Abortire nel 2015 in Irlanda: una storia di diritti violati

177.000: le donne che dal 1971 si sono recate in Inghilterra o in Galles per abortire. 
3679: le donne che nel 2013 si sono recate all’estero per abortire.

1000-1500 Euro: il costo medio, in sterline, di un viaggio all’estero per abortire.
4000: la multa prevista, in sterline, per il personale medico che raccomanda un aborto o fornisce tutte le informazioni necessarie circa la procedura da seguire.
43: il numero dei paesi europei che consentono l’aborto quando richiesto o per una serie ampia di ragioni, con l’eccezione di Andorra, Irlanda, Malta, Polonia e San Marino.
24: i giorni in cui, nel dicembre 2014, una donna clinicamente morta è stata tenuta in vita, contro la volontà dei suoi familiari, a causa del battito cardiaco del feto.
14: gli anni che rischia chi ha un aborto illegale o chi presta assistenza a un aborto illegale. (Fonte: Amnesty International)
Queste cifre riguardano l’Irlanda, che ritiene l’aborto illegale tranne nei casi in cui esista un rischio “reale e sostanziale” per la vita (non per la salute) della donna. Questa eccezione è stata stabilita nel 1992 da una sentenza della Corte suprema in merito al caso di una quattordicenne rimasta incinta a causa di uno stupro, che aveva manifestato l’intenzione di suicidarsi. La definizione del rischio “reale e sostanziale”, priva di chiarezza, ha lasciato molte donne in uno stato di totale incertezza. Solo nel 2013 il governo ha presentato una legge sulla protezione della vita durante la gravidanza che dispone come stabilire se esista un rischio reale e sostanziale per la vita della donna, in presenza del quale un aborto sarebbe lecito. Tuttavia la legge rimane ancora troppo vaga e non precisa in cosa consista il concetto di “rischio per la vita” rispetto al “rischio per la salute”. L’aborto resta illegale per le donne che rimangono incinte a causa di uno stupro o di incesto, nei casi in cui è a rischio la loro salute o in caso di anomalie fetali mortali.

Amnesty International, il 9 giugno, ha diffuso un rapporto intitolato “Lei non è una criminale. Gli effetti della legge sull’aborto in Irlanda”, nel quale dichiara che rimanere in Irlanda può mettere in grave pericolo la salute e la vita delle donne incinte. Limitandosi a consentire l’aborto solo quando la vita della donna è a rischio, la legge in vigore in Irlanda è tra le più restrittive al mondo. L’origine di tale legge è l’ottavo emendamento alla Costituzione, profondamente influenzato dalla dottrina religiosa, che tutela il diritto alla vita del feto alla pari con il diritto alla vita delle donne. Questa disposizione è contraria alle norme sui diritti umani, che non riconoscono un diritto alla vita al feto bensì ritengono che i diritti umani si acquisiscano dopo la nascita. Il quadro normativo irlandese fa sì che lo Stato violi il diritto de donne alla vita, alla salute, al rispetto della vita privata, alla non discriminazione e alla libertà dalla tortura e dai maltrattamenti. 
Contestualmente al rapporto, Amnesty International ha lanciato una campagna per chiedere all’Irlanda di modificare le sue leggi sulla protezione del feto in modo da poter consentire l’aborto almeno nei casi di stupro o incesto, di danno grave o fatale al feto o di rischio per la salute delle donne. Per adempiere pienamente i propri obblighi internazionali, l’Irlanda dovrebbe depenalizzare l’aborto. Si chiede inoltre anche la modificata della normativa che rende responsabili di un reato i medici e i consulenti che forniscono alle donne informazioni esaurienti sui trattamenti di cui hanno bisogno e su come avere un aborto legale. Il recente referendum sull’uguaglianza dei matrimoni sembra suggerire che i tempi siano maturi per una modifica della legge sull’aborto e lo Stato non può e non deve rimanere sordo a un simile segnale. 
Video della campagna globale di Amnesty International “My body my rights”, che mira a garantire la possibilità di poter prendere decisioni sulla propria salute, il proprio corpo, la propria sessualità e la propria vita riproduttiva senza paura, coercizione, violenza o discriminazione, lanciato anche in Irlanda il 9 giugno.

E l’Unione Europea che ne pensa? Il 10 marzo il Parlamento Europeo ha approvato il rapporto Tarabella sull’uguaglianza di genere tra uomo e donna (441 si, 205 no, 52 astenuti). Il testo affronta anche il tema dei diritti sessuali e riproduttivi e “insiste sul fatto che le donne debbano avere il controllo della loro salute e dei loro diritti sessuali e riproduttivi”, attraverso “un accesso agevole alla contraccezione e all’aborto”. Le attiviste dei movimenti pro choice hanno però subito dovuto frenare gli entusiasmi, perché è passato anche l’emendamento voluto dal Ppe che afferma che “la formulazione e l’attuazione delle politiche in materia di salute, diritti sessuali, riproduttivi e dell’educazione sessuale è di competenza degli Stati membri: ribadisce nondimeno che l’Ue può contribuire alla promozione delle migliori pratiche degli Stati membri”. La legislazione in materia rimane quindi di competenza nazionale, con un’Ue che si limiterà a incoraggiare modifiche negli Stati che non garantiscono pienamente il diritto all’aborto. Abbiamo quindi Malta, per cui l’aborto è ancora illegale, e Cipro, Polonia, Spagna, Lussemburgo e Irlanda che lo consentono in situazioni molto limitate. La situazione però non è idilliaca nemmeno in alcuni degli stati che consentono di praticare l’aborto su richiesta. 
Secondo l’ultimo rapporto del Ministero della salute, in Italia, il tasso di obiezione di coscienza nel 2013 è stato del 69,6 per cento per i ginecologi, del 47,5 per cento per gli anestesisti e del 45 per cento per il personale medico. Parliamo di percentuali elevatissime che spesso finiscono per negare un diritto previsto dalla legge. La situazione italiana è talmente critica che nel 2014 il Comitato europeo dei diritti sociali del Consiglio d’Europa ha dichiarato che a causa delle elevatissime percentuali di obiezione di coscienza l’Italia viola il diritto alla salute delle donne che vogliono abortire. Non si tratta di negare il diritto di obiezione di coscienza ma di garantire un servizio, con la presenza di almeno un medico per struttura che non la eserciti. Se non ora, quando? Quanto bisognerà ancora aspettare per poter serenamente esercitare i propri diritti sessuali e riproduttivi? È tempo di far sentire la propria voce in Italia come in Irlanda, di porre fine a una condizione assurda per gli stati europei, da sempre culla dei diritti sociali. 

Sabrina Mansutti
@sabrinamansutti
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