Il banchetto degli sciacalli al Tribunale di Milano

Uno squilibrato, violento, fallito e frustrato riesce ad eludere il debolissimo sistema di sicurezza del Tribunale di Milano e uccide un magistrato, un avvocato e un imputato. Si tratta di un evento tanto tragico e sensazionale quanto isolato ed individuale, che ovviamente ha avuto un enorme scalpore ed ha egemonizzato tutti i media nazionali.
La maniera in cui il circo mediatico si è relazionata con questo evento è stata, come sempre, una cosa abbastanza vergognosa. Fossi Gramellini la eleggerei a milionesima metafora del paese, ma siccome trovo questa forma abbastanza stucchevole e soprattutto siccome non sono Gramellini mi limiterò a constatare che anche i mass media rispondono all’elementare meccanismo domanda/offerta, e data la caratura del prodotto offerto, non mi stupisco che il consumatore, il popolo italiano, si trovi ancora immerso nei suoi stessi rifiuti organici con piaghe come la crisi economica, Jovanotti e i Soliti Idioti.

La narrazione di questa vicenda si può dividere in due parti, diciamo una prima parte di cronaca e una seconda di analisi. La prima parte è quella che manifesta l‘approccio morboso e perverso di chi crede di trovarsi in un perenne reality show. Non ci si limita ad una sacrosanta ricerca di chiarezza sugli eventi accaduti, ma si cerca di portare letteralmente lo spettatore/lettore/ascoltatore al centro della tragedia e mentre il tempo passa e le dinamiche si chiariscono, si scava voracemente nella vita dei protagonisti alla ricerca di particolari o informazioni che quasi sempre si rivelano totalmente irrilevanti, se non addirittura fuorvianti. Così scattano le interviste o le telefonate in diretta a superstiti, vicini di casa, parenti di quinto grado che si sviluppano in un’esaltante escalation che solitamente ha come punto di massima altezza il mai banale “salutava sempre”. Sulla strage di giovedì ad esempio ho visto un servizio del Tg1 (non “Pomeriggio 5” o “La vita in diretta” dai quali cerco sempre di tenermi alla larga, ma il telegiornale della prima rete pubblica nazionale) nel quale si rendeva onore alla categoria dei giornalisti spulciando tra la vita privata dell’avvocato rimasto ucciso con banalità come la passione per il proprio lavoro e per il calcio e impreziosendo il tutto con un’intervista al proprietario del ristorante presso il quale questo povero uomo era solito cenare.

Va detto però che sarebbe abbastanza ingenuo aspettarsi qualità da un prodotto destinato appunto a telegiornali, programmi di approfondimento per casalinghe o riviste di gossip. Un minimo di qualità in più però ce la si aspetta dalla seconda parte della narrazione, quella analitica, destinata ad un pubblico mediamente più preparato e che si trova su quotidiani, siti e riviste specializzati o programmi di approfondimento un po’ più colti; un mondo da sempre troppo legato alla politica, nel quale si fatica a distinguere tra addetti ai lavori politicizzati e politici veri e propri. Da qui proviene uno dei grandi mali nazionali: dover sempre e ad ogni costo trovare se non una spiegazione politica almeno un fattore terzo legato ad essa che abbia influenzato l’evento in questione. Accade soprattutto con la cronaca nera, che puntualmente viene invasa da sciacalli dediti a lucrare sulle tragedie. Ovviamente un caso come quello del tribunale di Milano ha fatto esprimere i campioni di retorica e dietrologia ai loro massimi livelli. Trascurando un po’ a malincuore il magnifico mondo dei complottisti del web (la spiegazione che va per la maggiore è quella del false flag, un attentato orchestrato dal governo per distogliere l’attenzione pubblica dai suoi scandali), basta aprire qualsiasi quotidiano o social network per assistere alla frenetica corsa bipartisan di più o meno rispettabili addetti ai lavori al fornire la propria interpretazione. La colpa dell’evento, in ordine sparso, è stata attribuita allo stato che strangola i cittadini, alla magistratura, alla giustizia inefficiente, a Renzi in quanto premier, ad Alfano in quanto Ministro dell’Interno, a Berlusconi in quanto fomentatore di odio verso i magistrati, all’Europa in quanto portatrice di crisi economica, all’Expo, alla sfiducia nelle istituzioni e alle istituzioni incapaci di suscitare fiducia. Non è certamente un fenomeno nuovo e scandalizzarsi perché qualcuno lucra sulle tragedie è una cosa tanto giusta quanto ingenua. 

L’aspetto più inquietante è che oltre ad essere una pratica condivisa e trasversale, questa attitudine assume sempre più i contorni di una normale tecnica giornalistica. Il rischio, enorme, è quello di far passare un’orribile strage, uno dei tanti punti neri della nostra storia in un evento quasi ordinario sulla base delle condizioni esistenti e di rendere un uomo spregevole, capace di progettare lucidamente e portare a termine una cosa così ignobile come un semplice elemento debole della società che si è lasciato sopraffare da condizioni esterne avverse, il che magari non lo giustificherebbe agli occhi dell’opinione pubblica, ma comunque andrebbe a normalizzare questa vicenda assurda rendendola meno grave.
Sono anche convinto che questa costante invasione della politica di qualsiasi spazio “politicizzabile” a lungo termine si stia rivelando controproducente. Innanzitutto lo fanno tutti indistintamente, quindi la differenza in termini di movimento di consensi è minima, al massimo si riesce a rinforzare la posizione di quelli che già ti sostengono. Poi, a forza di dare a tutto una spiegazione politica, non stupiamoci della sfiducia dei cittadini nella politica e del loro attribuirle tutti i mali del pianeta, e non stupiamoci nemmeno se puntualmente arriva qualcuno pronto a lucrare a sua volta su questa sfiducia con l’antipolitica. Spesso, politica e antipolitica, sono fin troppo simili.

Fabrizio Mezzanotte
@fabrimezza
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