Una voce dal limbo: Sam racconta il suo viaggio verso l’Europa

A_to_B_project, da A a B, da un punto all’altro, come siamo abituati a chiedere indicazioni a Tom Tom e Google maps. Basta posizionarsi davanti ad un computer, digitare due indirizzi ed è fatta. Chiunque può essere un punto di partenza, chiunque può essere un punto di arrivo, ma non per tutti il percorso è libero. Ecco, questa volta si tratta di un percorso diverso da quelli che siamo abituati a percorrere.
Diverso è il punto di partenza, la Siria, prima, e la Turchia, per la precisione Bodrum a circa 23 km in linea d’aria dalla costa dell’isola di Kos. Diversa è la meta: la Grecia e poi chissà, Germania, Svezia… Europa. In una sola parola: futuro.
Diverso è l’autore di questo viaggio, Sam, 26 anni, siriano.
Diverso è anche il modo grazie al quale conosciamo questa storia. Lei, la voce di Sam, è una ragazza italiana. Come potrebbe capitare a tutti noi, ha scaricato WeChat per chiacchierare con gli amici, annoiandosi ha provato la funzione “Agita” e così è cominciato tutto. Nella chat si sono incontrati il bisogno di raccontare e la profonda esigenza di capire davvero. Sui giornali leggiamo tutti i giorni notizie sui migranti, siamo abituati a lasciarci scorrere davanti anche le immagini più crude, ma come reagiamo di fronte alla voce, una voce viva, di un viaggio ancora sospeso tra A e B, tra la vita e la morte?
 
La distanza che separa Bodrum, Turchia, da Kos, Europa
Sam è un ragazzo, in Siria studiava Tourism Management a Damasco, ma non ha potuto laurearsi a causa della guerra civile che ormai da quattro anni sta martoriando il Paese. Un conflitto intricato e complesso, raccontato tra gli altri da Francesca Borri, che ha costretto più di quattro milioni di siriani a lasciare le loro case perché la Siria, oggi, non è un posto sicuro per nessuno. Sam è uno tra i milioni di profughi e ha scelto di scappare così perché non gli sembra ci sia un’alternativa, si sente lasciato in balìa dei trafficanti di uomini. Non fa che confermare una fortissima mancanza da parte dell’Unione Europea: l’assenza di una via legale per richiedenti asilo e rifugiati per raggiungere il Vecchio Continente. Sam ci ha provato: ha inviato application per università e borse di studio, ha richiesto visti turistici, ma anche quando un’università tedesca l’aveva finalmente accettato, la burocrazia ha vanificato tutti gli sforzi fatti.
Eppure la maggior parte dei siriani che arrivano in Europa non hanno difficoltà ad ottenere una forma di protezione internazionale, proprio in questi giorni la Germania ha deciso di sospendere il regolamento di Dublino per facilitare il riconoscimento della protezione internazionale ai siriani. Per la stessa ragione da anni, ormai, le principali associazioni ed organizzazioni attive nel settore palesano la necessità di creare dei veri e propri corridoi umanitari che, partendo dai campi di Turchia, Giordania, Libano, tolgano tanti essere umani dalle mani dei criminali. Una richiesta a cui i governi continuano ad essere sordi, mentre nel Canale di Sicilia si continua a morire.
Così come ha lasciato l’università per non essere costretto a prendere parte alla guerra che fosse con il Free Syrian Army o con l’esercito degli Assad, Sam è scappato da casa per approdare in Turchia. Si è fermato una manciata di giorni a Bodrum, insieme ad altri siriani come lui, nell’attesa del proprio turno per imbarcarsi. Nel frattempo affida ai messaggi vocali il suo punto di vista sulla situazione nel suo Paese d’origine dove tutti combattono per l’Islam e non sembra esserci scampo. In sottofondo si sente un bambino piccolo piagnucolare, qualche risata. 
Bodrum

Le giornate sono scandite dall’incertezza. Il primo viaggio è stato annullato, ma per Sam e altri quattro compagni di viaggio non c’è altro posto dove andare, gli hotel sono cari e vogliono preservare tutto quello che hanno per la loro nuova vita in Europa. Restano al punto di ritrovo, aspettano. Aspettano che il trafficante risponda al telefono. Aspettano che ci sia la possibilità di partire. “Sto seduto qua e non ho idea di cosa succederà poi.”.

Ha deciso di raccontare la sua storia ad una ragazza italiana, di affidare i suoi pensieri ad una manciata di messaggi vocali non per protagonismo, ma seguendo l’istinto che dice di denunciare quello che accade davanti ai suoi occhi: “Do queste informazioni perché siano usate contro chi sfrutta questa situazione. Ho nomi, numeri di telefono, location… non sono un promoter dei trafficanti, anzi tutto il contrario.” 
E’ la mancanza di alternative legali, appunto, che l’ha portato e ha portato tantissimi come Sam a rivolgersi ai trafficanti. E, ora, ad attendere che venga il proprio turno di prendere il mare. E dopo?

Già, cosa succederà poi ad S., una vita in sospeso tra tante. E se arrivasse davvero a Kos? Proprio sull’isola greca dove la polizia non più tardi di qualche giorno fa ha caricato i migranti con estintori e manganelli. La stessa isola dove le scorte di acqua e medicinali non sono sufficienti per tutti i settemila migranti che si trovano lì, soprattutto siriani ed afgani. 
E poi? Per i più fortunati c’è Atene dove sono state più volte denunciate le mancanze e i limiti dei centri di accoglienza. Dopo ancora il viaggio si bloccherà a Gevgelija, al confine tra Macedonia e Grecia dove centinaia di persone si accalcano alla stazione per salire sui treni che portano in Serbia. Una vera corsa contro il tempo, prima che l’inumano muro voluto tra premier ungherese Orban diventi realtà a sbarrare il passaggio verso l’Ungheria. Il muro non è altro che una recinzione alta 4 metri e lunga 175 km che sarà completato entro il mese di novembre. 
E’ davvero questo quello che siamo capace di offrire a Sam? E’ questo ciò che si può definire “accoglienza”, sostegno, solidarietà? Sam è uno come tanti, non conosciamo il sul volto, non conosciamo tutta la sua storia, non sappiamo nemmeno cosa sarà di lui. Però S. è una voce che, grazie a WeChat e all’empatia di una persona, ci racconta quello che vede. Senza pretese di verità, senza sforzi retorici. Lasciando ogni riflessione a chi legge, a chi ascolta, a chi non vuole stare nascosto dietro un muro di filo spinato.
 

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