#ijf15 – Nuove avventure in hi-social: tra Radio3 e McLuhan

Per la seconda volta sono stato al Festival del Giornalismo di Perugia, per meno tempo di quello che avrei voluto (neppure una opportunità di chiedere a Beppe Servegnini se fosse appena tornato dall’America), ma oltre a fare un pranzo pantagruelico per euri tredici come se non fossero passati sei anni dall’ultima volta che avevo calcato corso Vannucci e come se l’inflazione e la crisi non fosse mai esistita. Fra le altre cose, ho imparato che tutte le volte che leggiamo che Kim Jong-Un ha fatto della pazza merda (è veramente tempo di trovare una traduzione italiana di “crazy shit”. Beppe aiutami tu.) molto probabilmente è falso, ma pur di fare click-baiting anche gli osannati media anglosassoni svendono l’anima al trash; ho imparato che Mattarella è sicuramente un rettiliano con la doppia palpebra e che è difficile entrare nel mondo della cultura senza essere un neomelodico veltroniano; ho imparato che il mondo social è oggetto di interesse per gli altri media novecenteschi.

Pavolini, Di Lazzaro, Aprile, Polacco.
In particolare, mi riferisco al panel che ha visto presenziare Antonella Di Lazzaro (direttrice media Twitter Italia), Marianna Aprile (Oggi), Rosa Polacco (Radio Rai 3) e Alberto Marinelli (La Sapienza di Roma), moderati da Antonio Pavolini (media analyst). Vorrei concentrarmi in particolare su un paio di aspetti, uno più serio, l’altro altrettanto, ma sarò io a prenderlo meno seriamente. Rosa Polacco si è fatta portabandiera del programma di Radio 3 Rai Tutta la città ne parla, che è splendido solo per il fatto di avere come sigla una versione per archi di The Model dei Kraftwerk (qui in versione con David Byrne in versione alienato, diversamente dal solito), ma è meritevole e innovativo perché ha trovato il modo di coinvolgere il proprio affezionatissimo pubblico: la trasmissione è costruita un’ora prima di andare on air sulla base di un paio di telefonate al programma precedente (un commento alla rassegna stampa quotidiana) le quali definiscono così il tema del giorno. 
Non a caso si è detto che il vero committente del programma è il pubblico stesso che – trattandosi di Radio 3 e non degli ascoltatori dello Zoo di 105 – è tendenzialmente colto, competente e molto attivo. La quotidianità dimostra che la comunità degli ascoltatori è molto legata ai suoi conduttori e pure all’interno di se stessa, fra i membri che sul gruppo Facebook dedicato all’intera emittente interagiscono costantemente, brillantemente (e talvolta un poco ossessivamente, se mi è concesso. Ma io che sono della generazione per cui è stato coniato il termine “fanboy” so bene che qui i livelli di pericolo sono ben altri). 

Essendo un pubblico raffigurabile in un range che spazia da pastori sardi che ascoltano tutto il giorno a manetta la radio (true story, l’ho sentita uscire dalla bocca di Paolo Fresu un paio di anni fa) a professori universitari, con un significativo polo d’attrazione verso questi ultimi, Rosa Polacco rilevava che spesso la conoscenza degli utenti è tale da risultare superiore a quella dei giornalisti radiofonici, che vengono perciò bacchettati per le loro eventuali imprecisioni. Questo fatto apre anche alla possibilità di un dialogo au même niveau tra ospiti che di solito parlano ex cathedra e gli ascoltatori da casa, attivissimi e precisi su Twitter, Facebook e gli altri mezzi di comunicazione del caso. Una chiosa un filo triste è arrivata successivamente quando è stato fatto notare che, senza questa montagna di interazioni, da un certo punto di vista, Radio 3 chiuderebbe, perché il suo modello di business è tale che necessita la presenza (e l’attività) di un pubblico ristretto e affezionato. Mentre, purtroppo, grosse fette di pubblico allo Zoo di 105 non mancheranno mai – e per carità di patria non ipotizzeremo certo che il nome rifletta anche il target.
 
