Mad Max Fury Road (2015), il trionfo dell’azione on the road

Nel cinema non si butta via niente, le idee di un tempo spesso vengono rispolverate, lustrate e messe sullo schermo per portare in sala spettatori vecchi e nuovi. Spesso, però, la qualità di queste operazioni lascia a desiderare e si rischia di andare al cinema solo per effetto della nostalgia
Il film di cui parliamo oggi, invece, è un dannato capolavoro.
Mad Max: Fury Road non è semplicemente il remake della mitica trilogia action degli anni Ottanta, è un elogio del caos, un tripudio di esplosioni e calamità naturali con sottofondo di Giuseppe Verdi, un’opera matura e ben orchestrata, insomma, la prova lampante che si può tornare sulle buone idee del passato e rielaborarle alla luce di esperienze nuove.
George Miller ci catapulta in una desolata terra post-apocalittica, nella quale non esiste praticamente più nulla del vecchio mondo e il potere è in mano a chi possiede l’acqua: Immortan Joe, uno che è vestito come Darth Vader se avesse assunto Skeletor come stilista e arredatore d’interni, uno malvagio fino all’osso ma con dei princìpi a suo modo coerenti e profondi.
 
A fronteggiare questo villain di qualità c’è lui, Mad Max, un “uomo che fugge sia dai vivi che dai morti”, tormentato da un passato oscuro che, tenetelo a mente, non è raccontato nei precedenti episodi, e poi c’è una lei, Furiosa, una donna forte e determinata, guerriera esperta e scaltra che è il motore stesso dell’azione, non una semplice comprimaria. Contro di loro un esercito di esaltati Figli di Guerra con un credo misto di mitologia norrena e giapponese che sembra costruito sulle ceneri della cultura pop pre-apocalisse.
Ho detto fin troppo, perché in questo film si parla solo se è necessario: si guida, si spara, si esplode, ma non si parla, non ci sono spiegoni da film fantasy o di supereroi: le immagini e i rapidi scambi di battute sono sufficienti a definire il contesto nel quale agiscono i personaggi, rapide sequenze che spiazzano lo spettatore (per la loro mancanza di spiegazione) lasciano intuire che nel mondo di Max c’è un oltre, qualcosa che passa di sfuggita mentre si sfreccia per la Fury Road, e che conferisce alla pellicola un senso di profondità che è la vera sorpresa in una pellicola d’azione adrenalinica come questa.
 
George Miller arriva al successo nel 1979 con il primo capitolo della saga, uscito in Italia col titolo Interceptor, un successo planetario confermato da due sequel in cui, con l’aumentare del budget, diminuivano le “strade lastricate” e scomparivano le tracce della nostra società, finché con questo quarto capitolo a distanza di trent’anni dal precedente (ma ambientato, ancora una volta, chissà quando rispetto a esso) non sono rimasti che uomini e auto costruite con i rottami: per costruire questo mondo selvaggio e desolato la CGI è stata largamente utilizzata, tuttavia, ciò che vediamo non appare mai artificioso, questo grazie ad una troupe con più di un migliaio di elementi tra tecnici e stuntmen.

 

Come sempre, per i prodotti di entertainment di largo consumo, si prevedono già due sequel e diverse opere collaterali quali fumetti e un videogioco – tutto nel cinema di oggi è fatto per generare quanto più profitto possibile. Tuttavia Mad Max è la prova che si può fare del cinema di buona qualità anche in un prodotto di consumo.
 
Matteo Cutrì
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