Morto un mullah, non è detto che se ne faccia un altro

Il 29 luglio un funzionario afgano riferisce a 1TVNEWS della morte del mullah Omar. 
La notizia fa rapidamente il giro del mondo ma non viene presa subito sul serio, infatti già in altre occasioni il leader talebano era stato dato per morto. Però in passato, alle voci sul destino del mullah seguivano sempre rapide smentite da parte dei talebani e d’altronde il personaggio era ormai divenuto una figura sempre più marginale nel variegato mondo del terrorismo islamico, in parte per la segretezza che circondava ogni sua mossa, in parte per l’emergere di nuovi gruppi fondamentalisti completamente diversi rispetto al passato (più aggressivi, con mire espansionistiche che oltrepassavano i confini tracciati dai colonizzatori occidentali, capaci di destreggiarsi abilmente tra i più diversi mezzi di comunicazione, ecc.), come ad esempio Daesh (Ad dawla al islamiya fi ‘Iraq wa Shem, l’acronimo arabo di ISIS (Islamic State of Iraq and the Levant). Ma questa volta c’è qualcosa di diverso. Questa volta alla voce del singolo funzionario si unisce una dichiarazione ufficiale del governo afgano. Poi del portavoce della Casa Bianca. Infine il giorno dopo, il 30 luglio, sono gli stessi talebani a dover confermare la notizia.

 

Come per la sua vita, anche sulla morte di Mohammed Omar – questo il vero nome della guida dei talebani – aleggia un pesante alone di mistero. Nelle prime ore dalla diffusione della notizia del decesso si è parlato di un’uccisione, facendo presupporre uno scontro violento, forse da parte di altre formazioni di insurgents rivali, o magari un raid aereo statunitense che ha centrato un obbiettivo così importante senza saperlo. In seguito ha prevalso la pista della malattia che poi verrà specificata in tubercolosi (una specie di ironica ripicca da parte del destino, dato che proprio i talebani hanno sempre ferocemente combattuto le campagne di vaccinazione nei territori da loro controllati). 
 
Anche sulla data precisa della scomparsa grava una certa qual vaghezza anche se poi si è deciso di fissarla ad aprile 2013. 
 
Mullah Omar


 Come è stato possibile far passare tutti questi anni senza avere notizie di un personaggio politico e militare così importante? Il Mullah Omar era sparito dalla scena mondiale da più di un decennio, da quando, cioè, gli Stati Uniti di G. W. Bush avevano dato il via all’operazione Enduring Freedom (era il 7 ottobre 2001) in Afghanistan, piegata rapidamente la resistenza del movimento talebano e messo in fuga il suo leader. 

Un leader che già in passato si era rivelato un avversario particolarmente coriaceo. Combatte contro l’invasione sovietica del suo paese per quattro anni restando ferito altrettante volte, una delle quali all’occhio destro che – colpito da una scheggia di una bomba russa – lo lascia irrimediabilmente guercio. Poi, nel 1994, prende le armi contro i rapaci signori della guerra (ma anche contro le molte minoranze che popolano il paese) fondando il movimento talebano che in pochi anni conquista i tre quarti dell’Afghanistan e tramutando il paese in un Emirato islamico e se stesso nell’Amir-ul Momineen (cioè il “Comandante dei fedeli”, un titolo che dovrebbe ergerlo alla guida di tutti i musulmani). Un leader particolarmente coriaceo, si diceva: una caratteristica riconfermata anche in occasione della già citata fuga attraverso le sue terre che, si narra, sia avvenuta a bordo di una moto, mentre gli USA gli scatenavano addosso le loro forze speciali. 
 
L’intervento straniero dei primi anni 2000 ovviamente costringe il mullah Omar ad accentuare la già forte riservatezza con cui conduce tutti gli affari della sua vita. Infatti da allora le apparizioni in pubblico si azzerano, la comunicazione con l’esterno è limitata a pochi messaggi audio, occasionali e di dubbia autenticità. Questi “pizzini” venivano spesso filtrati da un comandante talebano di alto livello, mullah Akhtar Mohammed Mansour, compagno di lotte di Omar fin dai tempi dell’invasione sovietica che, sempre grazie al comandante dei talebani, divenne Ministro dell’Aviazione civile durante l’effimera esperienza dell’Emirato. Ed è stato proprio lui, il 31 luglio scorso, ad assumere il ruolo di nuova guida suprema del movimento. 
 
