Il viaggio del Papa negli Stati Uniti e a Cuba: tra evangelizzazione e diplomazia

papa fidel castroPapa Francesco incontra Fidel Casto a Cuba – Fonte: Radiovaticana.va

Denso, storico, diplomatico. Con queste tre parole si potrebbe definire e riassumere il viaggio apostolico di Papa Francesco che ha visto il Pontefice in visita a Cuba e negli Stati Uniti. Denso perché molte sono state le tematiche affrontate da Bergoglio, dalla difesa dell’ambiente – già ampiamente trattata nella Lettera Enciclica Laudato si’ – alla difesa della vita umana (proclamata a gran voce con il rifiuto della pena di morte), dalla lotta alla povertà all’importanza della famiglia come cellula primaria della società, passando inevitabilmente per la difesa dei diritti umani e per il rifiuto della guerra come soluzione delle controversie. Storico perché è stato il viaggio apostolico più lungo fin qui intrapreso da Bergoglio dall’inizio del suo Pontificato, ma anche e soprattutto perché per la prima volta nella storia un Papa ha parlato al Congresso degli Stati Uniti, per la quinta volta le Nazioni Unite hanno ospitato la massima autorità della Chiesa Cattolica e perché per la terza volta un Pontefice ha fatto visita a Cuba: in particolare questi ultimi due eventi segnano un forte tratto di continuità con i Pontificati di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, ospiti dell’ONU rispettivamente nel 1979 e 1995 per quanto riguarda Wojtyla e nel 2008 per quanto riguarda Ratzinger, protagonisti inoltre di due visite a Cuba rispettivamente nel 1998 e nel 2012. Infine diplomatico perché il viaggio è anche servito a rafforzare la distensione fra Cuba e gli Stati Uniti, che ha visto la Santa Sede come mediatrice e proprio Papa Francesco come garante di un riavvicinamento storico che Bergoglio ha definito “un segno della cultura dell’incontro e del dialogo”, favorendo un importante passo avanti nella questione relativa all’embargo imposto a Cuba dagli USA e ritenuto un grave problema dalla Santa Sede, che quest’anno celebra gli ottant’anni di relazioni diplomatiche proprio con la Repubblica di Cuba.

Dati il contesto e i contenuti della visita apostolica di Francesco si può dire che quello a Cuba e negli USA sia stato il viaggio più “politico” fin qui intrapreso da Bergoglio. Nei quattro giorni di soggiorno nell’isola dell’arcipelago caraibico l’agenda di Francesco è stata fitta di impegni, fra i quali il più importante è stato sicuramente l’incontro informale avuto con il lider maximo Fidel Castro, ormai ritiratosi da sette anni nella sua casa lasciando il potere nelle mani del fratello Raul a causa dei suoi problemi di salute. Le tematiche affrontate da Bergoglio e Fidel Castro – che tre anni fa aveva incontrato anche Benedetto XVI – sono state la salvaguardia dell’ambiente e le problematiche del mondo contemporaneo (come ad esempio la povertà): argomenti cari ai due leader tanto da rappresentare un punto di incontro fra due mondi molto diversi e che hanno portato anche ad attribuire a Bergoglio l’appellativo di “Papa comunista” da parte degli ambienti più conservatori all’interno della Chiesa, i quali lo hanno attaccato per il suo atteggiamento soft nei confronti del regime comunista. Argomento che è stato oggetto di domande nella conferenza stampa sul volo Santiago-Washington e che ha visto Bergoglio rispondere: “Non dico nulla di più di ciò che afferma la Dottrina Sociale della Chiesa, se serve che reciti il Credo sono disposto a farlo”. L’embargo prima citato è stato altro punto cardine del viaggio del Pontefice che ha anche affrontato la tematica politica dei dissidenti cubani, i quali non sono stati incontrati da Francesco in udienza ma per i quali Bergoglio ha espresso il desiderio di poterli un giorno incontrare scagliandosi anche contro l’ergastolo, definito “una pena di morte nascosta”.
Il viaggio a Cuba è stato però anche l’occasione per incontrare il popolo cubano, aspetto certamente non secondario nelle priorità di Bergoglio, che a Plaza de la Revoluciòn ha celebrato la messa davanti a mezzo milione di cubani e a una imponente gigantografia di Che Guevara fra la folla. E proprio questa è stata l’occasione per Francesco di entrare a contatto con la gente, cercando un’empatia forte e diretta attraverso queste parole pronunciate durante l’omelia: “Il servizio non è mai ideologico! No agli slogan e alle ideologie, siate piuttosto servitori degli uomini”.
Ma l’azione diplomatica di Bergoglio non si è limitata solo alla questione embargo fra Cuba e USA ma anche all’auspicio di una risoluzione pacifica del conflitto fra le Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia e il governo colombiano, con il negoziato in corso proprio a L’Avana. Diplomazia ma anche pastoralità: Francesco ha incontrato le famiglie, i consacrati e i giovani e la sua visita a Cuba porta ai Vescovi locali la speranza di maggiori mezzi di trasporto e di informazione per l’opera di evangelizzazione da parte della Chiesa grazie agli attuali buoni rapporti fra Santa Sede e regime.

