L’abisso che guarda dentro di te: a Nick Cave per la morte del figlio


Arthur, il figlio quindicenne dell’artista rock Nick Cave, è morto il 14 luglio 2015 cadendo da una scogliera a Brighton, per cause accidentali e da chiarire. 
Muore un sacco di gente nel mondo e per motivi molto più seri di questo. Ora che l’ho detto e ricordato, posso parlare serenamente di questa cosa.
 
Arthur, Nick, Earl Cave.
Come chi segue il SundayUp forse ricorderà, ho una antica passione per Nick Cave in quanto artista e in quanto uomo, trovando oggettivamente difficile separare i due aspetti. Come diversi milioni di persone a questo punto, probabilmente. E le vicende della mia vita, grazie al cielo (e l’avrei detto anche prima di oggi), non sono quasi mai riconducibili a quelle narrate nei racconti di Cave, in gran parte catastrofici e malati. Chi conosce la sua storia, saprà perché è giusto sentirsi vicini a lui dopo un evento del genere e non solo l’ennesimo effetto psicologico dell’isteria da social network e dello star system. 
 
Nick Cave, specie con l’ultimo bel film a opera di Iain Forsyth e Jane Pollard 20,000 Days on Earth (full streaming), si era, una volta di più, messo a nudo – con tanto di seduta dallo psicanalista – in una cosa a metà fra un documentario e una narrazione costruita riguardo la sua storia negli ultimi anni. Fra le tante immagini scelte per il lancio del film, c’era anche la scena in cui Cave rappresentava la “serata del film sconveniente” (già precedentemente rivelata in alcune interviste, vedi foto sopra), una piccola abitudine familiare di condivisione coi figli, che non poteva che suscitare tenerezza nei vecchi fan dell’oscuro Re Inchiostro, in quanto pienamente rappresentativa della sua ultima incarnazione. Invecchiando, Nick, dopo un paio di dischi interlocutori, ha inaugurato una fase della sua carriera adeguata al suo nuovo status esistenziale: agé, con alcune rughe in più e senza nessuna paura di tingere di nero corvino i suoi lunghi capelli a dispetto della fronte sempre più alta, trasformando le storie di maledizione e perdizione in racconti divertiti e ammiccanti, peculiarmente riflessivi e ironici – tendenza a dire il vero invertita con l’ultimo, sorprendente, Push the Sky Away, dove però la riflessività e l’inquietudine hanno assunto toni più pacati, normalizzati; forse introversi.
 
L’ultima volta che ho letto il noto motto, incredibilmente meta-autoavverante, di Nietzsche rispetto al fatto che chi lotta contro i mostri deve fare attenzione a non diventare lui stesso un mostro, perché se fisserà a lungo in un abisso, anche l’abisso vorrà guardare dentro di lui, era pochi giorni fa in un’intervista del dimissionario Varoufakis rispetto a una eventuale uscita dall’Euro della Grecia. Ebbene, in poche semplici parole, chiunque conosca la produzione di Nick Cave sa che lui, con l’abisso, non solo si è scambiato diecimila sguardi, ma ci ha parlato a muso duro, ci ha fatto sesso ed è tornato sulle sue tracce, in una specie di fuga e caccia in cui i ruoli non sono chiaramente assegnati. Come ho già detto, qualche anno fa si era dato finalmente pace, per come veniva dipinto dalle varie interviste rilasciate e per come era apparso in 20,000 Days on Earth. O, per lo meno, lui e il suo diavolo avevano accumulato la stessa quantità di stanchezza e di artrite, tali da far nascere la necessità di stabilire un gentlemen’s agreement d’altri tempi: si sarebbero ancora rincorsi, ma restando in poltrona, con rigidi orari d’ufficio e senza sbraitare troppo. 
 
Arthur Cave, 2000-2015.
L’album And No More Shall We Part del 2001 contiene una ballata un po’ (molto) manierista, ma senz’altro piena, come avrebbe detto lo stesso Nick, di duende, citando García Lorca. C’è l’inquietudine, la consapevolezza che quel demone ha solo trovato altre strade, ma non ha per nulla abdicato alla sua cieca missione di dolore. Tutto è a posto, tutto è sotto controllo, ma una premonizione spinge la voce verso il proprio destino, di cui contestualmente chiede ragione, pateticamente, in una domanda che non può che suonare retorica, alla divinità. (leggi)
 
Be mindful of the prayers you send
Pray hard but pray with care
For the tears that you are crying now
Are just your answered prayers
The ladders of life that we scale merrily
Move mysteriously around
So that when you think you’re climbing up, man
In fact you’re climbing down
 
Non c’è salvezza, neanche quando ti imborghesisci, chiudi la dipendenza dall’eroina e da chissà quante altre cose che non si pesano in grammi. Una casa, il tempo di produrre due romanzi, di cui uno uscito pochissimi mesi fa, The Sick Back Song. Due gemelli eterozigoti dalla modella Susie Bick, Earl e Arthur, biondo, con lo stesso guardo del padre e un qualcosa, neanche a farlo apposta, della innocenza di un River Phoenix
Una volta era il padre, di Nick, un algido professore di letteratura inglese, Colin Frank Cave. Una, anzi, mille volte, era la donna amata, più o meno violentementedeviatamente desiderata e altrettanto crudelmente strappata da sé. Altre volte, la società che evidentemente non sa bene che farsene di un apocalittico ormai ben integrato, tanto da farsi dedicare una serie di LEGO – e questo sintagma mutuato da Umberto Eco, con tutt’altro significato, si adatta come pochi altri alla parabola esistenziale e artistica di Cave. Le ultime volte era lo sconvolgente procedere della modernità e lo spaesamento di un Ulisse un po’ imbolsito, ma mai seduto. 
Il vizio, il terrore, l’epicità crudele di ispirazione veterotestamentaria, la predestinazione, il tormento. Tormento, forse, è la parola migliore per conoscere l’abisso che Nick Cave ha cantato, scritto, conosciuto carnalmente per tutta una vita e che ieri, a 57 anni, dopo una breve tregua, l’ha di nuovo stretto in un abbraccio mortale. Guardandolo dritto negli occhi.
 
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