isis attack in medina islam

I figli dell’Occidente atomizzato a cui l’ISIS sa parlare: foreign fighters

Si chiamano John, Giampiero, Maxime, Bryan ma anche Hamdi, Anas, Walid e Bilal. Sono i figli che l’Europa, l’Asia, il Medio Oriente e l’Africa non riescono a fermare e che vanno a ingrossare le fila dell’ISIS, rispondendo alla chiamata alle armi dell’autoproclamato califfo Abu Bakr al-Baghdadi. 
Costituiscono una delle principali preoccupazioni per i governi occidentali: sono persone dotate di ampia libertà di movimento (poiché possiedono documenti autentici dei loro paesi di origine, come dimostra il caso dei fratelli franco-algerini Chérif e Saïd Kouachi, responsabili del massacro della redazione di Charlie Hebdo) e dell’addestramento militare necessario a compiere attentati in Europa o in America. Insomma, sono delle mine vaganti nel senso più letterale del termine.

Intendiamoci, il fenomeno non è una novità. A qualcosa di simile si è assistito anche in passato quando in Afghanistan, durante l’invasione sovietica del ’79-’89, giunsero moltissimi foreign fighters provenienti da diverse nazioni del mondo arabo (lo stesso Bin Laden – un saudita di origini yemenite – si fece le ossa combattendo l’orso russo per poi creare Al Qaeda, una sorta di “internazionale del terrore” antesignana dell’ISIS con sede in Afghanistan ma formata essenzialmente da musulmani non autoctoni). Senza scomodare il devastato paese centroasiatico, casi a noi più vicini nello spazio e nel tempo riguardano le guerre nei Balcani, quando molti futuri guerriglieri partirono da tutta Europa (Italia inclusa) per difendere le comunità musulmane bosniache. Perfino i mujaheddin afgani contribuirono con uomini e addestramento militare a quel tragico capitolo della storia europea (cessate le ostilità, parte di questi guerriglieri decisero di restare in Bosnia). In tutti questi casi si trattava spesso di una minoranza di musulmani colta, di buona famiglia e capace di spendere per armarsi e andare a combattere su fronti così lontani e ostili. Insomma, una piccola élite che con le proprie gesta voleva risvegliare le masse di fedeli dal torpore e dall’immobilismo delle società mediorientali, spesso dominate da altre élite – politiche, militari, economiche – corrotte, inefficienti e guardate con benevolenza dall’Occidente.
Tornando al presente bisogna poi ricordare tutti quegli aspiranti jihadisti – la stragrande maggioranza – che si uniscono allo Stato islamico e che, seppur stranieri, provengono sempre dal grande bacino di reclutamento costituito dai paesi arabi. Come i circa 3,000 cittadini tunisini, o i 2,500 sauditi, oppure anche gli oltre 2,000 giordani. Senza contare tutti quelli che vengono bloccati in tempo, prima del grande salto nella nuova guerra santa, l’ennesima.


I paesi di provenienza dei foreign fighters e i numeri che li riguardano

Ma l’ISIS sembra essere stata in grado di far compiere al fenomeno un mutamento molto radicale rispetto agli anni ’90 e ai primi anni del Terzo Millennio: ciò che colpisce di più infatti è l’ampiezza dei flussi di stranieri che si arruolanoe inoltre – e questo è forse la novità che più spicca nel jihadismo moderno – è la presenza di numerosi occidentali, da intendersi come convertiti o seconde generazioni. Si è infatti passati dai 500 ai 2,000 europei dal 2013 al 2014 e dagli 800/1,000 statunitensi di due anni fa ai più di 7,000 dell’anno scorso, mentre il totale dei miliziani stranieri che combattono in Siria e in Iraq avrebbe superato le 20mila unità coinvolgendo almeno 80 paesi diversi, molti dei quali per la prima volta coinvolti in un fenomeno come questo: come la Norvegia, il Cile o le Maldive. Questi due elementi sono particolarmente evidenti per alcuni Stati, come ad esempio l’Inghilterra, dove l’Università di Manchester stima che ogni settimana partano dal paese circa cinque futuri combattenti.

