Eugenio in via di Gioia: purificarsi dai mali della società con l’ironia acustica

Devo ammetterlo, se fosse stato per me, non avrei mai intervistato Eugenio in via di Gioia – ma questo dopotutto non conta granché, che se fosse stato per me non avrei mai fatto una marea di cose interessanti, come ad esempio pettinarmi i capelli o guardare i film di Lars von Trier. Quindi grazie ad Angela Caporale che mi ha passato il faldone, per così dire. A voi l’intervista! 

Ciao, come state? Ho visto che qualche tempo fa avete completato con grande successo una campagna di crowdfunding, casualmente anche la mia band ha appena fatto la stessa cosa, anche se con un goal decisamente più modesto. Nel mio piccolo, sono rimasto davvero sorpreso di avercela fatta, non me lo aspettavo sinceramente. Voi? 

Che cosa fate nella vita, a parte suonare? Se siete fra coloro che stanno tentando di guadagnarsi la pagnotta suonando, posso chiedervi come va? Che prospettive reali vedete davanti a voi? Avete il progetto di andare avanti finché dura senza troppe perdite/non si sovrappone a un lavoro full time e una volta arrivati a 28 anni (come un vero giornalista moderno, ignoro dati fondamentali tipo la vs età) direte che ‘ok, può bastare così’?

Stiamo bene, non c’è male dai. Per quanto riguarda il crowdfunding siamo rimasti sorpresi anche noi! Non ci aspettavamo tutto questo seguito da parte delle persone che possiamo definire “fan”, anche perché la cifra da raggiungere non era bassa. Era la seconda volta che provavamo questa esperienza e abbiamo notato una bellissima differenza fra le due campagne: nella prima ci avevano aiutato molto parenti ed amici, mentre nella seconda la maggior parte non li conoscevamo di persona!
 
Noi oltre a suonare proviamo a crearci altre vie, chi con l’ università, chi con progetti paralleli. Lo si fa perché la musica è sempre un’ incognita: oggi magari piaci e la gente ti segue, ma un domani chissà…C’è da specificare però che, ora come ora, stiamo dando la priorità al progetto perchè ci crediamo, tentiamo il tutto per tutto e questo sforzo sta dando i suoi frutti. Poi ci siamo sempre detti che smetteremo quando non ci saranno più possibilità di crescita. E lo capiremo. Per l’età non vogliamo entrare nel dettaglio perché sennò vuoi sapere troppo e sarebbe illegale, ma abbiamo un’ età media di 24 anni (quanti anni ci davi?)

 

Sarò sincero, il vostro genere si inserisce in una tradizione con una lunga e popolare storia ma che per limiti miei, non frequento più di tanto. Se dovessi dire a qualcuno cosa fate, gli direi che vi ispirate, tipo, a Brunori Sas meno l’essere meridionali, alla Bandabardò meno il terzomondismo, alle Youtube stars meno il non saper suonare (o meno le tette, perché spesso le youtube stars hanno le tette o gli occhi azzurri) a De Andrè meno la complessità di certi arrangiamenti (e un po’ di altre cose, credo. Purtroppo [?] non sono un appassionato del Faber). 
Ora, non vorrei tanto che mi diceste se siete d’accordo o meno, ma vorrei che mi diceste la vostra sul fenomeno che possiamo sintetizzare con “Brunori ha aperto i concerti dell’ultimo tour di Ligabue” & con “Bugo ha fatto un album dove sembra Jovanotti sotto Roipnol“. Come mai, secondo voi? Perché? Hanno fatto bene?
 
I paragoni che ci hai additato ci piacciono e ne siano lusingati! Per rispondere alla domanda possiamo citare l’esempio che hai fatto: Brunori ha aperto i concerti di Ligabue e secondo noi è stata un’ottima mossa mediatica; questa estate era arrivato da un tour invernale con “sold out” dappertutto e, per spingersi ancora più su, ha avuto l’opportunità di andare a cantare i suoi brani davanti a migliaia di persone. Per arrivare al mondo mainstream una via è questa, infatti come dice lo stesso Brunori in un’intervista: “..quel che conta è che oggi mi sta offrendo un’opportunità di visibilità che in altri ambiti “grandi” mi è praticamente preclusa..” e siamo perfettamente d’accordo. Anche noi nel nostro piccolo abbiamo avuto l’onore di aprire dei grandi come Vinicio Capossela o gli Zen Circus e questo aiuta sempre, anche un Brunori già famoso nel panorama indipendente.
 
Passando alla seconda parte di domanda, secondo noi un’artista deve evolversi nella sua carriera musicale, anche cambiando sonorità, come è successo per esempio con Brunori (poveraccio, lo stiamo nominando troppe volte!). Ogni tanto questa crescita musicale non avviene più in modo naturale, ma è “forzata” per riuscire a piacere a più orecchi possibili. Noi pensiamo che non sia il caso del buon Brunori e non diventerà mai un caso nostro… La musica devi sentirla come la senti tu, non come la sentono gli altri.
 
