Di Caprio è vivo, ma non lotta insieme a noi: The Revenant (2016)

Quante probabilità ci sono che i marò si sposino fra loro?

Quante probabilità ci sono che piovano gattini incandescenti?

Quante probabilità ci sono che Giovanni Muciaccia si renda finalmente conto che le forbici dalla punta arrotondata non tagliano bene, non hanno mai tagliato bene e non taglieranno mai bene?

Quante probabilità ci sono che Calcutta smetta di gnolare e scriva una gioiosa canzoncina su quanto è bello l’arcobaleno?

Molte, molte, ma davvero molte di più di più di quelle del buon Leonardo di Caprio di vincere, per una volta, quello stramaledetto Oscar. Anche se stavolta, forse…

revenant

Sono andata a vedere The Revenant con la precisa intenzione di diventare un po’ grillina e borbottare frasi a mezza bocca sul complotto a mia sorella, ma lei è una persona seria e mi ha intimato di smettere che non era nemmeno finito il primo tempo, così ho finito per tacere e concentrarmi sul film. Queste sono le mie considerazioni al riguardo.

In primo luogo, la fotografia. Definirla fotografia è, molto probabilmente, riduttivo, come è riduttivo dire che è bella, perché bella è come chiamiamo le Polaroid della nostra amichetta dalle pretenziose velleità semi-artistiche quando non vogliamo offenderla. Qui ci troviamo di fronte a un capolavoro, a un’impresa mastodontica in spazi sconfinati, a un tentativo (riuscito, riuscitissimo!) di trascrivere cinematograficamente il sublime e a lasciarci in lacrime a contemplare la perfetta descrizione dell’indescrivibile incolmabilità del rapporto uomo-natura.

Non è Di Caprio il protagonista di questo film (niente Oscar, ciccia!) ma il paesaggio in cui il nostro buon Leo è immerso, una natura autentica, crudele e bellissima che non lascia scampo e non ha pietà di nessuno. Immense foreste di latifoglie, colossali deserti di neve e muschio e il cielo, talmente vasto da essere quasi opprimente, crepitante e pronto ad accecare chiunque si incanti a guardarlo.

Non c’è spazio per uomini dalle belle parole e dal piglio rispettabile, in questi sterminati paesaggi di fulgida difficoltà e di gelo: chi li popola è violento, veloce, privo di vocazioni alla cortesia o di dilemmi etici e scrupolosamente votato alla sopravvivenza. Fra le tempeste di neve, l’incedere minaccioso del torpore notturno (probabilmente una metafora della morte e della sua inevitabile ciclicità), indiani per qualche ignota ragione nutriti a crescione e fagioli giganti invece dei soliti bisonti e molto più grandi dei francesi e degli statunitensi, non c’è il tempo di fermarsi a riflettere e le parole sono poche, taglienti, e, soprattutto, da Di Caprio arrivano solo biascichii incomprensibili e inutili, mai una battuta al momento giusto, accidenti.

Il suo personaggio è poco delineato, smarginato, sciapo come una minestrina tiepida col brodo di dado. Okay, è vedovo. Okay, la moglie (o compagna? Ma i pellerossa credevano nelle unioni civili?) è scomparsa in modo orrendo e chiaramente ingiusto. Okay, il figlio non gli dà nessuna soddisfazione, ed è frustrante non potere tornare a casa a farsi un panino, ma persino Toto Cutugno ogni tanto cambia espressione. Eddai.

Leonardo Di Caprio è, a mio avviso, un attore incredibilmente versatile e talentuoso: sia che affoghi romanticamente tenendo la manina a Kate Winslet o che faccia soldi a palate cavalcando l’onda lunga della Borsa e si distrugga le narici, sia che cerchi di ostacolare Django o che ci conduca negli anfratti oscuri della mente tormentata del protagonista di Shutter Island o di Inception, non c’è storia.

Sono convinta che, se esiste un attore di cui non è stata riconosciuta e doverosamente premiata la bravura, quello è Di Caprio, ma non in questo film. Probabilmente sarà proprio in quest’occasione che finirà per stringere la tanto agognata statuetta (anche se sarebbe molto più divertente che la gettasse via urlando: “Vi ho fregati! Non la voglio!”), quanto meno per le fatiche disumane che ha fisicamente dovuto affrontare, ma, per la prima volta, non gli riconosco questo merito.

Qualcun altro è riuscito, invece, a dare al suo personaggio una caratura interessante: Tom Hardy è magistrale nel ruolo del cattivo, un antagonista spietato, brillante e sanguinario, un uomo con un passato (a cui però, purtroppo, si accenna molto poco), una voce e un preciso obiettivo, oltre alla sopravvivenza. Eh sì, certamente lui non è choosy.

Uno stralcio di umanità e buoni sentimenti arriva, invece, da un indiano itinerante che scompare com’era apparso, come uno qualsiasi dei tuoi beniamini di Trono di Spade: troppo in fretta per potercisi affezionare e troppo orribilmente per non farti venire la tentazione di andare a dormire col gas acceso. Piangendo, ovviamente.

I temi del film vengono toccati piuttosto che debitamente affrontati, che si tratti della vendetta, del rapporto con la natura o del contesto storico i nodi non si sciolgono. Se dovessi descrivere in due parole la trama del film: direi: “Leonardo Di Caprio si impegna per rimanere vivo”.

The Revenant è, per concludere, un film strepitosamente girato (e dopo il piano sequenza di Birdman non ci aspettavamo altro) e crudo in maniera soddisfacente, ma a tratti lento, innegabilmente borioso e con un accenno di racconto piuttosto che con una trama vera e propria.

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