Inoltre, la necessità di estendere il messaggio jihadista che Al Qaeda e Bin Laden avevano cominciato a propagandare con le loro audiocassette e i videotape più o meno rudimentali e il bisogno di allargare il bacino di reclutamento, hanno spinto l’ISIS e al Baghdadi a sposare un “universo simbolico […] sempre meno connotato culturalmente e sempre più globalizzato e deculturalizzato” fatto di “messaggi e simboli che senza enormi differenze si ripetono in semplicità e violenza dalle favelas sudamericane ai sobborghi del Cairo fino alle banlieu francesi”1. Così facendo l’ISIS proclama il ritorno al passato – l’istituzione di un califfato islamico – e al contempo persegue questo obbiettivo con modalità e mentalità tipicamente contemporanee: l’immediatezza dei risultati, la spettacolarità del percorso intrapreso per raggiungerli, l’assuefazione a qualsiasi forma di violenza e l’utilizzo di sofisticati mezzi di comunicazione per pubblicizzarla (evidenziato anche dalle risposte dei governi occidentali), tutto ciò come sottile forma di pubblicità nel tentativo vendere il proprio marchio ai giovani nativi digitali. La conoscenza e l’approfondimento dei testi sacri dell’islam passano così in secondo piano, favorendo in questo modo un fondamentalismo che appare ancora più cieco ed estremo rispetto al passato.


Parlando di foreign fighters ci riferiamo a persone con connotati abbastanza ben definiti. Infatti si tratta principalmente di maschi (ma vi sono anche non poche ragazze), in giovane età, istruiti; molti di loro non hanno precedenti con la giustizia e provengono dalla media borghesia di diversi paesi del mondo. In numerosi casi si tratta poi di convertiti che non conoscono nessun dialetto arabo. Usano il web con frequenza ed è lì, come vedremo, che trovano contatti, informazioni, motivazioni. Il proselitismo (chiamato anche la “jihad della parola”) si serve infatti di due strumenti per coinvolgere nuovi accoliti: il web e le moschee. Il primo è molto usato per gli approcci iniziali con l’aspirante jihadista, serve a fargli conoscere le gesta delle organizzazioni terroristiche, fornisce i precetti per cominciare a muoversi nella visione distorta della religione islamica predicata dagli estremisti e aiuta a intaccare le certezze legate alla propria cultura d’origine. Vengono usati sia i social network sia comunicazioni riservate veicolate da sistemi di comunicazione informatica anonima come Tor.


Shamima Bergum, 15 anni, Kadiza Sultana, 16 anni, assieme a una terza compagna quindicenne sono partite dall’Inghilterra a febbraio dirette in Siria per unirsi all’ISIS

Il passo seguente è la moschea. Chi per la prima volta, chi seguendo un’abitudine tramandata dai genitori ma assurta a nuovi significati, muoversi in questi spazi non solo religiosi può condurre a compiere ulteriori passi verso il radicalismo. Alcuni di questi centri sorgono e vivono parallelamente alle strutture conosciute e approvate dalle autorità; si tratta delle cosiddette “moschee clandestine” – ricavate nei garage, negli appartamenti privati o in spazi affittati in nero o con scopi diversi da quelli dichiarati – che spesso sfuggono ai normali controlli e che ospitano predicatori radicali e cellule del terrorismo internazionale. Infiltratisi in territorio occidentale vi svolgono la duplice funzione di reclutamento e di sostegno alle azioni di guerra all’estero finanziandole con attività illecite come il traffico di droga o di esseri umani. I servizi di intelligence occidentali classificano i foreign fighters come “autoctoni” o “naturalizzati” (entrambi comunque ricadono nella definizione di homegrown terrorist) categorie a cui corrispondono rispettivamente i convertiti o leseconde generazioni di immigrati divenute a loro volta autoctone al momento della nascita per effetto dello ius soli o dello ius sanguinis (un genitore primo immigrato che ha già ottenuto la cittadinanza del paese di arrivo). Sebbene i singoli percorsi siano molto diversi gli uni dagli altri, molto spesso tanto gli autoctoni quanto i naturalizzati lentamente finiscono col convincersi della necessità di difendersi da un Occidente che attacca la loro nuova identità e che viene percepito come razzista e ipocrita.

