Matteo Renzi che fa cose di destra – Parte II – 12/2014 – oggi

Legislatore deludente, ma grande stratega

matteo renzi riforme
Fonte: @Kpoverdose
Nella prima parte di questo articolo, mi ero fermato al novembre scorso. Fino a quel momento il premier più post-ideologico di sempre andava alla grande, si stava inghiottendo lentamente tutto l’elettorato di centro facendo anche l’occhiolino a quello di destra più moderato, dava l’impressione di procedere a gonfie vele sul cammino delle riforme (anche se in realtà le tempistiche annunciate quando arrivò al governo un anno fa erano decisamente più rapide) e coltivava, idea mia e di ben più illustri addetti ai lavori, sogni di elezioni a primavera per capitalizzare al meglio un consenso straripante.
Oggi invece è il 12 marzo 2015 ed è passata da un paio di giorni in Parlamento la cruciale riforma della Costituzione, che penso sarà il vero punto di forza del progetto politico renziano, non fosse che le altre riforme sono state fatte o male, o a metà, o non sono proprio state fatte. In mezzo ci sono stati tre mesi abbondanti in cui la vita del premier non è stata proprio facilissima, anzi, a differenza del primo periodo caratterizzato da consensi e popolarità crescenti, molte sono state le cose che gli hanno tolto il sonno e che, almeno per ora, gli impediranno di ambire a elezioni anticipate e 40,8% come punto di partenza.

Il primo grattacapo sono state le regionali in Emilia-Romagna di fine novembre. Vinte si dal PD con Bonaccini ma dopo scandali giudiziari, faide interne (che si sono ripresentate alle primarie in Liguria a gennaio e a quelle in Campania poche settimane fa) e soprattutto un tasso di astensione altissimo nella regione rossa per eccellenza che ha sollevato i primi dubbi sull’operato del Renzi segretario del partito.
Poi il Jobs Act: indubbiamente l’atto più travagliato della breve storia di questo Governo, approvato il 3 dicembre dopo un lungo percorso che comprende l’apporre la fiducia al decreto e l’abbandono della Camera da parte delle minoranze per la votazione finale. Come spiegato molto bene da questo articolo, il governo Renzi per ora si è contraddistinto tanto per una visione innovativa e condivisibile quanto per un deficit di competenze tecniche nell’attuare questa visione. Questo Jobs Act ne è la prova: c’è il serio rischio che nonostante le intenzioni fossero quelle di portare avanti una sacrosanta battaglia per la semplificazione e la flessibilità del mercato del lavoro sia stata prodotta soprattutto precarietà e disuguaglianza tra i lavoratori più anziani e i giovani che entrano nel mondo del lavoro con ancora meno tutele. Lo scrissi diversi mesi fa, in questa situazione il premier ha sbagliato non dando ascolto alle diverse critiche nel merito che sono arrivate corpose da autorevoli addetti ai lavori, anche se in minoranza rispetto alle molto più rumorose critiche strumentali da opposizione perenne, ma ha semplificato il tutto in una guerra tra innovatori e gufi/rosiconi (la tendenza alla semplificazione, di matrice populista, è pericolosamente cresciuta in questi ultimi mesi) e ha dato l’impressione di preoccuparsi soprattutto della sua battaglia personale contro i sindacati e la minoranza più a sinistra del suo partito. Per completare questo quadro desolante aggiungiamo la confusione sull’eventualità di estendere o meno la riforma al settore pubblico, nel merito della quale Renzi e i suoi ministri, soprattutto Madia, si sono contraddetti più volte dando un’impressione di debolezza di fronte ai gruppi d’interesse più influenti.
C’è stato poi lo scandalo delle infiltrazioni mafiose nel Comune di Roma, dove ad essere coinvolti maggiormente erano esponenti dell’estrema destra e della giunta Alemanno, ma anche il PD soprattutto nella persona dell’assessore Buzzi. Nulla invece che riguardasse direttamente lui o l’attuale sindaco Marino, ma anche in questo caso Renzi sembrava più preoccupato di lucrare consensi proclamando lotte all’illegalità piuttosto che fare mea culpa per un fatto comunque gravissimo che riguardava anche il partito di cui è segretario.

