soldi nel water

Referendum sulle trivellazioni: non è un paese per spendaccioni

Il referendum sulle trivellazioni (detta in modo volgarissimo; più precisamente sarebbe: il quesito referendario che propone l’abrogazione delle parole “per la durata di vita utile del giacimento” nel terzo periodo del comma 17, articolo 6 della legge 152/2006 sulla tutela ambientale) mira a ridurre le garanzie per le attività di “coltivazione degli idrocarburi” in mare. Mi rendo conto che è una cosa un po’ complicata e vi prego di perdonarmi se pecco nella spiegazione. In sostanza è un voto pro o contro le trivellazioni per l’estrazione di idrocarburi, tipo petrolio e gas vari, all’interno del perimetro di salvaguardia posto a 12 miglia dalle coste nazionali. Poi non è che cesseranno subito… semplicemente le attività non saranno più garantite fino ad esaurimento del giacimento. La notizia di un referendum al riguardo, a pochi mesi da COP21, è buona e meritevole in futuro di un approfondimento mirato e specialistico per chiarire tutte le sottigliezze del caso. In questa sede ciò che voglio approfondire, perché mi ha colpito maggiormente, è il dibattito circa la data del referendum.

17 aprile, san Matteo sprecone (prendo in presto lo stile da Luca Bottura di Lateral). Chiunque con un po’ di buon senso e una calcolatrice in mano avrebbe convenuto che accorpare referendum ed elezioni amministrative in un’unica data sarebbe stata l’idea migliore per distacco. Perché se organizzare una consultazione popolare costa, organizzarne due costa di più, e nel nostro caso parliamo di trecento milioni di euro in più (stando pure un po’ bassi). Oltretutto il precedente già c’era con i referendum del 2009.

Cosa vuol dire, oggi, buttare trecento milioni di euro?

Trecento milioni di euro rappresentano lo stanziamento previsto quest’anno dal programma triennale per la tutela del patrimonio culturale dal Ministero dei Beni Culturali; sono l’equivalente dell’evasione fiscale dal 2008 al 2013 imputata a Google dal governo italiano; rappresentano il costo pagato dai cittadini della Sicilia per ripianare i conti in rosso della Sanità a causa di infiltrazioni mafiose e malasanità; sono i soldi che l’Italia perde ogni anno dall’Europa perché non investe in ricerca; sono i fondi richiesti per dare vita al progetto di servizio civile universale promesso dal governo; sono le risorse necessarie a garantire il bonus di ottanta euro per le forze dell’ordine inserito nella finanziaria di quest’anno; sono gli interessi maturati sugli incassi derivanti dai Voluntary Disclosure di questo autunno; sono la copertura per i cinquecento euro per musei e teatri ai neo-maggiorenni, ma sono anche tre volte gli investimenti nei Progetti Rilevanti di Interesse Nazionale (Prin) stanziati dal Ministero dell’Università e dell’Istruzione.

Sono, insomma, un sacco di soldi che potevano essere meglio spesi. Perché sono stati spesi? Perché l’esecutivo non ha alcuna intenzione di favorire una affluenza che spera (e si prevede) bassa, dato il poco tempo per la “pubblicità” e la concomitanza della campagna elettorale per le amministrative di Roma e Milano, tra gli altri oltre mille comuni in ballo.

Alla luce di tutto ciò: volete che questi trecento milioni siano stati spesi invano? Allora cominciate a informarvi e ad informare.

Luca Sandrini

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