Patrick Leigh Fermor, "Tempo di regali", "Tra i boschi e l’acqua", "La strada interrotta"

Mi ha sempre colpito molto sapere che una buona fetta della mia piovosa regione non invia la sua acqua al vicino Adriatico, via Tagliamento o Isonzo, o chissà quali altri fiumi. No, per uno strano gioco topografico c’è una parte di Italia la cui acqua, tramite tortuosissime vie fluviali, confluisce nell’incredibilmente lontano Mar Nero. Se seguissimo una piccola molecola d’acqua da quando cade sotto forma di pioggia non lontano da casa mia, la vedremmo scendere dalle Alpi Giulie, inabissandosi in voragini carsiche e riemergendo a formare lo Slizza/Gailitz/Slize/Ziljica, che nei pressi di Arnoldstein/Oristagno/Oristagn/Podklošter confluisce nel Gail/Zilja/Zeglia e poi nella grande Drava/Drau/Dráva, che –sorpresa!– è il più lungo fiume con la sorgente in Italia (nasce in Alto Adige/Südtirol, nei pressi di Dobbiaco/Toblach). La nostra molecola d’acqua che stiamo seguendo finisce poi, a monte di Novi Sad/Újvidék/Neusatz, tra Croazia e Serbia, nell’imponente Danubio/Donau/Duna/Dunaj/Dunav/Дунай/Dunărea, ma le avanzano ancora un migliaio di chilometri prima di sbucare finalmente nel lontano Mar Nero. Una bella strada, dal piovoso Friuli.
Ivan Aivazovsky, The Shipwreck on Black Sea (1873)
La confusione linguistica qui sopra coinvolge 12 idiomi diversi (italiano, friulano, sloveno, tedesco, slovacco, ungherese, croato, serbo, bulgaro, rumeno, moldavo, ucraino), che comprendono lingue latine, germaniche, slave e uraliche, e dà una buona approssimazione di quanti confini attraversino Danubio and friends nei loro percorsi dalla Foresta Nera fino al delta sul Mar Nero (da Nero a Nero, ci ho fatto caso solo ora!).
Tutte le storie di confine sono storie di lingue. Idiomi completamente diversi convivono in fazzoletti di terra a volte non più grandi di un villaggio, nella più chiara e lampante dimostrazione di come la storia possa farsi geografia. Questi tre libri, che costituiscono un unico grande romanzo, sono per quanto mi riguarda la più grande e affascinante illustrazione di questo incredibile fenomeno.

Londra, dicembre 1933. Un complicato ragazzo di 18 anni, Patrick “Paddy” Fermor, stanco di un’esistenza regolare e ordinaria, decide per un’improvvisa svolta nella sua vita: raggiungere a piedi Costantinopoli, attraversando completamente l’Europa nel suo cuore pulsante, per giungere all’antica capitale bizantina, sulle soglie della lontanissima Asia. Attraversa una frontiera marittima e sette terrestri, muovendosi con traghetti, chiatte, furgoni, auto, in treno, a cavallo, ma per lo più a piedi, in un viaggio lungo più di un anno. Assurdo, a pensarci oggi. Forse più assurdo a pensarci allora: eppure trova il coraggio di lasciarsi andare alla più romanzesca delle avventure, convinto, sulle orme dei classici che legge avidamente (porta con sé, oltre a un ridotto equipaggiamento, un’edizione delle Odi di Orazio e una copia dell’Oxford Book of English Verse), che fare esperienza del mondo sia il modo migliore per viverci. 