Invasione statunitense dell’Afghanistan
E ora? L’elezione di Mansour ci può ridare una sorta di solida e logica coerenza? Possiamo già inserire nella nostra lista dei most wanted un nuovo, truce nemico pubblico numero uno? Si può dunque ricominciare con le intercettazioni, i pedinamenti, le incursioni aeree e i raid delle forze speciali? 
La notizia della morte del Comandate dei fedeli e della scelta del suo successore hanno avuto l’effetto di un colpo ben assestato ad un nido di vespe già in tumulto. 
Il movimento talebano difatti non deve essere considerato un monolite compatto e coeso dietro al suo capo. Sono presenti numerose divisioni al suo interno, divisioni riemerse in occasione dei colloqui di pace (fra un’ala più disposta a dialogare con Kabul e un gruppo di comandanti militari che combattono sul campo che osteggia i negoziati) e anche al momento dell’elezione di Mansour. Difatti, sebbene il nuovo leader fin dal suo “discorso di insediamento” avesse richiamato i suoi compagni all’unità non pochi talebani di alto grado hanno contestato non solo le modalità con cui è stato eletto (non sarebbe stata convocata una shura, cioè un consiglio dei principali membri del movimento che avrebbe dovuto indicare il nuovo leader), ma hanno anche rinfacciato a Mansour il dialogo aperto col governo afgano, arrivando ad accusare il mullah di essere in realtà manovrato da Islamabad. In questo frangente, un altro punto interrogativo da non sottovalutare è la famiglia dell’ex capo supremo. Il cui figlio Yaqub – spalleggiato da altri membri dell’élite talebana – ha negato apertamente l’autorità del neoeletto, cercando a sua volta di imporsi come alternativa al comando. Pochi giorni dopo, il 4 agosto, trapelano alcune voci sull’uccisione di Yaqub, poi rapidamente smentite per far posto alla notizia della sua incarcerazione su ordine di Mansour che evidentemente percepisce come fin troppo minacciose le pretese del figlio maggiore del suo vecchio mentore. 
 
Un altro elemento di cui tenere conto in questo quadro così intricato è il già citato ruolo del Pakistan nelle vicende afghane. Si tratta infatti del paese dove fuggì il mullah Omar all’indomani dell’invasione americana, i cui servizi segreti hanno sostenuto pesantemente i talebani e molte altre reti terroristiche e che storicamente ha sempre cercato di influenzare la politica interna del vicino Afghanistan. E sempre qui – per la precisione in un ospedale di Karachi – sarebbe deceduta la guida suprema dei talebani. Sebbene i recenti accordi di cooperazione siglati tra le agenzie di sicurezza dei due paesi permangono molti dubbi sull’operato e le reali intenzioni degli 007 pakistani e dei loro colleghi militari e lo stesso memorandum ha sollevato non poche critiche anche nel Parlamento afgano.
La notizia della scomparsa del mullah Omar ha assestato un duro colpo anche ai colloqui di pace che da tempo e fra mille difficoltà venivano portati avanti da Mansour stesso e dagli emissari del governo di Kabul. Proprio il 31 luglio, vicino a Islamabad, doveva iniziare il second round di negoziati che sono stati prima rinviati e poi rinnegati dal nuovo comandante dei guerriglieri, forse in un estremo tentativo di riguadagnare consenso agli occhi dell’ala più oltranzista del movimento subito dopo la sua nomina. 
 
Mullah Mansour
Alla luce dei tanti problemi qui evidenziati sorge legittimamente più di un interrogativo sul futuro della regione. Per quanto sia difficile fare previsioni accurate è innegabile che il mullah Omar, da vivo (o supposto tale) era una figura ampiamente rispettata dai suoi uomini e altrettanto temuta dai suoi nemici. Egli ha rappresentato un punto unificante per il movimento talebano trascendendo a volte nel mito per le sue gesta e la sua inafferrabilità. Ma proprio questa condizione di “auto-recluso” impostagli dalle circostanze e dal suo stesso carattere, ha impedito che all’esterno filtrassero delle indicazioni più o meno ufficiali sul futuro del movimento e le sue preferenze per un successore. 
Un altro serio problema è costituito dalla crescente influenza dell’ISIS anche all’interno del “giardino di casa” dei talebani, influenza tale da poter provocare uno sbandamento prolungato e consistente tra le fila del movimento terroristico afgano, fino a soppiantarlo anche in queste stesse aree. 
Inoltre quali conseguenze avranno i conflitti interni al movimento sulle recenti conquiste talebane in molte parti del territorio afgano? Le forze di sicurezza afgana e gli alleati occidentali saranno in grado di approfittare della situazione attuale per riprendere il controllo dei distretti caduti in mano nemiche?
Di sicuro c’è soltanto che i talebani, per la prima volta posti di fronte al dilemma della nomina di un successore in grado di guidarli, non sembrano capaci di gestire questa nuova situazione, che potrebbe deteriorarsi ulteriormente trascinando l’intera regione in un’altra spirale di terrore e violenza. Una riedizione moderna dello scontro fra i mujaheddin a seguito del ritiro dei sovietici, nel 1989, caos dal quale – ironia della storia e dei suoi eterni ritorni – emerse il mullah Omar coi suoi barbuti guerrieri fanatici.


Marco Colombo

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