Musica per tirarsi un po’ su

Ammettiamolo, a ognuno capitano con maggiore o minore frequenza dei momenti in cui non si aspetta altro che un’iniezione di serotonina concentrata, o una torta al triplo cioccolato, o una camminata in montagna, o un bacio, o chissà che altro. Che so, magari siete stati appena scaricati dalla/dal vostra/o compagna/o, magari semplicemente piove e fa freddo, o magari avete appena preso un immeritato 18 (in questo caso spesso giova applicare il buon vecchio rasoio di Occam: è più facile che esista un complotto universale volto unicamente a svalutare la vostra persona, oppure forse effettivamente quel 18 non era poi così immeritato?). Ecco a voi qualche brano che non potrà certo risolvere la situazione, ma potrà dare un aiutino alle nostre povere anime smarrite.
La solita premessa: qualcuno, quando si sente giù, non desidera altro che musica che lo porti ancora più giù. Io preferisco evitare questa strategia, e ascoltare qualcosa che possa aprire uno spiraglio al sole e alla gioia. Ognuno faccia come meglio crede, ma avverto che qui elencherò soltanto brani allegri e solari. Spesso ho notato che brani che su alcuni hanno un certo effetto, su altri hanno non dico l’effetto opposto, ma almeno molto diverso – e non c’è da stupirsi, è perfettamente logico. Quindi non me ne vogliate se dopo aver ascoltato qualche brano di questi vi verrà voglia di piangere amare lacrime, non l’ho fatto apposta!


È inutile avviare qui un elogio sperticato (ma che sarebbe del tutto sincero) di Johann Sebastian Bach, uno dei più grandi musicisti di tutti i tempi. Presento in breve questo brano, che si caratterizza per alcune singolari caratteristiche: si tratta di una giga (una forma di danza saltellante tipica del ‘700 e che è sopravvissuta, ad esempio, nelle tradizioni musicali irlandesi e forse, almeno in qualche stilema, anche in certe canzoni italiane come questa) ma anche di una fuga (una forma musicale tra le più rigide e piene di regole rigorosissime). Riuscire a fondere i due elementi non è in sé difficilissimo: farlo con un risultato gradevole all’ascolto però è un’opera di altissima ingegneria musicale.
È un branetto breve, allegro, divertente e non troppo impegnato, qualcosa all’insegna della leggerezza che, spesso dimenticata, è a mio parere il più grande antidoto alla tristezza (assieme alla non trascurabile cioccolata. E al mare. E al sole. E alla cassata. E al camembert. E vabbè, basta).
Sulla musica dell’epoca di Bach l’esecuzione può fare molta differenza: io ho scelto questo video di un ottimo musicista olandese, piuttosto divertente perché permette di capire bene il motivo per cui nessun organista si offenderà mai se lo accusate di “suonare coi piedi”.


Sinfonia definita da Wagner “apoteosi della danza”, ma non molto amata dal suo autore, che le preferiva l’enigmatica Ottava, è oggi una delle più celebri ed eseguite. Questo movimento, l’ultimo della sinfonia, arriva al termine di un vero e proprio viaggio tutto all’insegna dell’eroicità: a un primo movimento caratterizzato dal tipico ritmo di cavalcata (o anche, più prosaicamente, dal ritmo che fanno le casse dello stereo quando ci avvicinate un cellulare) segue il celeberrimo ma indubbiamente tragico secondo (qui usato in una notevole scena), mentre il terzo spezza la tensione con il suo ritmo un po’ da giga (vedi sopra) inframmezzato da interventi che ricordano delle scene alpestri, con corni, jodel e compagnia. Quando arriva il quarto è l’apocalisse: bisogna pensare a come poteva reagire l’uditorio dei primi dell’800, abituato a morigerati quartetti d’archi o, al limite, a opere comiche discutibilmente pruriginose o a sobri oratori (sì, sto esagerando). I sentimenti eroici in musica erano qualcosa di molto poco praticato: in questa situazione di bonaccia arriva Beethoven come una tempesta, scompigliando qualsiasi prassi musicale. Le sue sinfonie sono difficili da suonare (e anche, a dire il vero, da ascoltare) al giorno d’oggi, figuriamoci all’epoca. Si narra di un primo violino che, dopo aver fatto notare al compositore che un passaggio era ineseguibile –a suo dire–, si sentì rispondere “cosa vuole che me ne importi del suo misero violino”. Tanto per capire con chi abbiamo a che fare.
Detto questo, il quarto movimento della Settima ha una carica di energia mostruosa, che si dipana tra arruffate scale degli archi, accordi strappati a piena orchestra, fanfare trionfanti dei corni (che non a caso in questa registrazione sono 4, il doppio di quelli previsti da Beethoven: un espediente per rendere ancora più dirompente e tonante il brano, e anche per mettere al riparo il singolo esecutore da eventuali défaillances, piuttosto probabili vista la difficoltà del brano). Un inno alla vitalità e alla dinamicità, scritto da un uomo – giova ricordarlo – che sarebbe diventato completamente sordo nel giro di poco tempo. Riuscite a concepire una maggior disgrazia per un compositore? Godetevi l’interpretazione (anche visiva) dello smagliante Carlos Kleiber, un gigante forse insuperato.