Analisti ed esperti individuano diverse cause nella radicalizzazione così rapida e improvvisa di tanti giovani: la ricerca di certezze e di un senso d’identità, la speranza di realizzare sé stessi attraverso una grande organizzazione militare vittoriosa e in apparenza invincibile, la necessità di dare una risposta all’individualismo moderno che indebolisce i legami sociali e i valori condivisi, il razzismo della società occidentale, ma soprattutto la perdita di ideologia nelle stesse (molti di coloro che partono volontari infatti vedono il progetto dell’ISIS come un modo per intervenire attivamente nelle crisi umanitarie dei popoli musulmani, afflitti dalla miseria e dalle guerre, attaccate da infedeli e apostati). Solo per una minoranza di foreign fighters la lotta armata è identificata come l’estremo tentativo di svincolarsi da condizioni di vita – economiche o sociali – vissute come problematiche.
La risposta di tanti aspiranti combattenti appare però in questo modo ancora più estrema delle motivazioni che li hanno spinti alla jihad: si decide di abbracciare una religione che assume le forme di una ideologia totalitaria perfetta per eliminare qualsiasi dubbio e in grado di restaurare una coerenza intrinseca al nuovo sistema valoriale nel quale si sono calati. Paradossalmente però, nella loro disperata ricerca di un senso – quindi di un ordine razionale, compiuto, logico – questi adolescenti imbracciano un fucile predicando e praticando una violenza assoluta e primordiale, del tutto priva quindi di un qualsiasi appiglio con la razionalità.Pare, parlando sempre per paradossi, che a un’autorità al contempo così tanto vuota (di senso, di ideali, di legami) e così tanto piena (di precarietà, complicazioni, comodità, noia) corrispondente a questo nostro Primo mondo ricco e sazio, abbiano soltanto sostituito una nuova autorità e lì dove prima c’erano insegnanti, divise e toghe ora ci sono barbuti armati di kalashnikov e con l’indice alzato al cielo a indicare la via.

Membri dell’ISIS giustiziano soldati siriani. Tra i carnefici ci sarebbero due cittadini francesi e un inglese.


Comunque neanche le società di provenienza sono del tutto esenti da critiche: sul fronte della politica estera vi sono i genitori di tutti gli errori, come l’invasione di Afghanistan e Iraq, con la loro scia di mancate ricostruzioni, di casi di tortura per le truppe occidentali e di regimi democratici settari, corrotti e fragili. Per quanto riguarda gli “affari domestici”, nelle società europee e americane i sentimenti razzisti crescono di pari passo con i progressi sul campo dello Stato islamico (gli estremismi si attraggono?). 

L’emarginazione sociale a cui sono costretti i musulmani nei paesi occidentali è controproducente per tutti: non permette di migliorare le proprie condizioni di vita e costituisce il miglior terreno su cui possa attecchire l’islam violento e radicale. Per questo superare pregiudizi e stereotipi è di fondamentale importanza per indebolire sentimenti che alimentano la reciproca diffidenza.
All’atomizzazione occidentale risponde il senso del collettivo frutto del concetto di umma, la comunità islamica in cui si riconoscono tutti gli appartenenti alla fede musulmana che – nella concezione settaria dei fondamentalisti – si è trasformata in un club esclusivo riservato a quei soci che si riconoscono nelle sue regole e che sono pronti a tributarle fedeltà. Si tratta perciò di una comunità da cui devono essere scacciati tutti coloro che non si uniformano alla visione (escludente) del nuovo califfato.

Nel mito greco esiste la figura di Crono, la divinità che assieme a Gaia diede i natali a molti altri dei per poi divorarli tutti nel timore di essere detronizzato da uno di questi. Profezia che puntualmente si avvera quando l’ultimo dei pargoli – Zeus, futuro sovrano degli dei – sconfigge il padre e lo costringe a restituire i suoi fratelli.
Ecco, noi non possiamo “inghiottire” questi ragazzi e queste ragazze, farne dei cittadini italiani, inglesi, francesi, egiziani, pakistani o norvegesi e poi dimenticarci di loro, illuderci che il sistema li abbia digeriti e resi parte di sé. Anche noi, dunque, parti del sistema, ci siamo illusi di aver chiuso la questione, di aver fatto il nostro dovere nei loro confronti.
Inoltre, dato che la questione coinvolge anche le comunità islamiche (in primis quelle dei paesi mediorientali e asiatici, dove vive la stragrande maggioranza dei musulmani del mondo, poi ovviamente anche quelle che si trovano in Europa e in America) è a partire dalle medesime comunità islamiche che bisogna individuare la soluzione. Esse non possono e non devono nella maggior parte dei casi essere ricollegate ai discorsi che inneggiano alla violenza e all’estremismo religioso. E laddove una velleitaria e impraticabile strategia della tolleranza zero – spesso agitata per fini puramente elettorali – fallisce in partenza, un maggior ricorso allo strumento dell’integrazione in tutti gli ambiti della società, unito alla giusta pianificazione della sicurezza del territorio avrebbe molto più successo.

Marco Colombo

1 E. Da Crema, Da al Qaida allo Stato Islamico, ovvero: il jihad dall’élite al popolo, “Limes”, mercoledì 5 novembre 2014.
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