Il pallone, la pallottola e il potere: il calcio in Ucraina

Al fischio finale del ritorno della semifinale di Europa League tra Napoli e Dnipro, un’intera nazione ha esultato per una finale guadagnata contro ogni pronostico dal sapore di rivalsa nazionale. Perché quella nazione è l’Ucraina, ed ormai da due anni lo stato è spaccato ed in guerra, e qualsiasi vittoria o sconfitta viene automaticamente letta in chiave nazionalista, come scontro tra popoli, come battaglia all’ultimo sangue tra Kiev e Mosca. 
 
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I tifosi del Dnipro | Foto di passionesportiva.it
Ad aggiungere ancora benzina al fuoco dell’odio dei popoli, Dnipropetrovsk è una città di confine, nonostante sia nel cuore dell’Ucraina. L’Oblast di Donetsk, la regione limitrofa, è infatti la zona più ad occidente sotto l’influenza russa, dato che ha dichiarato unilateralmente l’indipendenza, insieme alla Crimea e alla regione di Lugansk, ed ha promesso in un indefinito futuro di seguire proprio la vicina penisola sotto il controllo di Putin. Proprio per la situazione instabile, il Dnipro gioca le gare casalinghe europee nello stadio di Leopoli, a quasi 1000 chilometri di distanza. Ma se la squadra biancoazzurra è “fortunata” perché può giocare le gare casalinghe in campionato nella città natale (e perché alla fine Varsavia, sede della finale, rappresenta una trasferta solo di 200 km più distante rispetto a Lviv), altre società non lo sono altrettanto. Sono le squadre dei territori in conflitto, costrette per motivi di sicurezza a giocare costantemente lontano da casa.
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La Donbas Arena oggi | Fonte: repubblica.it
E’ il caso di sei società di Serie A (su quattordici), ospitate a turno dalle altre squadre o da formazioni di serie minori in zona sicura. Il caso più eclatante è probabilmente quello dello Shakhtar, vincitore della Coppa UEFA nel 2009 e che gioca tra Kiev e Leopoli, dato che la Donbas Arena, stadio nuovissimo e tra i più all’avanguardia d’Europa, è stato bombardato più volte. Insieme allo Shakhtar giocano costantemente in trasferta anche le altre due squadre di Donetsk, il Metalurg e l’Olimpik, lo Zarja di Lugansk (il cui stadio è stato in parte abbattuto a colpi di mortaio), e l’Ilichivets di Mariupol. A questi cinque si è aggiunto il Chornomorets di Odessa, città “dirimpettaia” dell’ormai russa, anche se non riconosciuta tale da molti, Crimea. Tutte queste squadre sono costrette a viaggiare, per ogni partita, tra i 450 e i 1000 chilometri, se non a trasferire armi e bagagli ed andare a vivere nella città ospitante. Nonostante questa situazione instabile e la guerra che imperversa, il campionato non è mai stato interrotto. Nemmeno la nascita delle autoproclamate repubbliche di Donetsk e Lugansk, corrispondenti agli oblast precedenti, ha costituito un ostacolo insuperabile. La pausa invernale della stagione 2013/14 è durata due settimane in più del previsto, ma il campionato è stato portato a termine nonostante l’esplosione degli scontri tra nazionalisti ucraini e filorussi. 
Durante la pausa estiva, però, la Crimea ha votato l’annessione alla Russia, cambiando radicalmente gli equilibri. Le due squadre principali della regione, il Sebastopoli e il Tavrija Sinferopoli, vincitore della prima Premier League ucraina nel 1992, sono state inserite nella terza divisione della federcalcio russa. La Prem’er Liha ucraina ha avuto, fin dalla sua nascita, grandi difficoltà a reperire sedici squadre senza problemi economici in tutto lo stato per giocare il campionato dall’inizio alla fine senza fallire. La secessione di due club, insieme al fallimento dell’Arsenal Kiev, ha creato grossi ostacoli alla nascita della nuova stagione. Dopo lunghe discussioni si è riusciti a giungere ad una soluzione condivisa, ispirata dallo Shakhtar, ovvero la riduzione del campionato a 14 squadre, senza formazioni della penisola secessionista. Questa proposta è stata caldeggiata dal presidente della federazione, Anatoly Konkov, amico personale di Ahmetov, finanziatore e presidente della prima squadra di Donetsk. Ma il campionato non è certo proseguito su binari tranquilli, con un netto vantaggio delle squadre nord-occidentali (Dinamo Kiev e Dnipro in testa) su quelle orientali, costrette a viaggi estenuanti ad ogni gara. Mircea Lucescu, allenatore degli arancio-neri di Donetsk, ha provato a denunciare queste ineguaglianze, ma la federazione è rimasta muta, e il campionato è stato vinto, contro ogni pronostico della vigilia, dalla Dinamo, dopo cinque vittorie consecutive dello Shakhtar. Il mutismo della lega è facilmente spiegabile: a gennaio Konkov è stato rimosso, soprattutto per non essere riuscito a convincere l’Europa del calcio a sanzionare i club della Crimea. Al suo posto, prima ad interim e poi eletto, è stato messo Andriy Pavelko, di Dnipropetrovsk e molto vicino al governo dell’attuale premier Poroshenko. Ad aggravare la frattura, Ahmetov è stato accusato di finanziare i separatisti filorussi, ed il numero uno dello Shakhtar non ha mai smentito completamente queste voci.
Il campionato ucraino ha perso sempre più credibilità, e la guerra ha impedito l’arrivo di nuovi giocatori di rilievo. Anzi, è stato persino difficile trattenere quelli già presenti. Dopo un’amichevole con il Lione in Francia, sei giocatori della formazione di Lucescu (Fred, Dentinho, Facundo Ferreyra, Douglas Costa,  Ismaily e Alex Texeira) sono prima spariti e poi hanno fatto sapere di non voler tornare più in Ucraina, a pochi giorni di distanza dell’abbattimento dell’aereo della Malaysia Airlines che ha portato alla morte di 298 persone. Grazie a minacce e pressioni i dirigenti dello Shakhtar sono riusciti a riportarli in patria, ma solo con la promessa di cederli al più presto, mantenuta solo per l’argentino Ferreyra. Altri club non sono stati così persuasivi, ed hanno dovuto cedere i pezzi pregiati a costo di svendita. 
Nessuno è dunque riuscito a frenare la crisi del calcio ucraino. Non la federazione nazionale, spaccata all’interno da lotte intestine tra clan. Non le singole squadre, o troppo piccole per poter incidere o disinteressate a favorire l’avversario. Nemmeno la UEFA, incapace sia di applicare che di far rispettare le sanzioni e i regolamenti. E proprio qui hanno colpito le pesanti dichiarazioni del Napoli e del suo presidente contro l’arbitraggio di Moen nella gara d’andata. De Laurentiis ha accusato, non troppo velatamente, la UEFA e Platini di aver combinato la gara in modo da favorire il Dnipro, sia per tenere aperto il discorso qualificazione sia per la vittoria finale. Il numero uno del calcio europeo non ha commentato le dichiarazioni, ma il Dnipro alla fine in finale c’è andato davvero. E sarebbe un bello spot per la UEFA se la piccola cenerentola con la guerra in casa vincesse da sfavorita, proprio contro la vincitrice uscente, vero?
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