La solitudine del reporter: intervista a Francesca Borri

“Il cinico non è adatto a questo mestiere” scriveva, ormai qualche anno fa, il reporter Rizard Kapuscinski parlando del giornalismo, quello che ti spinge in capo al mondo pur di vedere la storia accadere davanti ai propri occhi. Una volta si chiamava viaggiatore, poi reporter, oggi freelance ed è una vita fatta di spostamenti continui, incontri con persone di ogni genere, scadenze da rispettare, senza ferie, riposi o garanzie. Il pianeta è tristemente costellato di conflitti, alcuni proprio alle porte dell’Europa. Parliamo di Siria ed Ucraina, due tragedie raccontate da Francesca Borri, giornalista freelance che, dopo gli studi in relazioni internazionali, ha lavorato nei Balcani, prima, e in Medio Oriente come specialista in diritti umani. Qualche settimana fa abbiamo parlato del suo ultimo libro La guerra dentro, e proprio dall’esperienza in Siria vogliamo avviare questa intervista.

aleppo Syria baby
Un’immagine di Aleppo, Siria | Credits: Francesca Borri
Hai visto su Time le foto di Alessio Romenzi, e hai deciso di andare a raccontare la Siria. Fino a trarne un libro, La guerra dentro. Ma cosa ti spinge a tornare, a continuare a tornare, anche adesso che è così pericoloso? Adesso che i giornalisti vengono sequestrati e decapitati?
Quattro anni fa, ai tempi delle prime manifestazioni contro Assad, nessuno si aspettava una guerra simile. 300mila morti. 4 milioni di rifugiati. Siamo arrivati per un reportage da aggiungere a quelli sull’Egitto, sulla Tunisia. Sulla caduta di Gheddafi. E invece quel reportage non è mai finito. Ogni volta pensi che hai toccato il fondo, che hai visto cose che non vedrai in nessuna altra guerra. Ogni volta ti dici: Basta, non torno più. E invece torni sempre. Perché il problema, come scrive Arundhati Roy, è che una volta che hai visto, non puoi più non vedere. Qualunque sia la tua scelta, poi, tacere, o all’opposto, parlare, agire, anche solo nel tuo piccolo – una volta che hai visto sei responsabile. In guerra nessuno è innocente. Nessuno è immune. E quindi alla fine torni. Torni sempre.
Leggendo il tuo libro, e non solo, si percepisce una forte carica emotiva. Quale sentimento, secondo te, caratterizza più di ogni altro quello che scrivi?
La solitudine. I siriani sono morti di tutte le morti possibili, di bombe, di fame, di freddo, di gas – di mare, annegati nel nostro Mediterraneo: e non è mai importato niente a nessuno. E non è che è indifferente solo chi è lontano. Mi è capitato tre volte di trovarmi sotto bombardamento davanti a una frontiera chiusa: che è rimasta chiusa. I poliziotti erano lì, dall’altra parte del filo spinato, a guardarci: e non hanno aperto. Mesi di Siria, e non ti arriva mezza mail da un amico che ti chieda semplicemente: Come stai. Mai. Per mesi. Da giornalista di guerra, pensano sempre che sei traumatizzata, che hai bisogno di uno psicologo. Lo psicologo è urgente, sì: ma non per me.
Hai ripetuto più volte che la Siria non è “il paese del male”. Non è solo morte e sofferenza. Cosa altro è? Cosa ti colpisce, in positivo, della Siria?
Le manifestazioni del venerdì. La dignità, il coraggio. Ad Aleppo, l’ultima volta, grandinavano barili esplosivi, era un continuo, elicotteri, aerei, di tutto: ma era venerdì, e i siriani, immancabili, erano tutti lì. In corteo. L’unica differenza è che all’inizio le manifestazioni erano solo contro Assad: ora sono contro Assad e contro gli islamisti. Puoi bombardarli, puoi torturarli, gassificarli: ma la determinazione dei siriani a essere liberi è intatta. Come i ventenni africani. Guarda quanti ostacoli superano per raggiungere l’Europa. Una vita migliore. E pensa la nostra generazione, invece. Pensa cosa non siamo capaci di fare, emarginati, umiliati da un sistema economico e sociale che non ha spazio per noi. Ma noi zitti, a testa china. Ad accontentarci di briciole di vita. Stare tra i siriani, per me, è un onore.

