Nereo Rocco: l’uomo semplice che cambiò il calcio

Solo davanti 
a un fiasco de vin 
quel fiol d’un can fa le feste 
perche’ xe un can de Trieste 
perche’ xe un can de Trieste 
Davanti 
a un fiasco de vin 
quel fiol d’un can fa le feste 
perche’ xe un can de Trieste 
e ghe piasi il vin!
Lelio Luttazzi, conduttore radiofonico e televisivo, attore, cantante, musicista, regista, direttore d’orchestra, regista e tante altre cose, ha regalato alla sua città un inno all’autoironia tipica del popolo che la abita. Un cane di Trieste, lontano da casa, è sempre triste, tranne davanti a un bicchiere (o magari due) di vino. Alla fine, a bere, non è solo il cane, ma anche il padrone, che così, puzzando di vino, riceve le coccole del cane. E il vino ritorna anche nella storia di uno dei triestini più importanti, celebrati e vincenti dello sport italiano. In una intervista faccia a faccia del 1974, Gianni Brera lo descrive così. “L’aspetto è dell’ex atleta, che ha smesso di correre e che ha onorato Iddio in tutte le sue creazioni, compresi i cibi buoni e soprattutto i vini.” E nel corso dell’intervista il vino non manca. Eppure Nereo Rocco, dall’aspetto così bonario e mai restio ad accettare un bicchiere di teràn, è stato uno dei principali innovatori della storia del calcio, italiano e mondiale. 
nereo rocco

Per vent’anni, l’Italia era stata dominata dal “metodo”, il WW, oppure usando i numeri il 2-3-2-3, formazione fascistissima che aveva portato la fascistissima Nazionale a vincere due mondiali consecutivi, nel 1934 e nel 1938, sotto la guida di Vittorio Pozzo. Ma alla fine della guerra qualsiasi riferimento con il passato, per quanto vincente, venne obbligatoriamente e magari troppo velocemente abbandonato, Pozzo venne fatto dimettere e il metodo venne bollato come anticalcio. Venne importato il “sistema”, l’inglese WM (3-2-2-3), che però prevedeva scontri uno contro uno in ogni posizione del campo e finì per favorire le squadre con l’organico migliore: sono gli anni del Grande Torino, che con il sistema domina in Italia ed impressiona il mondo, finché Superga non li strappò dall’Olimpo del calcio tornando da una trasferta in Portogallo. Le squadre piccole allora, per contrastare la superiorità delle grandi, cercarono nuove strade. Una di queste, quella che si rivelò più funzionale e vincente, fu introdotta proprio da Nereo Rocco nella sua Triestina. Creato da Karl Rappan al Servette in Svizzera, il “mezzo-sistema”, conosciuto in Italia come catenaccio, creava una superiorità davanti alla propria area attraverso l’introduzione del libero dietro la difesa, con un sistema che si può riassumere in un 1-3-3-3. Il libero aveva anche compiti di regista arretrato, e libertà (come suggerisce il nome) di aiutare i difensori nelle marcature. Quella Triestina, anche grazie a sovvenzioni della Lega e dalle altre società (data la situazione particolare della città, divisa tra Jugoslavi e anglo-americani) riuscì a creare una squadra competitiva. Nella stagione precedente all’arrivo di Rocco, l’alabardata era arrivata ultima in un campionato vissuto tra mille difficoltà e giocato per metà a Udine, data l’occupazione, ma venne ripescata. Nella stagione di debutto di Rocco sulla panchina, la Triestina arrivò seconda, pari merito con Juventus e Milan e dietro al Torino, con otto sconfitte su quaranta partite, di cui nessuna in casa. Nereo non riuscì a ripetersi, ma ottenne comunque due ottavi posti nelle due stagioni successive. L’anno dopo, per motivi mai del tutto chiariti, Rocco venne esonerato. Si accasò al Treviso in serie B, salvo essere richiamato a Trieste, per poi venire nuovamente allontanato. Dal quartiere di Rozzol Melara, ora famoso per il complesso di edilizia popolare di lecorbusierana memoria del Quadrilatero, inaugurato tre anni dopo la scomparsa dell’allenatore, Rocco partì verso Padova, che prima salvò insperatamente, e poi portò ad un eroico terzo posto, senza mai rinnegare il catenaccio. Dopo una breve esperienza alla guida dell’Italia Olimpica, arrivò la chiamata del Milan.

