The Bottonomics – Landini chi? Ovvero, che cosa manca al Jobs Act

Matteo Renzi Jobs Act
Matteo Renzi stremato dopo la battaglia contro il Sacro Articolo

Le cronache ci informano che il Jobs Act, dopo un lungo processo di redazione, è ormai entrato in vigore da un mese e ha riformato il mondo dei contratti, abolendo pure il famoso e famigerato Articolo 18 dello Statuto dei lavoratori.
Circa, ma anche no, soprattutto per quanto riguarda quel brutto pasticciaccio del reintegro.
L’obbligo da parte del datore di lavoro di riaccogliere il lavoratore ingiustamente licenziato era già caduto con la riforma Fornero che prevedeva la possibilità di liberarsi degli ‘esuberi’ per motivi economici. Questa libertà è ora estesa anche ai licenziamenti per motivazioni disciplinari ma, de facto, non è cambiato nulla. A livello effettivo, per cavilli di natura procedurale (per i più avvezzi, per questioni legate all’onere della prova), già dopo le lacrime e sangue del 2012, ottenere il reintegro era pressochè impossibile.
Ma allora perchè tutto questo clamore? Perché tanto astio nei confronti di quell’articolo che di sicuro non ostacolava alcuna assunzione in quanto praticamente morto e tenuto in vita artificialmente da una sorta di accanimento politico?
Beh, a quanto pare quello che qualcuno considera ancora un Ebetino ha dato scacco matto alla sinistra italiana. L’abolizione dell’articolo 18 è stata una pura mossa politica, una dimostrazione di forza per sradicare ogni volontà di potenza dell’area riformista del partito e, soprattutto, dei sindacati.
Ma quindi tanto rumore per nulla? Il Jobs Act non serve a niente? Forse no.
Gli ultimi dati affermano una timida ripresa dell’occupazione dettata più probabilmente dal nuovo contratto a tutele crescenti e ai temporanei posti di lavoro offerti dalla congiuntura astrale dell’EXPO rispetto all’abolizione del Sacro Articolo ma tant’è, i dati sembrano dare ragione al governo.
In sostanza si potrebbe quindi considerare il Jobs Act come una buona riforma? Si, forse, ma carente in due punti fondamentali:
Prima di tutto si è eliminato il contratto a tempo determinato (così come quello a tempo indeterminato) senza fornire adeguati ammortizzatori sociali. Mi spiego un poco meglio: la nuova legislazione prevede un’unica forma contrattuale a tutele crescenti che formalmente risulta un’assunzione a tempo indeterminato e fin qua tutto bene.
Tuttavia il datore di lavoro, dietro adeguato conguaglio economico, può licenziarti in qualsiasi momento. Quindi sei assunto a tempo variabile, dipende dall’imprenditore.
Come ricordato fin dalla nausea da una certa ala del parlamento questa politica del lavoro è presente in moltissimi dei paesi avanzati e mancava giusto appunto in Italia. Questi liberisti goderecci si scordano tuttavia di dire che il reddito minimo garantito (non quello di cittadinanza della premiata ditta di Grillo) è presente in tutti i paesi europei tranne due nazioni. Una è la Grecia, l’altra la lascio indovinare ma, suggerimento, per capitale ha Roma. 
Quindi la flessibilità è bella, si, ma magari è meglio avere un paracadute che se rimani senza lavoro a 20 anni puoi prenderla come sfida e andare avanti ma se ne hai 40 con dei figli forse un poco la voglia di fare una Jihad sull’Arno ti sale.
Il secondo punto fondamentale che non è affrontato nel Jobs Act è il salario orario. 
Uno degli aspetti più drammatici di questa crisi è costituto non tanto dalla disoccupazione (nonostante questa sia sicuramente una criticità di primo piano) ma dalla perdita di potere d’acquisto da parte della classe media: la forbice tra i più ricchi e i più poveri si sta sempre più allargando come sottolineato appunto da Piketty nel suo Capitale (qua e qua una rapida summa) con conseguenze possibilmente disastrose per la società.
In Italia non si ha un salario orario minimo al contrario di molti altri paesi europei: poco male, diranno alcuni, si può ricorrere alla contrattazione tra le parti per ottenere una remunerazione soddisfacente per entrambi. Vero, purtroppo però tra un imprenditore e un potenziale lavoratore, soprattutto in tempo di crisi, la forza è necessariamente tutta verso una delle due parti.
Qua allora dovrebbe intervenire il sindacato a rappresentare tutta la classe lavoratrice come una singola unità, lo stesso sindacato che, dopo essere stato agonizzate negli ultimi anni, è stato definitivamente pugnalato a morte dal decreto in questione. Se poi ci inseriamo anche demansionamento, contratti in deroga e altre amenità la vedo maluccio.
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