manca, a causa di rivendicazioni marittime. La Cina potrebbe aumentare la collaborazione contro questa piaga sfruttando le conoscenze apprese a largo della Somalia, una prospettiva ben più incoraggiante grazie all’inventario di mezzi della marina cinese. Così come la cooperazione internazionale è riuscita ad allentare la minaccia della pirateria nel golfo di Aden, la stessa cosa potrebbe accadere nello stretto di Malacca con un coordinamento regionale. Intanto Singapore si è già dichiarato interessato a una cooperazione con la Cina, e anche la Malesia ha iniziato a esercitarsi con Pechino. Nonostante divergenze significative su altre tematiche, in futuro potrebbero esserci buone prospettive di successo contro le attività di pirateria se anche l’Indonesia dovesse unirsi, ancor di più se tutti i quattro paesi coinvolti si trovassero a collaborare spalla a spalla.

Riccardo Casarini

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