L’inferno dei migranti Rohingya, i più perseguitati al mondo

Fosse comuni. Buche capaci di contenere centinaia di corpi. Ecco cosa hanno scoperto le autorità thailandesi e malesi al confine tra i due paesi. Le prime notizie filtrate sui media internazionali raccontano di 139 fosse comuni scoperte in 28 campi abbandonati e una volta gestiti dai trafficanti di uomini che hanno fatto della sofferenza e della speranza altrui un vero e proprio business.
Ma chi erano i migranti sfruttati, detenuti e, in alcuni casi, lasciati morire tra Thailandia e Malesia? E perché una pratica a lungo tollerata tacitamente ora viene alla luce?
 
rohingya boats migrants
Un gruppo di migranti Rohingya || Fonte: muslimvillage.com
Era il giugno 2012 quando il governo birmano ha richiesto lo stato di emergenza per l’aggravarsi delle tensioni tra i due maggiori gruppi etnici del paese concentrati nella regione di Rakhine: gli scontri vedevano coinvolgi la maggioranza buddista di etnia rakhine e la minoranza musulmana di etnia rohingya. Questi ultimi vivono in una situazione al limite della legalità ormai da decenni. Infatti vengono considerati come bengalesi musulmani impiantati di Birmania dagli inglesi e quindi non degni di molti basilari diritti dalla cittadinanza alla libertà di movimento, dalla facoltà di sposarsi fino alla tutela della salute.
L’Alto commissariato ONU per i rifugiati, UNHCR, denuncia da anni ormai la situazione drammatica dei Rohingya, ma si è trattata dell’ennesima predica nel deserto. Dal 2012 ad oggi le condizioni di vita dei musulmani in Birmania non sono migliorate, al contrario da gennaio a marzo sono stati circa 25mila i Rohingya birmani e i bengalesi che hanno tentato di allontanarsi dal paese via terra e via mare. Le mete? Thailandia, Indonesia, Australia, ma soprattutto Malesia che il 14 maggio scorso ha respinto un’imbarcazione con oltre 500 migranti a bordo. Dopo aver fornito loro beni di prima necessità, il governo di Kuala Lampur ha dichiarato che non accetterà più richiedenti asilo. Una decisione illegale dal punto di vista del diritto internazionale che ha costretto ad un’epopea i migranti sulla nave finché l’Indonesia non li ha accolti temporaneamente dopo giorni di navigazione senza meta e in condizioni precarie. Tuttavia anche Giacarta e Bangkok non si sono dimostrate particolarmente accoglienti con i Rohingya che, è bene ricordarlo, sono considerati dall’UNHCR come un gruppo discriminato e quindi con alte probabilità di ottenere protezione internazionale.
La rotta della speranza dei migranti birmani passa dal Golfo del Bengala e prosegue in Thailandia e Malesia. Il viaggio in mare può durare anche due mesi, mentre la temperatura media in questo periodo è di 34 gradi. Un vero inferno per migliaia di persone che mai come in questo periodo si trovano in un limbo, senza una casa dove tornare, senza una meta dove approdare. Chi sopravvive racconta di cadaveri consumati dalla sete e dagli stenti, gettati in mare, ma anche di lotte per il poco cibo e spazio a disposizione. Morti pugnalati, strozzati, o semplicemente gettati in mare. È ironico rendersi conto che le barche alla deriva rimbalzate dai vari stati del sud-est asiatico siano l’immagine della seconda parte del viaggio. Le autorità thailandesi e malesi, infatti, hanno risposto all’appello delle Nazioni Unite ad agire per evitare un disastro umanitario sollevando il velo di Maya che celava anni di soprusi compiuti dai trafficanti che prendevano (prendono?) in consegna i richiedenti asilo Rohingya. Dopo aver pagato migliaia di dollari, i migranti venivano trattenuti in qualche decina di campi tra Thailandia e Malesia finché la famiglia non fosse stata in grado di pagare un ulteriore prezzo, un riscatto per la libertà del migrante. Se la libertà di continuare il viaggio della speranza si possa definire tale.
Non si sa quanti siano le persone che hanno perso la vita in questo modo, in attesa tra uno stato e l’altro. Quello che è certo è che la situazione non è sostenibile. Sebbene siano anni che le organizzazioni umanitarie denunciano queste pratiche, ci sono volute le navi abbandonate alla deriva e la pubblicità dei respingimenti affinché qualcosa si muovesse. Hanno cominciato le Filippine rendendosi disponibili ad accogliere i Rohingya, tuttavia il viaggio fino all’arcipelago a maggioranza cristiana diventerebbe ancora più lungo e pericoloso. Oggi Malesia, Thailandia ed Indonesia hanno ammorbidito la loro posizione, ma durerà anche dopo che l’attenzione mediatica si sarà, fisiologicamente, spostata altrove?
San suu kyi
San Suu Kyi || Fonte: rohingyamassacre.com
Grande assente dell’emergenza è il governo Birmano, l’autorità che dovrebbe assicurare il rispetto di dei diritti dei Rohingya. Nonostante la fine della dittatura e l’apertura alla democrazia nel 2011, per la minoranza musulmana non è cambiato nulla. In particolare è il silenzio del premio Nobel Aung San Suu Kyi ad indignare. Temendo di essere vista come troppo filo-musulmana, l’intera opposizione birmana si limita a diplomatiche dichiarazioni di solidarietà prive di azioni concrete. Un paradosso per un premio Nobel per la pace famosa per la strenua difesa dei diritti umani. 
La, triste, lezione della storia dei Rohingya mostra come, soprattutto nel sud-est asiatico, i diritti umani non siano ancora pienamente assimilati e la cooperazione transnazionale è una priorità quasi esclusivamente se comporta una crescita economica; oppure se non è possibile sfuggire da pressioni internazionali, rese più solide dall’informazione su quello che accade quotidianamente ai Rohingya, il gruppo più perseguitato al mondo, secondo l’ONU, nonché il più ignorato, dimenticato e abbandonato là in mezzo al mare.
 

2 pensieri su “L’inferno dei migranti Rohingya, i più perseguitati al mondo

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