Mi devo innanzitutto scusare per la non eccelsa qualità audio di questa registrazione, ma si tratta di un’incisione live del 1968 di uno dei più grandi violinisti di tutti i tempi, accompagnato da uno dei più grandi pianisti di tutti i tempi, e non ci poteva essere altra interpretazione che questa per descrivere questo brano.
La sonata è particolarmente amata da noi violinisti, perché non affoga la bellezza in inutili tecnicismi, ma libera un canto semplice e leggero, privo di particolari difficoltà che non siano di natura strettamente musicale. È una sonata tra le poche francesi di questo periodo (belga, per essere precisi) ed è un fulgido esempio di “sonata ciclica”: gli stessi materiali ritornano, variati ma sempre riconoscibili, in tutti i quattro movimenti, fondendoli in un solo corpo: uniti seppur diversi (la forma ciclica pare abbia ispirato Proust per la stesura della sua monumentale Recherche).
Ho scelto questo quarto movimento, perché, analogamente a Beethoven, corona un percorso che passa attraverso l’etereo sognare del primo, il tempestoso dinamismo del secondo e la tragicità del terzo. Il quarto porta un raggio di sole che spazza via tutte le inquietudini precedenti per offrire un quadro di assoluta e completa redenzione, come se sbucassimo dalla nebbia per trovarci in una valle fiorita. Se avrete la pazienza di farlo, consiglio di ascoltare la sonata completa: così si potrà apprezzare meglio il percorso progettato da Franck.

C. Debussy – Les collines d’Anacapri (Préludes, Premier Livre, n.5)

Un breve preludio pianistico di Debussy, ispirato, come da titolo, alle colline di Anacapri. Si possono sentire echi di tarantelle (anche se di sapore squisitamente debussiano) e persino un sensuale tango nella sezione intermedia, che sembra anche ammiccare a una certa produzione pre-jazzistica dell’epoca. Insomma, un piccolo gioiello.
Propongo l’esecuzione di uno dei più geniali e incredibilmente dotati pianisti di tutti i tempi, l’italiano Arturo Benedetti Michelangeli. Come si può apprezzare nel video, il titolo viene mostrato soltanto alla fine, come da prescrizione dell’autore: è singolarissimo infatti il trattamento che Debussy riserva a questi titoli. Non sono programmatici, non devono influenzare l’ascoltatore prima del brano, ma soltanto confortarlo nel caso il brano abbia evocato esattamente le sensazioni poi rivelate nel titolo, oppure farlo sorridere bonariamente nel caso le sue impressioni non corrispondano a quelle dell’autore. Ma, parliamoci chiaro, chi ascoltando questo brano penserebbe, che so, a una tempesta? O a una tragedia, o anche solo a una tranquilla sera in campagna? Facciamoci un esame di coscienza e ascoltiamo a mente pura: sembra impossibile non percepire il luccichio del mare, il cielo terso e il sole. Ecco, forse è proprio la solarità la caratteristica principale di questo brano (è data dall’uso della scala pentafonica, se volete saperlo), perfetto da ascoltare nei momenti piovosi quando non volete nulla di troppo tonante.