Washington, New York e Philadelphia sono state invece le tre tappe del suo soggiorno negli States. Inutile dire come il discorso al Congresso e quello alle Nazioni Unite siano stati i due momenti di spicco, sia per la portata simbolica della visita di un leader religioso e politico come il Papa a due sedi istituzionali così importanti nella politica mondiale ma anche e soprattutto per i contenuti di tali discorsi. Contenuti di carattere politico ma senza dimenticare l’obiettivo primario: sensibilizzare le coscienze di chi ha un ruolo importante nella gestione del potere.
Al Congresso Francesco si è rivolto ai suoi membri parlando di “responsabilità della politica nel perseguire il bene comune” e di “attività legislativa basata sulla cura delle persone”, delineando così un ruolo ben preciso della politica nella società. E l’ha fatto citando quattro protagonisti della storia degli Stati Uniti: Abraham Lincoln, Martin Luther King, Dorothy Day e Thomas Merton, ritenuti rispettivamente simboli della lotta alla libertà, della cultura a sognare pieni diritti, della lotta alla giustizia e della cultura del dialogo. In questo senso il discorso di Francesco è stato un capolavoro di storytelling: quale modo migliore per entrare in empatia con un popolo orgoglioso come quello degli Stati Uniti se non lodandone la storia? Lincoln, King, Day e Merton sono così stati “alleati” di Bergoglio nel suo voler sensibilizzare la politica alla lotta alle ideologie, alla violenza e all’estremismo ma soprattutto nell’appello all’unità, al coraggio e all’intelligenza per risolvere le crisi economiche e geopolitiche che troppo spesso sono causa di una politica “serva dell’economia e della finanza”. La crisi siriana e le ondate migratorie sono quindi l’occasione per ribadire un concetto spesso ripetuto da Francesco: il rifiuto della cultura dello scarto e l’apertura alla solidarietà umana, tematiche alle quali aggancia un’esplicita difesa della vita, ribadendo che “ogni persona umana è dotata di una inalienabile dignità”, scagliandosi così contro la pena di morte. E in questo senso l’appello a fermare il commercio delle armi tocca un tasto dolente in un Paese come gli Stati Uniti dove le stragi per armi da fuoco sono purtroppo all’ordine del giorno e dove la legislazione a riguardo è bloccata da una singola lobby.

Concetti ribaditi anche alle Nazioni Unite dove il Papa ha invitato ad una maggiore equità decisionale per salvaguardare i Paesi più poveri auspicando la salvaguardia della divisione, limitazione e distribuzione del potere. Bergoglio ha parlato di urgenze da affrontare velocemente, riferendosi all’abuso dell’ambiente e all’esclusione sociale dei più deboli e sperando in una felice adozione dell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile e negli accordi raggiunti nella Conferenza di Parigi sul cambiamento climatico. Altri temi toccati sono stati il no alle armi nucleari (con sostegno all’accordo sul nucleare fra USA e Iran), la lotta alla corruzione e al narcotraffico, il diritto all’educazione e all’istruzione, la guerra come “negazione dei diritti e aggressione dell’ambiente”, l’importanza della Carta delle Nazioni Unite per la costruzione della pace e l’appello ad un esame di coscienza nella conduzione degli affari internazionali (riferendosi alle situazioni di conflitto in Ucraina, Siria, Iraq, Libia, Sud-Sudan e Grandi Laghi).
Ma il viaggio di Francesco negli States non si è esaurito qui: altra tappa importante è stato l’incontro interreligioso al Ground Zero Memorial dove il Papa ha recitato la Preghiera per la Pace e ha incontrato le famiglie dei soccorritori – definiti da Bergoglio “eroi” – che hanno perso la vita in quel tragico 11 settembre 2001. La messa al Madison Square Garden ha poi concluso il soggiorno nella Grande Mela ed è stata l’ennesima occasione per entrare in contatto con la gente, ricordando il diritto di cittadinanza degli immigrati e il diritto all’assistenza sanitaria.
Infine l’ultima tappa del viaggio apostolico: Philadelphia. Qui l’evento più importante è stato l’incontro con le vittime di abusi sessuali, nel corso del quale Francesco ha dichiarato: “Mi impegno all’attenta vigilanza della Chiesa per proteggere i minori e prometto che tutti i responsabili pagheranno”. Dichiarazione che ha dato un altro segno di continuità con Benedetto XVI, che nel corso del suo Pontificato aveva più volte incontrato vittime di abusi.

Concludendo si può dire che il ruolo avuto da Francesco nella mediazione fra Cuba e Stati Uniti ricorda quello avuto nella mediazione fra Israele e Palestina con l’invito in Vaticano rivolto ai leader dei due Paesi in occasione del viaggio apostolico in Terra Santa del maggio 2014. La sensazione alla fine del viaggio apostolico è che Bergoglio abbia messo in scena per la prima volta la sua vera leadership politica, rispetto ad altre occasioni dove gli incontri istituzionali erano stati forse più di circostanza.

Giuliano Martino

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