Un altro episodio di dicembre che ha turbato l’opinione pubblica è stato l’inserimento di una sorta di norma “salva Berlusconi” (depenalizzazione dei reati tributari inferiori al 3% dell’imponibile) nel progetto di riforma fiscale, il 24 dicembre, emersa dopo diversi giorni e poi rimandata insieme a tutto il decreto, anche se lo stesso premier aveva garantito che avrebbe provveduto a rimuoverla. I retroscena parlano di un cavillo inserito a insaputa del Ministro competente in una situazione certamente peculiare, l’ultimo consiglio dei Ministri prima di Natale con i media distratti dalle festività. Aldilà dei rumors, restano due domande: è peggio inserire un cavillo favorevole ad un avversario politico come ricompensa al Patto del Nazareno o farlo in buona fede senza rendersi conto del vantaggio procurato? E ancora, dando per scontata la buona fede, è opportuno valutare la bontà di un provvedimento solo sulla base dei vantaggi che può procurare a Berlusconi?
Date queste premesse, l’elezione di fine gennaio del nuovo Presidente della Repubblica si presentava come una scivolosissima sfida per il premier, con l’ingombrante patto del Nazareno da onorare, la minoranza PD che alludeva a scissioni e il rischio franchi tiratori dietro l’angolo. Sappiamo tutti com’è andata, l‘abile strategia e la bontà della scelta di Mattarella sono state raccontate e celebrate a sufficienza, forse anche troppo. Renzi è riuscito ad evitare sia un candidato “del Nazareno” (Amato) che avrebbe probabilmente sancito la rottura totale con il suo partito e parte dell’elettorato, sia una figura ingombrante e di spicco a sinistra che gli avrebbe tolto luce (Prodi). Ha inoltre presentato una figura rispettabilissima che piace più o meno a tutti (nonostante una lunghissima carriera DC che stride con le frequenti richieste bipartisan di cambiamento) ed è riuscito a svincolarsi dall’alleanza con B, il quale si ritrova sconfitto, senza più il controllo del suo partito e superato a destra dalla Lega di Salvini.

A questo punto una persona maliziosa si chiederebbe come sia stato possibile che il protagonista indiscusso degli ultimi vent’anni di politica italiana sia riuscito a farsi fregare così facilmente, mentre una persona ancora più maliziosa penserebbe a quella norma salva Berlusconi rimandata ma non ancora eliminata o all’aspetto economico della vita del Cavaliere che sembra andare a gonfie vele dopo aver rischiato il tracollo nel 2011 (collegare il tutto all’annullamento della sentenza del processo Ruby da parte della Cassazione invece è semplicemente delirante). In ogni caso si tratta di supposizioni, illazioni, nulla di provato. Quello che resta è un centrodestra sempre più frammentato e caotico (notizie di questi giorni sono l’espulsione di Tosi dalla Lega Nord che rischia di costare il Veneto al Carroccio e il concreto rischio di scissione dentro Forza Italia), un M5S sempre più fuori dai radar e una minoranza dem del PD che ormai da mesi sta sulla porta ma non sembra avere né la convinzione né la forza di andarsene veramente (inoltre il successo di un ipotetico partito guidato da Fassina, Civati o Cuperlo sarebbe tutto verificare e per i nomi minori ci sarebbe lo spauracchio della mancata rielezione). 
Nonostante stia governando in maniera discutibile, Renzi anche stavolta ha stravinto dal punto di vista strategico, è risalito nei sondaggi a livelli quasi post-europee approfittando dei problemi degli avversari e si gode la posizione di uomo solo al comando della politica italiana, continuando il lento spostamento verso il centrodestra e consolidando il ruolo di “partito della nazione” del PD. Non ci saranno elezioni anticipate in primavera come era sembrato quasi certo questo autunno, non ci sono i tempi tecnici e ci sono ottime probabilità che l’approvazione finale dell’Italicum sarà l’ennesima carneficina (politica) interna ed esterna, ma se ne riparlerà certamente da settembre e, a meno di clamorosi ribaltamenti, la sensazione è che l’ex sindaco di Firenze avrebbe solo da guadagnarci.

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