Cosa fa l’ONU per i bambini violati dai “suoi” Caschi blu?

Leggo ONU e penso ad un organizzazione sovranazionale, vagamente USA-centrica, indipendente. Se sono ottimista, magari penso anche all’attività che svolge da oltre mezzo secolo nella risoluzione dei conflitti e per il mantenimento della pace. Da pessimista osservo che, nel 2015, i conflitti nel mondo sono talmente tanti che non si contano e ogni giorno si continua a morire, quindi qualcosa nell’Onu non funziona proprio come dovrebbe. Complessivamente, secondo il Pew Research Center la “gente” ha fiducia nelle Nazioni Unite. Una fiducia equamente distribuita tra Occidente e Paesi in via di Sviluppo, particolarmente alta in Corea del Sud e Indonesia, oltre che in Europa. Il 67% degli italiani ha un’opinione positiva dell’operato delle Nazioni Unite e delle sue principali agenzie, mentre solo il 20% si dichiara contrario. Gli altri? Non sanno/non rispondono. 
Una manciata di statistiche per confermare, se ce ne fosse stato bisogno, che alle Nazioni Unite è affidato, implicitamente, un mandato fiduciario di rispetto etico ai suoi stessi valori fondanti. Che ne sarebbe di un supporto popolare così ampio al venir meno del rispetto dei diritti umani, della pace, della giustizia, del progresso sociale in un contesto di libertà? 
 
caschi blu bambini african
Fonte: thepostinternazionale.it
 
Una domanda piuttosto semplice, ma dalla non scontata risposta visto lo scandalo che, in sordina, ha investito la delegazione ONU in Repubblica Centrafricana. Un cooperante svizzero, che lavora per l’Onu da oltre 30 anni, ha rivelato alle autorità francesi delle informazioni riservate riguardo a dei casi di abusi da parte delle forze di peacekeeping durante l’attività in CAR nel 2014. In particolare, il rapporto, commissionato dall’Alto commissariato ONU per i rifugiati, racconta di bambini, a partire dai 9 anni, stuprati e sodomizzati dai caschi blu francesi della missione in via di costituzione. Non è chiaro quanti siano i minori coinvolti, quel che è certo è che le violenze hanno avuto luogo nei campi dove i profughi avrebbero dovuto trovare una prima forma di pace scappando dalle violenze che, ormai da decenni, lacerano il paese.
La fonte, racconta il Guardian, ha deciso di violare il codice di condotta interno rivelando queste informazioni riservate a causa della reticenza dell’organizzazione a punire i responsabili. Una scelta che, paradossalmente, sta pagando lui stesso in prima persona: con una velocità spesso estranea ai procedimenti giudiziali, è stato sospeso e potrebbe essere presto licenziato. Il tutto mentre i caschi blu responsabili delle violenze sui bambini africani svolgono ancora il loro lavoro.
 
Un beffardo destino che condividono con una manciata di colleghi senza nome, ma dei quali, negli anni, sono state rese note le malefatte. Il rapporto “Abusi sessuali sui bambini da parte delle forze armate internazionali in CAR” non, infatti, è il primo del suo genere. Un’inchiesta della BBC ha dimostrato che, nel 2006, alcuni soldati delle forze Onu ad Haiti hanno “pagato” le prestazioni di bambini tra gli 11 e i 14 anni con caramelle e qualche dollaro. Dieci componenti indiani del contingente in Congo sono stati oggetto di un’inchiesta interna per atti simili durante il loro mandato. Nel 2007, 732 caschi blu marocchini sono stati rimpatriati dalla missione in Costa d’Avorio con l’accusa di aver compiuto reiterati abusi sui minori locali.
Che sia l’esercito delle Nazioni Unite a compiere tali violenze è, senza dubbio alcuno, inaccettabile. Per di più a fronte del fatto che è l’Onu stessa a valutare come la presenza di conflitti e dei contingenti internazionali di peacekeeping abbiano un impatto diretto sull’aumento dei casi di prostituzione minorile. Quella stessa prostituzione minorile che dovrebbe essere depennata, facendo fede ai principi fondatori dell’organizzazione e al secondo protocollo opzionale alla Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia.
Il principale nodo critico è l’assenza di un sistema efficace di controllo interno. Se per quanto riguarda il personale civile, le misure disciplinari sono tempestive, non funzionano altrettanto bene con il personale militare. Le molte organizzazioni non governative che si occupano del problema chiedono a gran voce l’istituzione di un organo esterno ed indipendente che si occupi di queste fattispecie. Tuttavia per ottenere un tale obiettivo è necessario anche un maggior grado di consapevolezza dell’opinione pubblica. Ed è qui che ci tornano utili i dati presentati all’inizio. La fiducia nelle Nazioni Unite tende ad essere “cieca” e fondata sul quel mandato di fiducia, eredità delle atrocità delle due guerre mondiali che è oggi, giustamente, indiscutibile. Tuttavia la fiducia non è una lampadina che si accede o si spegne al tocco di un interruttore, ma il frutto di un rapporto bilaterale che pone le sue fondamenta in valori, principi, obiettivi condivisi.
È giusto riflettere sulle Nazioni Unite, così come è giusto pretendere che chi promuove la giustizia sia capace di essere lui stesso un justice champion. E non ci si aspetta che le migliaia di persone che lavorano per l’Onu, così come per tutte le Ong, siano senza macchia e senza paura, ma che, almeno in questi contesti, prevalgano la modestia, la responsabilità, la giustizia. Perché se è vero che da millenni l’uomo si interroga su cosa sia giusto, ci sono circostanze sicuramente ingiuste, tra di esse quale più dell’immagine di un bambino, innocente, violato?
 

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