Kobane
La distruzione della città di Kobane | Credits: Francesca Borri
Nel libro non esiti a definire la copertura giornalistica della Siria un fallimento. Pensi che i media, i principali, se non altro, siano consapevoli di questo fallimento?
No. E non saranno mai consapevoli di niente fino a quando racconteranno il mondo chiusi in redazione. Pensano che il mondo sia dentro internet. Che da internet si possa sapere, capire tutto. La cosa che mi fa più male, in questo mestiere, è che vedi le cose mentre accadono – nel senso: mentre hanno ancora una dimensione gestibile: ma non ti ascolta nessuno. Perché a Roma, a Londra, sono tutti concentrati sul dramma del giorno. Abbiamo incontrato i primi jihadisti stranieri tre anni fa: ma sono finiti sui giornali solo quando avevano ormai fondato il califfato. Fino a quando uno non viene decapitato, fino a quando non c’è il sangue, i morti, i cadaveri nel Mediterraneo impigliati nelle reti insieme ai tonni, non è una notizia. Ed è la cosa più difficile. Il rimorso, il senso di colpa che più ti consuma: vedi le cose quando ancora potrebbero essere cambiate. Le guerre – quando ancora potrebbero essere fermate. 
La guerra in Siria ti è sembrata dall’inizio “una guerra complicata”. A che punto è oggi, tra i crimini di Assad, il califfato degli islamisti, e centinaia di migliaia di profughi?
Era una rivoluzione, è diventata una guerra: ora è più guerre. La guerra di Assad, la guerra dell’ISIS, ma anche la guerra dei ribelli, ancora, i ribelli laici, e la guerra dei curdi. Più la nostra guerra. Al momento, su Siria e Iraq sfrecciano caccia di 13 paesi. Ognuno con i suoi obiettivi. L’Iran, per esempio, bombarda l’Iraq, ma non la Siria, Israele bombarda la Siria ma non l’Iraq, mentre la Siria, Assad, invece che i combattenti, bombarda i civili. L’Arabia Saudita bombarda lo Yemen, intanto, l’Egitto bombarda la Libia, Israele bombarda il Sudan. La Turchia bombarda i curdi. E se non capisci neppure da chi vieni ucciso, figuriamoci se puoi capire perché. E quindi, hai detto bene: il regime di Assad, il regime dell’ISIS, ma soprattutto, centinaia di migliaia di profughi. La guerra di Siria non è più la guerra dei siriani. E anche tra quelli che sono ancora in Siria: chiunque incontri, sia un sostenitore di Assad o dei ribelli, o degli islamisti, ormai per tutti non è che la scelta del male minore. E non solo non è più la guerra dei siriani: non è più la guerra di Siria. Ho iniziato occupandomi di Siria. Poi di Siria e Iraq. Oggi mi occupo di Siria, Iraq e Turchia. Il prossimo sarà il Libano.

La reporter al lavoro in Ucraina | Credits: Francesca Borri
Sei appena rientrata dall’Ucraina. A che punto è invece il Donbass?
Il Donbass è la guerra più inutile in cui mi sono mai ritrovata. E più esattamente: non è una guerra. In Ucraina non si è mai avuto uno scontro tra est e ovest. Nessuno è mai stato attaccato per la sua religione o la sua etnia. Il Donbass non è che un’operazione di destabilizzazione architettata da Putin per bloccare le riforme, bloccare Maidan, e impedire l’inserimento di Kiev nell’orbita europea. E soprattutto: per impedire che anche la Piazza Rossa, un giorno, diventi una piazza Maidan. L’Ucraina è un’altra Abkhazia, non è un’altra Bosnia. Le tracce della Russia sono infinite. Immagini satellitari di carrarmati che attraversano la frontiera, analisi balistiche. O anche solo di Facebook: le foto dei funerali dei soldati caduti al fronte. Non nego i problemi dell’Ucraina, gli errori di Kiev, i crimini dei fascisti dell’ultradestra: la morsa degli oligarchi – ma questa, no, non è una guerra. Questa è la pace secondo Putin.
Una volta hai detto che “guerra” ti sembra la parola che i giornalisti di guerra usano più a sproposito.
Gaza | Credits: Francesca Borri

Come quelli che dicono: la guerra di Gaza. Quella di Gaza non è stata una guerra: è stata un’aggressione. Per il diritto internazionale, Gaza è sotto occupazione. Si applicano le Convenzioni di Ginevra: il diritto di guerra, appunto, perché la guerra, a Gaza, c’è già. C’è sempre. Da sessant’anni. Non è una questione semantica, ma giuridica: cambiano non solo le parole, ma le norme in vigore. Sono in Grecia, ora. E non sono tra i migranti: sono tra i profughi. Cambiano non solo i nostri poteri, ma anche, soprattutto, i nostri doveri. 

Perché tu, in realtà, sei allieva di Antonio Cassese, primo presidente del tribunale dell’Aja. E in Medio Oriente sei arrivata come specialista di diritti umani. Perché hai deciso di dedicarti al giornalismo?
Perché non ha senso difendere i diritti umani in Afghanistan se poi non sei capace di difenderli a casa tua: e un giorno ho deciso di raccontare l’Ilva di Taranto. Perché le guerre, alla fine, non sono solo quelle con missili e carrarmati – quelle sono solo le guerre più facili da vedere. E a Taranto, senza le inchieste di tanti di noi, non avremmo mai avuto le inchieste della magistratura. La parola non descrive: crea. Le cose esistono solo quando vengono raccontate. E solo quando esistono possono essere cambiate. E quindi poi sono tornata in Medio Oriente: ma da giornalista.

E sì, piccola domanda auto-referenziale: che consigli a un giovane che voglia diventare un giornalista?
 
Non stare al traino delle notizie in prima pagina. Non catapultarti dove le cose accadono, turista di guerre e alluvioni e catastrofi sparse: stai al traino della tua curiosità, della sensibilità, dell’attenzione per il mondo e chi lo abita – le cose non accadono: sei tu a farle accadere, con il tuo sguardo. Con la tua parola. Come diceva Tiziano Terzani: la miniera è sempre dove si è, basta scavare. E soprattutto: stai dentro le tue storie. Un reportage non è solo una finestra sul mondo: è insieme una finestra e uno specchio. Il punto non è tu cosa hai da dire su questa storia, ma questa storia cosa ha da dire di te. Perché se non dice niente a te, come potrà mai dire qualcosa ai lettori? 
 
Angela Caporale – Giuliano Martino

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