E a proposito della comunicazione fra artista e pubblico, ragionavo un po’ sui testi. Mi sembra di capire che voi puntiate (qualsiasi cosa l’espressione voglia dire) sul “sociale”. Penso a pezzi come All you can eat. Ora, visto che sono entrato nel loop dei paragoni, quanta parte di merito pensate che il contenuto “sociale” dei testi abbia nel vostro successo? Step successivo: secondo voi, questo tipo di canzoni influenza veramente chi le ascolta? Oppure si è condannati al “la domenica tutti guardano Report e si indignano e il lunedì non succede mai un cazzo”?
 
Domanda interessante! Come dici giustamente tu puntiamo molto sul sociale, questo però avviene in maniera abbastanza inconscia e spontanea. Infatti i nostri testi, nascono prevalentemente da ispirazioni per strada. Guardando i passanti e cercando attenzioni, riusciamo ad avere un riscontro immediato quando catturiamo la loro curiosità. Questo ci aiuta molto ad essere diretti e appunto “sociali”. Il nostro obiettivo però non è quello di schierarci a favore del popolo e coccolarlo, bensì quello di pungere la società proprio nelle sue contraddizioni. L’ironia è l’arma che preferiamo per arrivare nella testa delle persone. Non vogliamo cambiare il mondo e non pensiamo sia compito delle canzoni farlo. Vogliamo provare a cambiare, iniziando da noi, i paradossi delle abitudini con cui veniamo a contatto ogni giorno.
Generare l’effetto indignato/menefreghista è abbastanza rischioso, quindi semplicemente quando decidiamo di toccare un tema è perché in qualche modo ci sentiamo noi stessi vittime di quel modo di fare, atteggiamento. Diciamo che scrivere è un buon modo per purificarci e cercare di cambiare le poco per volta partendo dall’autoconsapevolezza.

 
Sempre sullo stesso argomento: è un bene che la musica abbia una dimensione pedagogica? Ad esempio, a titolo personalissimo, ritengo che i Modena City Ramblers abbiano fatto più danni all’immaginario di sinistra rispetto a due decenni di Veltroni (oddio. forse ho esagerato, ma siamo lì.). Ma anche uscendo dalla politica, ci sono due livelli di pedagogia che la musica leggere può trasmettere. Il primo corrisponde a certe cose dei Baustelle. Penso a La Malavita (La guerra è finita, A vita bassa, ecc.) (o Baudelaire, da Amen) fino a sfociare in Monumentale, che se vogliamo è un po’ la Everybody Hurts italiana. Su un livello leggermente inferiore colloco Caparezza, che ha sempre unito una grande voglia di inserirsi in certi discorsi con un certo mordente a una altrettanto forte voglia di mettere in chiaro che non vuole ergersi a capopopolo proprio di nessuno.
 
L’altro livello è quello entro il quale si iscrivono tutti gli artisti italiani che hanno inserito il sintagma “social network” nei loro testi, tipo gli Amor Fou [o BettiBarsantini, che sono Fiori + Parente] o che, in generale, si ergono a castigatori dei costumi corrotti o a interpreti del disagio di una generazione (senza che nessuno glielo potesse aver mai chiesto, tipo Cristicchi Studentesse universitaria). Un esempio più virtuoso di questo è Viva degli Zen Circus (già solo per il fatto che se l’è presa con i 5S). 
Non so, come vi collocate in questo panorama? Magari lo vedete molto diversamente da come lo vedo io. Sarebbe interessante sapere che ne pensate.

Il vero problema delle canzoni pedagogiche è che rischiano di essere strumentalizzate come manifesto di un pensiero, e che chi le ha scritte possa perderne le redini completamente. Ecco che una canzone antimafia come Cento passi è diventata “la canzone dei comunisti” secondo la maggior parte dei miei coetanei.
Noi non parleremo (forse) mai di politica in una canzone, rientra piuttosto nelle nostre corde parlare della psicologia che sta dietro ai vari comportamenti umani, che siano questi legati alla politica o alla società. Forse in questo senso siamo molto più simili a Caparezza e alle sue riflessioni da nerd di Fuori dal tunnel.
Altre nostre canzoni si avvicinano di più all’approccio dei Baustelle che più che essere pedagogico secondo noi, tenta di descrivere e fotografare da un punto di vista esterno la vita del nostro tempo. Con un’unica forte differenza: il loro racconto tenta di essere il più oggettivo possibile, come se a parlare fosse un cantastorie lontano; il nostro “narratore” invece spesso parla in prima persona plurale “noi”, cercando di instaurare un rapporto narratore/ascoltatore più “compatito”.
 
Tutto questo per dire che il risvolto pedagogico, diventa positivo se l’ascoltatore si trova a rivivere determinati momenti di una canzone durante le sue azioni quotidiane, e lì, cascandoci dentro, le capisca a fondo, cambiando i propri atteggiamenti per evitare di commettere contraddizioni o seguire strane abitudini.  


Filippo Batisti
@disorderlinesss



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