Apologia della politica estera di Obama in Siria

La fine del secondo mandato di Barack Obama si avvicina e di conseguenza cominciano a fioccare le disamine sui suoi successi e insuccessi. In particolare, di questi tempi, ci si sta concentrando sul record dell’ex senatore dell’Illinois in politica estera.
Come sempre, le opinioni divergono. Alcuni esperti danno una valutazione complessivamente discreta mentre altri piuttosto negativa. I suoi sostenitori, per avvalorare la loro tesi, sottolineano come il sapiente uso della diplomazia e della moderazione abbia portato a risultati straordinari, ad esempio lo storico accordo con l’Iran sul nucleare e all’altrettanto storico disgelo con Cuba. I suoi detrattori spesso capovolgono l’argomento, trasformando la cautela in passività e indecisione, per non dire totale inconsistenza. Questa accusa a quella che l’analista Roger Cohen ha definito sul New Yor Times la “doctrine of restraint” (“la dottrina della misura” ma anche “dei vincoli” in italiano) è stata mossa in particolare riguardo alla gestione della crisi in Siria.
L’amministrazione Obama è bersaglio di numerose critiche per come si è mossa nel ginepraio siriano. La prima consiste nel non essere intervenuta direttamente per appoggiare l’opposizione moderata e fermare la follia sanguinaria del dittatore Bashar Al Assad, contrariamente a quello che è successo in Libia con la rimozione di Muammar Gheddafi. La seconda è di non essersi impegnata abbastanza contro la minaccia rappresentata dall’ISIS, limitandosi ad insufficienti e svogliati bombardamenti aerei. La terza riguarda l’avere in queste ultime settimane lasciato ancora una volta campo libero al presidente russo Vladimir Putin, che si sta presentando come una figura chiave per riportare l’ordine dove regna il caos, a condizione di mantenere il fedele alleato Assad al potere. Infine il quarto capo di imputazione fa riferimento all’essere stato spettatore inerte di un numero ingente di vittime innocenti e di un esodo di massa di rifugiati siriani verso l’Europa.
Fonte: Newsweek
Se però ci fermiamo un attimo a riflettere e guardiamo le cose da un altro punto di vista, sicuramente un po’ più cinico e “americano”, potremmo però cambiare idea.

Prima critica: il mancato intervento nel 2013

La reticenza di Obama ad inviare le proprie truppe in Siria nel 2013 contro il regime di Assad, reo di aver usato armi chimiche contro la propria popolazione, appare in realtà politicamente giustificabile, tenendo conto di molteplici elementi. Innanzitutto la Russia fin da subito si era fermamente opposta a questa soluzione e l’Iran aveva addirittura minacciato ritorsioni contro Israele. E proprio in quel periodo si cominciava segretamente a lavorare per l’accordo con Teheran, del quale Putin era guarda caso il mediatore. L’irruzione a Damasco avrebbe quasi sicuramente compromesso la trattativa, che evidentemente era un obiettivo primario della politica estera di Washington. E in fondo per cosa? Gli Stati Uniti non avevano particolari interessi in ballo in Siria. Più in generale, grazie al raggiungimento dell’autosufficienza energetica, Obama preparava il disimpegno definitivo dal Medio Oriente. Inoltre i “boots on the ground” sarebbero stati duramente osteggiati da un’opinione pubblica statunitense stremata dall’avventurismo neoconservatore di George W. Bush. E con gli indici di popolarità più bassi di quelli odierni e le mid-term ad un anno di distanza non era proprio il caso di rischiare. Per quanto riguarda il paragone con la Libia, bisogna evidenziare come Gheddafi nel 2011, a contrario di Assad, fosse ormai isolato nella comunità internazionale. Questo ha reso possibile far approvare un paio di risoluzioni all’ONU, segnatamente per l’applicazione delle sanzioni e per l’istituzione di una no-fly zone. Mosca inizialmente era perplessa ma poi si astenne. Peraltro nell’avvio dell’operazione libica è stata decisiva la pressione degli alleati europei, Francia in primis, che avevano mire sui giacimenti petroliferi nello stato nordafricano. Il vecchio continente, tranne forse il Regno Unito, è stato molto più titubante quando era sul tavolo l’eventualità di una missione in Siria.

Seconda critica: la scarsa determinazione nel contrastare lo Stato Islamico

Daesh, questo il nome in arabo dello Stato Islamico, è stato oggettivamente sottovalutato dagli USA. Anche se prevedere che una formazione quaedista di taglia-gole in parte reclutati all’estero si sarebbe sviluppata ed espansa in questa maniera non era affatto facile. Constatata l’evoluzione in termini organizzativi, militari, economici e politici, contrastarla diplomaticamente avrebbe richiesto una complicata ridefinizione di tutta una serie di alleanze con i paesi del golfo; combatterla sul campo era fuori discussione perché tanto impopolare quanto complesso. E non valeva la pena spendersi in sforzi né diplomatici né militari per la suddetta mancanza di interessi strategici. Quindi si è optato per questa sorta di bombardamenti farsa, sperando (erroneamente) che potessero indebolire l’IS.

Terza critica: campo libero a Vladimir Putin

Quando il presidente russo Vladimir Putin poche settimane fa si è fatto avanti per sconfiggere la minaccia estremista, al Penatagono in un certo senso si è stappato lo champagne. A dispetto di quello che sostiene il mio collega qui, quella del Cremlino può tranquillamente essere interpretata come una mossa dettata dalla disperazione. Invadendo la Crimea e sostenendo i separatisti filo-russi in Ucraina, Putin ha danneggiato gravemente la propria credibilità a livello internazionale. Infatti sono state applicate diverse sanzioni economiche a Mosca da parte dei paesi occidentali. Tentando di sbrogliare l’aggrovigliata matassa siriana, il novello Zar, tra gli altri obbiettivi, si augura di riguadagnare il prestigio perso in terra ucraina, e, magari, ottenere un po’ di benevolenza rispetto alle misure contro la Russia. Il dettaglio da sistemare è ora la permanenza di Assad al potere. Putin non vuole cedere. Obama nemmeno per una questione strategica e, soprattutto, di reputazione, dopo averlo osteggiato fin dal principio. Ma siamo davvero sicuri che l’ex agente del KGB abbia il coltello dalla parte del manico?

Quarta critica: immobile di fronte ad un’emergenza umanitaria

Riprendendo una tesi apparsa recentemente sulla rivista Foreign Policy, esistono svariati attori da incolpare prima di Barack Obama per questo esodo di dimensioni bibliche dalla Siria. Bashar Al Assad che ha represso violentemente l’opposizione pacifica e che non si è fatto da parte. Poi l’ISIS e la sua scia di morte e devastazione. Gli stati limitrofi che sono rimasti a guardare o hanno segretamente collaborato con Daesh o, alternativamente, con il regime di Damasco. Russia (ma anche Cina) per essersi opposte all’intervento nel 2013. La UE che doveva aspettarsi l’escalation del fenomeno migratorio nei propri territori e, di conseguenza, adoperarsi più attivamente per stabilizzare e pacificare la Siria. Ecco a questo punto possiamo attribuire qualche responsabilità anche al presidente USA. Ma non prima.
In conclusione, ai posteri l’ardua sentenza sulle scelte di Obama in Siria. Forse saranno più magnanimi dei contemporanei.

 

Valerio Vignoli
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