Un capolavoro tra il serio e il giocoso: Ravel era forse l’unico che poteva scrivere un concerto per pianoforte, un brano solitamente serissimo, così pieno di effetti comici e divertenti. Il primo movimento si apre con un colpo di frusta, tanto per fare un esempio. Il secondo invece è uno dei brani più struggenti della letteratura musicale mondiale, almeno a mio parere, di un intimismo e di un’intensità quasi insostenibili (e per questo non è assolutamente adatto a questa playlist! Ma se volete – non dite che non vi ho avvertito! – lo trovate qui). Il terzo movimento scioglie qualsiasi ombra in una luminosissima ma breve cavalcata impetuosa in cui si mescolano con nonchalancefanfarette militari ironiche, assoli di pianoforte che ricordano decisamente il ragtime, atmosfere jazz, soli dei fiati al limite della presa in giro (uno su tutti: i glissandi clowneschi dei tromboni), grancasse impetuose, scrittura pianistica che richiede al povero solista di dare zampate sulla tastiera più che di suonare (si notino le ultime misure nel video!), il tutto condensato in neanche quattro minuti.
Propongo l’esecuzione di Leonard Bernstein, incredibile direttore d’orchestra del secolo scorso, forse l’unico in grado di suonare da solista e contemporaneamentedirigere questo difficilissimo concerto. È evidente che si sta divertendo da matti, fatelo anche voi!

D. Shostakovich – Tahiti Trot

Questo brano in realtà non è di Shostakovich, ma è parte di un musical che venne composto da tal Vincent Youmans, dal titolo “No, no, Nanette”. Conosciuto, vero? Io ne ignoravo completamente l’esistenza, se non fosse per questo curioso scherzo del destino che fece comparire questo brano dalla radio di Nikolai Malko, amico di Dmitri Shostakovich, il 1 ottobre 1927 mentre il compositore era in casa sua. Ascoltarono “Tea for two” (qui la versione originale) e Malko scommise cento rubli con Shostakovich che quest’ultimo non sarebbe stato in grado di riorchestrarla a memoria in meno di un’ora (gioverà ricordarlo, il buon Dmitri non aveva mai sentito questo brano prima). Non serve neanche dirlo, dopo tre quarti d’ora “Shosta” uscì dalla stanza in cui si era chiuso con la nuova orchestrazione, che prese il nome di “Tahiti Trot”, e con cento rubli in più in tasca.
Si tratta di un branetto godibilissimo e tipicamente da musical: pieno di educata ironia e con un tema riconoscibilissimo (qualcuno lo noterà: è quasi lo stesso di certi squallidi spot estivi, qui un esempio dei peggiori), è contraddistinto dall’uso di timbri scintillanti come il glockenspiel, la celesta, le arpe, assieme al consolidato uso degli ottoni come richiamo delle jazz band. In tutta sincerità, in tutto questo non so assolutamente cosa diavolo c’entri Tahiti, ma teniamolo buono come un richiamo al sole, al mare e alla bella vita, che il povero Shosta deve aver desiderato con non poco trasporto nel corso della sua vita (chiuso nell’URSS, visse sempre nel terrore di essere deportato, ma magari la sua triste storia la racconteremo un’altra volta).


Non amo, in generale, le manifestazioni di entusiasmo musicale di questo tipo. Però sono consapevole di avere il dovere morale di fare, nelle situazioni che lo richiedono, delle eccezioni. Questa è una di quelle situazioni. È troppo bello vedere dei musicisti divertirsi così: la maggior parte di loro sono bambini (guardate il percussionista che suona il glockenspiel, oppure il primo violoncello! Avranno 8 anni!): questo è il più splendente risultato del sistema di Abreu di cui tanto si parla, un programma per togliere i bambini dalla strada, dal degrado e da un futuro segnato per dar loro in mano uno strumento e farli divertire (il tutto, devo dire, con una qualità eccelsa!).
Il brano fa parte del noto musical “West Side Story”, composto dall’eclettico direttore-pianista di due video fa. Viene eseguito nel momento in cui le due fazioni in lotta, i Jets (americani) e gli Sharks (di origine portoricana) si sfidano a colpi di tacco in un ballo sfrenato che, alla fine, farà incontrare e innamorare Maria e Tony, appartenenti alle due fazioni opposte, Giulietta e Romeo in chiave moderna. Non c’è molto altro da aggiungere, buon ascolto!

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