(Non) è tutta colpa degli altri: la crisi del debito greco

Abbiamo tutti seguito con apprensione le vicissitudini elleniche di questa estate, parte di noi sperando in quello che è successo, parte auspicando l’uscita dall’euro del paese culla della civiltà europea. Il tempo, come sempre, è buon consigliere ed oggi possiamo guardare a quanto è successo con maggiore obiettività e senza timore di esporci a scenari imprevisti.
Ritengo (ed è un’opinione strettamente personale) che le responsabilità in questa vicenda siano miste. Non volendo fare il democristiano di turno cerco di spiegarmi e, prometto, alla fine prenderò una posizione.
 
varoufakis meme
 
Se molta dell’informazione ha puntato i riflettori su come si è giunti a quel punto, pochi hanno davvero fatto un lavoro di archeologia economica, scavando in cerca dell’origine del debito.
Dalla caduta dei Colonnelli all’ingresso nell’euro (1974-2001) i governi di Atene hanno perseguito una politica di ingigantimento dello stato sociale senza una adeguata copertura fiscale e di mantenimento di privilegi corporativi e sociali. Come si dice, hanno cercato di ottenere il welfare scandinavo con la pressione fiscale anglosassone, tutto per un ritorno elettorale. Posti di lavoro nel pubblico, nazionalizzazione di imprese in fallimento, insufficiente progressività nella tassazione… in poche parole finanziamento a debito di investimenti improduttivi.
 
Possibile che i revisori europei, così attenti ai particolari, si siano fatti gabbare da uno paese con questo passato? Sembra difficile che i dati falsati siano passati davvero sotto traccia in fase di esame, più realistico credere che, non avendo potuto prevedere la crisi dei sub prime in America e il suo effetto devastante in Europa, chi di dovere abbia voluto permettere l’ingresso di Atene nell’Euro, vuoi per motivi culturali e geopolitici, vuoi per interessi economici più o meno sottesi. 
Negli anni immediatamente successivi all’ingresso nella zona Euro la Grecia si è resa protagonista di una crescita notevolissima, sostenuta da ingenti capitali di finanziatori esteri che, all’epoca sì, erano disposti ad investire attratti da quel +6%. Una bolla potremmo chiamarla, la bolla ellenica, caratterizzata da debiti che ripagano debiti, magistrale rappresentazione della finanza internazionale. Solo che le bolle scoppiano e nessuno sembra volerne pagare il fio.
Questo è il punto. La responsabilità va condivisa. Non si può parlare di Grecia vessata e di Germania vessante. Parlerei piuttosto di Grecia irresponsabile e di Europa omertosa
 
Altra cosa è invece la gestione di questa crisi e, soprattutto, le conseguenze. Voglio dire, chi ha pagato davvero? La risposta è quella più ovvia quando il conto lo presenta un’istituzione economica di stampo neo-liberista: il ceto più basso. I Greci più esposti sono i giovani e i poveri, incapaci di stare a galla in queste sabbie mobili senza l’assistenzialismo statale che gli è sempre stato garantito. Il commissariamento della Grecia ad opera della cosiddetta Troika (BCE, FMI, UE) ha imposto soluzioni durissime per questa parte di popolazione, impedendole l’accesso a servizi fondamentali, come energia e acqua, quando non in grado di pagare. L’attività risanatrice, insomma, si è concentrata sui tagli al debito, fatti senza alcuna preoccupazione di carattere sociale, piuttosto che sulla crescita del PIL, preoccupati come erano di perdere soldi generosamente prestati quando tutto andava bene.
 
A questa cattiva lettura ad opera delle istituzioni europee deve il proprio successo Alexis Tsipras. La sua partita l’ha giocata sulla ragionevolezza, cercando di conciliare la necessità degli aiuti con la sensatezza degli interventi. Che poi parte dell’opinione pubblica, schierata contro l’Euro, abbia visto in lui un traditore delle proprie speranze, questo è un altro discorso. 
Uscire dall’Euro sarebbe stato un esperimento interessante per noi italiani e per separatisti di altra natura, attraente proprio perché lo facevano i greci, non noi. Se fosse andata male… pace, avremmo saputo quello a cui saremmo andati incontro, al riparo della nostra bella moneta unica. Per i greci di sicuro è stata forte la tentazione e probabilmente il No alle condizioni degli aiuti del referendum di luglio era un messaggio che andava in quella direzione, ma va riconosciuto a chi aveva mandato per decidere di aver preso una decisione. Perché poi di questo si tratta: chi decide?
Il mercato.
 
Luca Sandrini
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