Ero abbastanza felice e soddisfatto, quando la dirigente di Twitter Italia Antonella Di Lazzaro (leggo che era anche ex-vice presidente di Mtv; ho perso un’occasione per rinfacciarle il tragico voltafaccia della MusicTelevision alla musica, in favore dei reality show più beceri) ha, fra le altre cose, citato una ricerca Nielsen che aveva monitorato l’attività neuronale delle persone che usano Twitter mentre guardano la televisione
Con una battuta un po’ ingenerosa ho immediatamente pensato che magari prima sarebbe stato meglio misurare il QI di questi soggetti. Dopo aver riso pressoché da solo, per il composto ma sensibile imbarazzo del mio vicino di posto, ho scoperto gli stupefacenti risultati della ricerca: nei punti di maggior pathos della puntata di Empire presa a campione, la persone twittavano di più
A parte vincere un premio GAC di Gazebo (presente all’IJF) e destare molto interesse nel Grande Capo Estiqaatsi di 610, questa considerazione mi ha riportato alla mente l’antica distinzione di Marshall McLuhan, il primo grande teorico dei media novecenteschi, rispetto a media caldi e media freddi. 
 
Media caldi sono radio e cinema, che prendono uno dei nostri cinque sensi e lo “estendono fino a un’alta definizione, fino allo stato, cioè, in cui si è abbondantemente colmi di dati”. Una fotografia è fattore di alta definizione, perché contiene una grande quantità di informazioni visiva, al contrario di un cartone di Topolino. La radio, chiaramente, si appella solamente all’udito e su quello lavora. Media freddi sono telefono e televisione, perché “attraverso l’orecchio si riceve una scarsa quantità di informazioni” e perciò, come ogni forma di discorso in generale, “offre poco ed esige un grosso contributo da parte dell’ascoltatore.

Al contrario i media caldi “non lasciano molto spazio che il pubblico debba colmare o completare “e di conseguenza comportano una limitata partecipazione; mentre i media freddi implicano un alto grado di partecipazione o di completamento da parte del pubblico. In uno slogan: la forma calda esclude e la forma fredda include.

 

Marshall McLuhan, 1911-1980
Ora, a ben vedere, questo va contro l’intuizione più diffusa nella mia generazione e della precedente, rispetto al fatto che “ci si rimbecillisce”, muti, davanti alla televisione, per ore, senza che si senta l’esigenza di completare nulla. Ora, a parte che sarebbe interessante capire come McLuhan avrebbe categorizzato gli smartphone da questo punto di vista, la considerazione da fare è: se la Tv è fredda e lascia spazio al completamento, Twitter a quanto pare funge da ottimo riempitivo. D’altro canto, però, come l’esperienza di Radio 3 insegna, il medium radiofonico si è “raffreddato” notevolmente.
D’altra parte McLuhan, nel 1967, scriveva anche pagine provocatorie ed interessanti rispetto agli effetti che gli strumenti tecnologici hanno sul nostro sistema nervoso centrale, che porta a far sì che, ad esempio, le parti del corpo le cui funzioni sono integrate, amplificate e quindi quasi sostituite da oggetti di tecnologia, finiscano per intorpidirsi, tanto da diventare “servomeccanismi” di questi ultimi. A quel punto si darebbero gli estremi per la sindrome di Narciso, come la chiama lui, che cartesianamente vede come altro da sé il proprio corpo, reificandolo e distorcendone quindi percezione e funzionalità. Limitandomi a constatare che alla verde età di 24 anni il mio indice destro, dopo una vita di cliccate, ormai mi duole in automatico, concludo che non ho proprio voglia di pensare a quello che direbbe McLuhan del mio, di sistema nervoso centrale…
 
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