L’Italicum è il manifesto del "renzismo"

Più che una legge elettorale, l’Italicum è il manifesto ideologico di Renzi e del “renzismo” in tutte le accezioni più negative. Sfrontato arrivismo, superficialità, dilettantismo, arroganza, in un contesto di estrema povertà culturale e impreparazione tecnica, condito da slogan e frasi fatte ripetuti ossessivamente. Tutti gli elementi negativi del Presidente del Consiglio e del suo governo sono puntualmente riproposti anche nel testo di legge e nel modo in cui si è arrivati alla sua approvazione.

Renzi è diventato premier perché serviva una guida forte e un segnale di rinnovamento, senza badare troppo al modo in cui è arrivato o alle sue reali capacità. Il suo governo riflette l’esigenza di una classe dirigente giovane, coesa ed estranea alle dinamiche della precedente, ma trascura elementi a dire poco fondamentali per ricoprire la carica di Ministro: competenza, indipendenza, esperienza nel settore. Allo stesso modo questa legge elettorale è progettata con due obiettivi precisi: avere una legge elettorale e la governabilità. Non c’è stata parsimonia da parte del premier nel ricordarci che finalmente avremo una legge elettorale come da lui promesso e soprattutto che, grazie al doppio turno e al premio di maggioranza “si saprà chi ha vinto il giorno dopo le elezioni”. Vero, il problema è il modo in cui ci si è arrivati. Sia dal punto di vista tecnico che da quello procedurale. Sul primo punto, siamo di fronte ad un sistema elettorale con dichiarate aspirazioni maggioritarie imprigionato nelle caratteristiche tecniche di un proporzionale (la stessa ripartizione dei seggi, collegi plurinominali, premio di maggioranza, soglia di sbarramento). Quello che ne esce è il solito pasticcio, figlio di compromessi e di scarsa competenza in materia, un proporzionale con un premio di maggioranza enorme, nemmeno troppo diverso da quel Porcellum dichiarato incostituzionale, con quell’assurda via di mezzo tra liste bloccate (istituite una ventina di anni fa a furor di popolo per arginare la corruzione) e preferenze (richieste oggi a furor di popolo per arginare la corruzione). Sarebbe stato logico, data l’aspirazione maggioritaria, prevedere seggi uninominali in modo che il popolo di una circoscrizione potesse scegliere direttamente il suo candidato e questo dovesse rendere conto ai suoi elettori, come contrappeso al grande aumento di potere nelle mani del premier. Il quale invece potrà scegliere indiscriminatamente i capilista, che potranno pesare per circa un terzo della maggioranza, magari inserendo i famosi “impresentabili”, magari inserendo rifugiati da altri partiti influenti ma non troppo apprezzabili dall’elettorato. Gli eletti con le preferenze invece faranno parte di un gruppetto di 6-7 che usciranno da ogni collegio, e già mi immagino lo scaricabarile che di fatto annullerà la concreta possibilità di un rapporto diretto tra elettori ed eletto. Tutto questo mentre ormai da anni i maggiori politologi si sgolano nel consigliare di adottare un tanto semplice quanto efficace maggioritario a doppio turno, il sistema francese, che avrebbe garantito comunque la governabilità ma in un contesto più coerente e bilanciato.

Dal punto di vista procedurale, invece, Renzi ha proceduto con arroganza e forzature, mostrando scarso interesse per le consuetudini (la legge elettorale dovrebbe essere condivisa) e per gli equilibri di partito. Qui entrano in gioco le opposizioni esterne e interne (la famosa minoranza dem). Ogni volta che assisto ad uno scontro tra Renzi vs. qualsiasi tipo di opposizione mi sento come se stessi guardando una partita di calcio sperando che perdano entrambe le squadre. L’analogia calcistica tra l’altro non è casuale, visto che per toni e contenuti siamo circa a livello del processo di Biscardi. La cosa più rilevante, ma allo stesso tempo disgustosa delle varie minoranze o opposizioni è stato il giochino “fai un’analogia tra Renzi e il fascismo”, e tutti a riempirsi la bocca di dittatori, derive democratiche, regimi autoritari e secessioni dell’Aventino, tra l’altro pochi giorni dopo il 25 aprile, rendendo tutto questo teatrino ancora più squallido. Di concreto, di costruttivo, ovviamente, quasi nulla. Da qui la mia incapacità di appoggiare la posizione di una delle parti, vedendo da una parte Renzi svilire le consuetudini democratiche e il suo stesso partito discutendo la legge col suo partito interpellandolo solo a giochi fatti, forzando cambi in Commissione o ponendo la questione di fiducia e dall’altra una minoranza sconfitta in regolari primarie rifiutare aprioristicamente tutto ciò che usciva dalla bocca del suo segretario e remare così palesemente contro al premier da loro stessi fiduciato.

L’atteggiamento delle altre opposizioni invece è l’ennesima prova del caos che contraddistingue la destra e dell’impostazione cronicamente minoritaria e di opposizione di M5S e Lega. Tutti quanti si sono limitati a sbraitare contro Renzi per tenere alti gli umori dei seguaci ma come nessuno aveva voglia, interesse e capacità di entrare più di tanto nel merito lavorando sulle numerosissime imperfezioni. Le azioni plateali di una parte della minoranza PD e delle opposizioni che hanno detto di non dare la fiducia poi l’hanno votata quasi tutti (i primi) e abbandonato l’aula (i secondi) le vedo come una prova evidente di come si sia cercato soprattutto il clamore, il dissenso mediatico e una manciata di consenso.

In questo desolante contesto, quel mix di arroganza, arrivismo, sensazionalismo, impreparazione e superficialità che hanno contraddistinto i primi mesi di questo governo e tutto quello che si è sviluppato attorno alla figura del premier hanno potuto imporsi senza nemmeno troppa fatica, partorendo l’ennesima legge approssimativa e lacunosa per poi dire a tutti di essere riusciti a fare quello che nessuno mai era riuscito a fare prima, quando invece di leggi approssimative e lacunose ne sono già state fatte in abbondanza.

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