 

Patrick Leigh Fermor al monastero di Rila, Bulgaria (autunno 1934)
Da Londra si imbarca per Rotterdam, risalendo sotto la neve il Reno fino a Mannheim, deviando da qui verso Ulm e incrociando per la prima volta il Danubio, lungo il quale proseguirà dritto verso Vienna (“a est di Vienna inizia l’Oriente!”), la grande capitale del vecchio impero, ormai in decadenza e in bilico sull’orlo dell’anschluss. Dopo una breve deviazione ferroviaria verso Brno e Praga, lo vediamo entrare in Ungheria la vigilia di Pasqua, attraverso lo spettacolare ponte di Esztergom sul Danubio, tra i festosi rintocchi delle campane a festa e i voli delle cicogne di ritorno dall’Africa.
Prosegue verso Budapest, inoltrandosi poi a cavallo nella puszta, la grande pianura ungherese, fino a entrare in Romania presso Arad. Da qui prosegue verso la Transilvania, abitata per lo più da ungheresi ma politicamente soggetta, ora come allora, alla Romania. Girovaga tre mesi, tutta l’estate del 1934, percorrendo in lungo e in largo la Transilvania con due amici, dopodiché sente il richiamo dell’Asia e si rimette in marcia, attraversando il Danubio verso la Bulgaria nei pressi delle Porte di Ferro, la grande gola formata dal fiume attraverso le montagne, dividendo i Carpazi dai Balcani.
Si dirige quindi verso Sofia, per poi tornare sui suoi passi e rientrare in Romania per visitare Bucarest e poi sconfinare di nuovo arrivando a Varna, finalmente sul Mar Nero. Da lì prosegue verso sud lungo la costa fino ad arrivare all’agognata Costantinopoli. 
Ultimo romanzo della trilogia.
Qui occorre una piccola precisazione: la trilogia spezza il viaggio in tre tranches ben distinte. Da Londra al ponte di Esztergom; da Esztergom alle Porte di Ferro; dalle Porte di Ferro a Costantinopoli. I primi due libri (Tempo di regali e Tra i boschi e l’acqua) sono stati scritti molti anni dopo il viaggio, e pubblicati dall’autore rispettivamente nel 1977 e 1986. L’ultimo della trilogia, invece, non è stato rivisto da Fermor a causa della sua morte, e quindi è rimasto allo stato di abbozzo, con inserti direttamente tratti dal suo diario di viaggio: leggendoli tutti e tre la disparità di stile è piuttosto evidente. Inoltre nel terzo volume è inserito anche il seguito del viaggio di Fermor, che non si fermò a Costantinopoli ma si diresse, dopo pochi giorni passati in città, verso l’arcana repubblica monastica del Monte Athos, in Grecia, attraversandola completamente.
Fermor visse in Grecia tutta la sua vita, nel minuscolo villaggio di Kardamili, nel “dito” centrale del Peloponneso, rendendosi anche protagonista di un curioso episodio della resistenza greca: fu a capo del gruppo di partigiani che a Creta sequestrò il generale tedesco Heinrich Kreipe nel 1944. Kreipe, condotto dal commando fino sul monte Ida (il mitologico luogo di nascita di Zeus), colpito dallo spettacolo dell’alba sulla montagna innevata, recita ad alta voce la prima strofa dell’ode di Orazio che inizia con “Vides ut alta stet nive candidum / Soracte” (Odi I, 9; “Vedi come si eleva candido per l’alta neve il monte Soratte”), a cui Fermor risponde con le restanti strofe. Kreipe mormora “Ach so, Herr Major!”: sarà l’inizio forse non di un’amicizia, ma per lo meno di una stima rispettosa tra due uomini che, non fosse stato per le circostanze, sarebbero sicuramente stati affini. Lo dimostra il video di una trasmissione greca del 1972 che testimonia i cordiali rapporti tra i due.  

  

Ci sono scrittori che piacciono, scrittori che si ammirano e scrittori che si amano. Ecco, io amo Patrick Fermor. Per la sua raffinatezza, per il suo spirito di iniziativa, per il suo umorismo così deliziosamente poco invasivo, e anche – perché no? – per le sue digressioni sulla pittura cinquecentesca in Baviera. Tre libri perfetti per i sognatori, per gli appassionati di storia, di cartografia, e soprattutto di linguistica. Per i cultori del vivere lento, della libertà di scelta e della buona letteratura.

Alessio Venier

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