La Siria raccontata in prima persona

La giornalista freelance Francesca Borri nel suo libro “La guerra dentro” racconta una Siria sconosciuta ai media e all’opinione pubblica
Francesca Borri in uno scatto di pressenza.com
“La guerra in Siria è una cosa complicata”. Lo ripete più di una volta Francesca Borri – giornalista freelance immersa nella guerra civile in Siria dal 2012 – nel suo libro “La guerra dentro”, nel quale racconta il difficile contesto di una guerra ingarbugliata e mal raccontata dai mezzi di informazione di tutto il mondo. Già, perché la guerra che si sta ormai combattendo in Siria da quattro anni è un insieme di svariate dinamiche delle quali è difficile comprendere fino in fondo il funzionamento: esse sono sociali, politiche, culturali, religiose e anche mediatiche, si intrecciano fra di loro e creano un nodo così complesso che è difficile da comprendere e da sciogliere. E in questo il giornalismo ha un ruolo importante perché anche i mass media fanno la loro parte nelle guerre, come ammette la stessa Borri: “Governi e istituzioni prendono spesso delle decisioni anche in base alla narrazione dei media, che purtroppo preferiscono lo scoop, il sangue e la notizia scenografica alla realtà dei fatti”.
Francesca decide di andare a raccontare la Siria da freelance dopo aver visto le foto sulla Siria scattate dal fotografo italiano Alessio Romenzi e pubblicate dal Time nel febbraio 2012: nelle pagine del suo libro vomita tutta la sua delusione per una guerra che “abbiamo smesso di raccontare troppo presto” e solo dopo l’attacco chimico del 21 agosto 2013 alla periferia di Damasco, non mancando di sottolineare come grandi colossi dell’informazione come la BBC, la CNN, Le Monde e il New York Times ad un certo punto si siano disinteressati di quello che la Siria era veramente. Ed è per questo motivo che Francesca definisce la Siria “un grande fallimento”, perché il risultato fin qui ottenuto è stato quello di descriverla come “il paese del male, non raccontando invece la dignità di un popolo capace di manifestare pacificamente contro Assad, i ribelli e lo Stato Islamico”. Un fallimento nel quale il giornalismo non è riuscito a creare uno spazio pubblico all’interno del quale poter operare un cambiamento, a causa di una narrazione distorta e incompleta, perché raccontare dello jihadista europeo o della donna cecchino è più facile e remunerativo del raccontare delle crisi umanitarie, della sofferenza degli sfollati e della morte di chi scappa da un Paese devastato dalla guerra. Un giornalismo che vive una crisi forse non solo economica ma identitaria, dove lo scoop sostituisce troppo facilmente il dovere di analisi e di approfondimento, a volte lasciati addirittura ad un citizen journalism sregolato e anarchico.
Quella siriana è una guerra che vede i civili come bersaglio e dove la distinzione con i combattenti sfuma velocemente, al contrario di quanto stabilisce il diritto internazionale. Gaza, l’Iraq, la Siria e tutte le altre guerre del Medio Oriente hanno come comune denominatore la sofferenza dei civili, diventati bersaglio facile con l’obiettivo di indebolire il nemico colpendo ospedali, mercati, file per il pane e per gli aiuti umanitari. Ecco che non c’è più modo di combattere una “guerra giusta”, in una confusione che non lascia spazio a nessuna forma di ordine, neppure minima. Eppure Francesca fa della determinazione e della passione per il giornalismo vero la sua forza, cercando di creare una narrazione che a questo caos un minimo di ordine riesca a darlo: scrive della Siria e della sofferenza di un popolo stretto tra la morsa del regime di Assad e quella della crudeltà dei fondamentalisti islamici dell’ISIS, che progressivamente ha preso il controllo dei ribelli con l’obiettivo di instaurare un Califfato governato dalla legge islamica, la shari’a. Un popolo che non sa più chi siano i buoni e chi i cattivi – semmai di buoni ce ne siano – e che ha a che fare ogni giorno con la fame, la povertà, la speculazione e una religione sempre più strumentalizzata che ha permesso l’avanzata dello Stato Islamico dando potere al fondamentalismo.

Un bambino gioca tra le macerie di Homs | Fonte: thesundaytimes.co.uk
Oggi la situazione è inevitabilmente complessa, con l’ISIS impegnato in un’offensiva sulla città di Aleppo e le forze governative decise a respingere gli attacchi. Nel mese di giugno l’Unità di protezione del popolo curdo (YPG) è riuscita a strappare agli islamisti Tel Abyad – città alla frontiera con la Turchia – con l’aiuto della coalizione anti-jihadisti guidata dagli Stati Uniti, tagliando i rifornimenti alla città di Raqqa – capitale del Califfato – e infliggendo una pesante sconfitta allo Stato Islamico, il quale però è riuscito a rientrare a Kobane, città al confine con la Turchia conquistata dai curdi il 26 gennaio 2015. Una situazione complicata nella quale si contrappongono forze filo-governative, forze curde e forze estremiste che rendono complicato anche un intervento esterno da parte di un’Europa forse non troppo attenta alla Siria come invece accadde con Kosovo e Bosnia negli anni Novanta. E poi ci sono gli Stati Uniti che fanno i poliziotti vigilanti pronti a intervenire solo quando c’è il rischio dell’utilizzo delle armi chimiche, l’Iran che dà il suo sostegno ad Assad per solidarietà sciita e perché, attraverso la Siria, il Hezbollah riceve armi in Libano dall’Iran, che a sua volta tiene sotto pressione Israele, a sua volta in stretto contatto con Obama. E poi c’è la Russia che in Siria, a Tortous, ha la sua ultima base nel Mediterraneo e sostiene Assad perché ogni forma di rivolta popolare in Siria è una minaccia al controllo russo in Cecenia. Insomma la situazione in Siria è davvero complicata, una matassa le cui fila consistono in tensioni religiose fra sunniti e sciiti, politiche fra forze filogovernative e ribelli, sociali tra bambini costretti a fare i soldati e le loro mamme a fare i cecchini, il tutto condito da accordi politici ed economici fra le grandi potenze mondiali e dall’attenzione mediatica che si accende solo attorno ad Obama che decide se intervenire o meno a seguito di attacchi chimici.
Ma la Siria è anche molto altro, come le ONG che non riescono o non vogliono entrare in territorio siriano, gli aiuti umanitari che non arrivano, i siriani stanchi della guerra, il dramma dei bambini con i kalashnikov in mano, i colpi di mortaio che distruggono piazze, case e palazzine, ma soprattutto la morte come compagna improvvisa. Questo e molto altro urla Francesca Borri nelle pagine del suo libro: pagine piene di nomi, storie, testimonianze e speranze. Di morte ma anche di vita.
Giuliano Martino
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