È facile smettere di fare auto se sai come farlo

Qual è il miglior modo per imparare a programmare?
Mi ripetevo questa domanda almeno due volte al giorno qualche anno fa: esistono tanti linguaggi di programmazione e, sebbene abbiano tutti la stessa logica alla base, spesso sono solo le istruzioni a differire. Essendo nuovo in ambito informatico, decisi che la miglior cosa da fare, al fine di apprendere, sarebbe stata quella di utilizzare un linguaggio “applicato”; decisi così di comprare l’Arduino Starter Kit.
All’arrivo del corriere fu subito gioia, ma la vera sorpresa fu iniziare a programmare quella scheda: ricordo ancora l’entusiasmo nel vedere il primo led acceso davanti ai miei occhi.
Nella specifico, Arduino è una piccola scheda madre dotata di un microcontrollore che consente di costruire un circuito che interagisce con l’ambiente esterno: un determinato evento che incide su un sensore, ad esempio la temperatura, genera un dato che Arduino capta e, in base alle righe di codice che sono state scritte, trasforma quel dato (in input) in una istruzione in output che consente, ad esempio, ad un led di essere acceso o spento, oppure ad un motorino di essere avviato.
 
volkswagen dieselgate
 
La logica alla base di Arduino è la stessa che è alla base del dispositivo che ha consentito alla VolksWagen di eludere i controlli che l’agenzia per l’ambiente statunitense aveva stabilito. Attraverso un software, la casa automobilistica tedesca era in grado di modificare la “mappatura” della centralina elettrica e questo avveniva quando ricorrevano alcune condizioni che non erano possibili in strada, ma solo sui banchi di prova (come ad esempio velocità nulla, angolazione ruote, giri del motore, introduzione sondino digitale nella porta diagnostica, ect). Messa in strada, invece, la vettura modificava le proprie impostazioni perché le precondizioni venivano a mancare e così non solo le prestazioni erano migliori, ma anche il rispetto della normativa sulle emissioni veniva meno. La truffa a danno dei consumatori e dei governi è stata scoperta grazie ad uno studio della West Virginia University che, condotto in strada e con le normali condizioni di utilizzo della vettura, ha permesso di fare luce su quanto accadeva su questi veicoli.
Non sappiamo se la VW sia l’unica ad adottare questo trucchetto, ma la cosa fondamentale da sapere è che la casa automobilistica tedesca ora ne sta pagando le conseguenze in borsa. Conseguenze queste che pesano anche sulla sua leadership mondiale nel settore delle quattro ruote che era stata sottratta, come i dati relativi al primo semestre del 2015 mostrano, al gruppo Toyota. Il titolo ha perso circa il 18% nella prima seduta, passando da un valore in apertura di 162,40 ad uno in chiusura di 132,20. Il danno ammonta a 15 miliardi di capitalizzazione andati in fumo nella sola seduta di lunedì 21 settembre a cui potrebbero aggiungersi 18 miliardi (di dollari) di multa che l’autorità americana potrebbe infliggere nella peggiore delle ipotesi. Gli investitori hanno continuato a punire il gruppo VW anche nella seduta di martedì, seduta che ha visto il prezzo delle azioni scendere fino a 106, bruciando ancora valore. La perdita totale in termini di capitalizzazione è stata di 24 miliardi. In sole due seduta il gruppo ha perso un terzo del suo valore.
Ma il sospetto che VW non sia l’unica ad adottare questo dispositivo ha generato panico tra gli investitori che hanno penalizzato, anche se in parte minore, altri marchi automobilistici come BMW (-6,32%), Peugeot-Citroen (-8,76%) e FCA (-6, 21).
Secondo il Die Welt, un autorevole quotidiano tedesco, il governo tedesco sapeva di questo dispositivo anche perché lo scorso 28 luglio c’era stata una interrogazione dei Verdi al ministro dei trasporti tedesco e, ad ogni modo, era già dal 2014 che negli USA i sospetti si aggiravano sullo storico marchio che, ad ogni accusa, smentiva.
Questa storia, ormai rinominata Dieselgate, ha anche dei forti riscontri politici: da una parte, paesi come la Francia ed il Regno Unito (storici costruttori di auto) sollecitano una commissione di inchiesta europea che faccia luce sulle attività del gruppo in Europa; dall’altra paesi come l’Italia, valutano se emettere un blocco alle vendite delle auto del gruppo (non solo VolksWagen, ma anche Audi,  Porsche, etc).
Questa storia ha davvero dell’incredibile, non solo se si pensa che il gruppo VW ha truffato il mondo intero vendendo circa 11 milioni di vetture truccate, ma anche perché il gruppo, come è definito dall’OCSE, è una PSOE, cioè una società che ha una componente societaria  parzialmente pubblica. Infatti, come si evince dal sito web della casa automobilistica, lo Stato di Bassa Sassonia detiene il 20% dei diritti di voto.
Ma che figura ci fanno la Germania e la cancelliera Merkel? Loro che sono stati sempre in prima linea per ridurre le emissioni in Europa! Ad ogni modo questa storia non finisce qua, anche perché, come faceva notare sempre il Die Welt, questa serie di dispositivi non sarebbero necessariamente legati ad un motore diesel o benzina e questo vuol dire che anche altre tipologie di controlli, magari legati all’industria o a qualcos’altro, potrebbero essere stati elusi.
In conclusione dico che la VolksWagen da questa storia ne uscirà di sicuro con le ossa rotte (basti pensare che ha già accantonato 6,5 miliardi per far fronte al pericolo concreto di una multa negli USA) e la Germania, dato il suo ruolo in Europa e nel gruppo automobilistico, almeno debolmente indebolita. Non credo che il gruppo cesserà di esistere (il titolo è un omaggio a tutti quelli che hanno letto il libro di Allen Carr e non hanno smesso di fumare), ma questa storia avrà serie ripercussioni sia economiche che politiche.
 
Niky Venza
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