Per la prima volta, il catenaccio venne applicato ad una grande squadra, e i risultati non si fecero attendere. Lo scudetto arrivò alla prima stagione, con i gol di Josè Altafini e la fascia di capitano al braccio di Cesare Maldini. Ma fu il 1963 a riservare le gioie più grandi. Il terzo posto in campionato fu accompagnato dalla prima vittoria italiana della Coppa dei Campioni, ai danni del Benfica di Eusebio e con il diciannovenne Rivera in campo. Al fischio finale, Rocco festeggiò con la stessa verve di Mourinho dopo la Champions nerazzurra, dato che aveva già firmato con il Torino. Le stagioni in granata lo portano al terzo posto e ad un anno come direttore tecnico. L’abbandono della panchina fu solo momentaneo per l’istrionico triestino, dato che già per la stagione successiva venne richiamato dal Milan, che si trovava in difficoltà di fronte ai grandi successi della cugina nerazzurra guidata da Helenio Herrera, con tre scudetti e due Coppe Campioni. Scudetto e Coppa delle Coppe subito, Coppa dei Campioni l’anno successivo, con un modulo che definire difensivista è limitato. Un libero, cinque giocatori davanti a lui, un centrale di centrocampo e due attaccanti supportate da un’ala mobile su entrambe le fasce. Questo 1-5-1-1-2 domina in Italia, paga in Europa e porta a vincere anche nel mondo, con la conquista della Coppa Intercontinentale contro l’Estudiantes.  

 
Sotto la sua guida, Rivera, da diciannovenne magrolino nel ’63, divenne Pallone d’oro solo sei anni dopo. Per i giocatori non fu un semplice allenatore, bensì fu un secondo (o spesso anche un primo) padre per loro. Si concentrava completamente sugli uomini, tanto da predisporre le marcature a uomo una per una, attirandosi spesso critiche e dubbi ma avendo alla fine sempre ragione. In particolare, Trapattoni e Lodetti lo vedevano come un eroe, e per lui avrebbero fatto di tutto.
Prima della fine della carriera, dopo la Fiorentina e due anni come direttore tecnico a Padova, tornò al Milan, prima come dirigente, e poi di nuovo come allenatore, dove vinse la Coppa Italia del 1977. Per 28 anni è stato l’allenatore con più presenze in Serie A, battuto solo nove anni fa da Mazzone. 
Nereo, il cui cognome originario era l’austriaco Rock, italianizzato dal padre nel ’25 per poter avere la tessera fascista per lavorare al porto di Trieste, si ritirò a vita privata insieme alla moglie Maria, con in bacheca due Campionati, tre Coppe Italia, due Coppe delle Coppe, due Coppe dei Campioni e una Coppa Intercontinentale.  Ma purtroppo il Cavaliere dello Sport Nereo Rocco non rimase molto a casa, perché solo due anni dopo, nel febbraio del 1979, lasciò questo mondo, per guardare da lassù (è bello crederlo almeno) il calcio che lui stesso ha contribuito a creare. Alla fine, il suo amico Gianni Brera gli dedicò uno scritto, un articolo, una lettera aperta. Se gliel’avesse letta, sicuramente il buon Nereo lo avrebbe interrotto, per non emozionarsi troppo, con un “Tasi, mona!”
Caro vecchio Nereo, se avessi pianto non avrei finito a tempo questo lavoro che l’amicizia, soltanto l’amicizia non mi rende gravoso né ingrato. Il magone mi è venuto quando ho letto la tua ultima lettera. Non è da noi piangere. La tua vita è stata buona. Al tuo ricordo, amico, brinderò come tante volte abbiamo fatto insieme. Addio Nereo, ti sia lieve la terra.

Marco Pasquariello

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2 pensieri su “Nereo Rocco: l’uomo semplice che cambiò il calcio

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