In Turchia ha vinto la democrazia

Non è un’esagerazione definire queste elezioni politiche turche come un avvenimento storico. L’Akp, il partito guidato saldamente da più di un decennio dal presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha perso, per la prima volta, la maggioranza assoluta dei seggi in Parlamento.
Storico è anche il risultato del partito curdo Hdp, guidato del giovane leader Selahattin Demirtaş, che ha superato per la prima volta la soglia di sbarramento e con il suo 13% porta in parlamento 78-80 deputati. Completa il quadro dell’opposizione il 25% del partito kemalista Chp e il 16% del nazionalista Mhp.
Il 41% di preferenze ottenute dal partito di governo, che corrispondono a 258 seggi – a fronte dei 276 necessari ad ottenere la maggioranza in Parlamento -, rappresentano una brusca frenata d’arresto per le ambizioni personali di Erdogan e sono il risultato di una campagna elettorale giocata senza esclusione di colpi che ha portato l’86% degli aventi diritto a recarsi alle urne.

Elezioni Turchia
La festa dei sostenitori dell’Hdp | Fonte: linkiesta.it Gokhan Tan/Getty Images
Slogan e pubblicità hanno invaso le strade di Ankara, Istanbul e tutte le principali città del Paese: da un lato gli oppositori scandivano “Non ti faremo diventare presidente”, mentre dall’altro manifesti giganti raffiguranti un Presidente sorridente e rassicurante promettevano “fatti” e sviluppo industriale (una sorpresa per tutti è stata la promessa di produrre aerei, automobili e soprattutto carri armati). Il percorso di avvicinamento alle elezioni di domenica, però, non si è giocato interamente sul campo del confronto democratico.
Il vero protagonista è stato proprio il Presidente. Eletto a suffragio universale soltanto un anno fa, dopo 12 anni da Primo Ministro, Erdogan non ha mai fatto mistero della sua volontà di accentrare il potere nelle sue mani. È stato lui per primo a presentare queste consultazioni come un vero e proprio referendum sulla sua persona. Tant’è che, stracciando il principio secondo il quale il Presidente della Repubblica debba essere imparziale, ha apertamente trascinato l’Akp sovrastando la voce del Primo Ministro Davutoğlu. Autoproclamatosi “voce del popolo” non ha risparmiato accuse a nessuno degli altri partiti: l’Hdp sarebbe “l’avamposto del gruppo terrorista” PKK (Partito dei lavoratori del Kurdistan), il CHP sarebbe “nemico della religione” e “zoroastrano” nonché “alleato del movimento religioso di Fethullah Gülen” (un tempo fedele alleato di Erdoğan, ora suo acerrimo nemico). Addirittura il Mhp è accusato di non essere sufficientemente nazionalista. Non contento, Erdogan si scagliato ferocemente contro la stampa. Nel mirino è finito il gruppo indipendente Dogan e, in particolare, il quotidiano Cumhuriyet. L’accusa è di aver pubblicato un dossier corredato da alcune immagini riguardanti la spedizione di armi agli jihadisti in Siria, mascherandole da “spedizione umanitaria”. Il direttore della testata Cum Dundar rischia l’ergastolo per la pubblicazione della notizia e, insieme a lui, l’intero staff del quotidiano.
Il giorno dopo queste elezioni le certezze sono poche. In primo luogo, la festa dei sostenitori dell’Hdp ha animato fino a tarda notte alcuni quartieri di Istanbul. Una marea giallo-verde-rossa ha festeggiato quella che è stata percepita come la fine di un’era fatta di autoritarismo e governi monocolore. In strada c’erano tanti giovani, molti di quelli che hanno preso parte alle proteste di Gezi Park e piazza Taksim, che hanno riposto le loro speranze nel partito curdo, partito di una minoranza che si è trasformato in partito delle minoranze. L’Hdp è stato capace di parlare un linguaggio diretto fatto di diritti e cambiamento, proprio quelle stesse speranze che 14 anni di Erdogan hanno spazzato via. In secondo luogo, appare chiaro che il sogno del Presidente, quella deriva autoritaria e megalomane, sia andato in frantumi. L’Akp non sarà in grado di governare da solo e, men che meno, di poter modificare la Costituzione in senso presidenziale. Vi è, infine, un terzo elemento chiave da tenere in considerazione che capire quali potrebbero essere gli scenari futuri: la Borsa di Istanbul ha aperto segnando un -8% significativo. La fine della stabilità che, in qualche modo, Erdogan garantiva potrebbe avere ripercussioni negative sull’economia indebolendo il paese.
Gli scenari possibili, politicamente, sono tre: un governo di coalizione con i nazionalisti dell’Mhp (che si opporrebbero a qualsiasi forma di apertura verso i curdi); un governo di minoranza che risulterebbe nell’anticamera dell’ingovernabilità; il ritorno alle urne che, tuttavia, non assicura un cambiamento rispetto alla situazione attuale.
La vera buona notizia di queste elezioni è che la democrazia in Turchia è viva e vegeta, ha la forza di indignarsi di fronte ai soprusi di chi vuole ridimensionarla, è capace di mobilitare questo dissenso stimolando la partecipazione sociale ed elettorale. Queste elezioni dipanano un futuro incerto, ma sono le premesse e il modo in cui il paese è arrivato fino a qui ad incoraggiare speranza e democrazia. Il domani è tutto da scrivere.

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