Dal maschilismo-indie all’annotare il mondo

I don’t need feminism, qualche cretina diceva qualche tempo fa su Tumblr. A parte che è ora – per il bene di tutti – che Tumblr torni a essere quello che era, cioè un contenitore di immagini e .gif soft porno, è necessario rilevare che dire qualcosa del genere oggi è come se un pilota d’aereo dicesse: e chi cazzo ha bisogno di Galileo Galilei?!

Ma, allo stesso tempo, sono convinto che esista una differenza fra la monomaniacalità e un pensiero critico, nell’accezione più nobile del termine. O forse, dopo aver letto l’articolo apparso sul Manifesto (occorre login tramite social o autorizzazione scritta dei genitori) a firma di Jessica Dainese, dovrei dire che esiste una differenza fra il fishing for clicks e un articolo di giornale. A quanto mi è dato di capire, la Dainese è una giornalista di lungo corso, per quanto giovane, e con grande spirito d’iniziativa, perciò lodi, lodi, lodi dal Comitato. Ma quel che conta è quello che è stato racchiuso in “Misoginia d’artista – perché il rock non è politically correct“. Ora, intanto vi dico che, come fare il/la commesso/a è uno dei lavori più alienanti che il mondo occidentale ci offre, così fare i titolisti per i quotidiani a diffusione nazionale deve attestarsi circa allo stesso livello di alterazione del rapporto fra sé e mondo. Dico così perché il politicamente corretto non c’entra granché con la tesi di fondo della Dainese. Che sarebbe: il mondo di pubblico&critica a braccetto loda, loda, loda certi artisti “alternativi” senza far menzione delle loro liriche misogine, inneggianti alla cultura dello stupro, alla gelosia che sfocia nello stalking, alla friendzone come concetto maschilista,  e così via. Colpisce che nei dieci esempi selezionati compaiano artisti di provenienze e generi piuttosto diversi, tanto che infatti anche il “rock” del titolo diventa un riferimento piuttosto vacuo.
Ariel Pink, Weezer, punkettoni vari, Nick Cave, emo nati e morti con la Mtv del 2004, Beastie Boys: questi sono gli imputati. Sui singoli esempi, lascio giudicare i lettori. Mi limiterò a parlare del caso che conosco meglio, quello di Nick Cave, che peraltro compare in una sua recente espressione allucinata, risalente al periodo del mustacchio violento. (già, anche il lavoro di quello che cerca le immagini per gli articoli non dev’essere una passeggiata, specie quelli che abbinano foto di politici sorridenti o mentre starnutiscono perché gli è finito un pezzo di coda alla vaccinara nella trachea a seconda che abbiano vinto o perso le elezioni. Loro, a differenza dei titolisti, hanno sviluppato alcuni problemi di sadismo, perché c’è una componente di piacere nel googlare su immagini “Merkel prolasso“).
 
[se non interessati al discorso particolare, prego recarsi al prossimo paragrafo]

https://www.youtube.com/watch?v=XQxEiDPyN7I
per il contesto originale di proferimento, che ci dice molto di più che la singola frase riportata
Nick Cave, specialmente un tempo, scriveva testi molto disturbati, allucinati, malati nel senso quasi patologico della parola. Centrale, per molta parte, è senza dubbio la figura della donna, principalmente legata a rapporti affettivo-sessuali passati o presenti. Come peraltro dice la stessa Dainese, spesso – e segnatamente in quel pezzo e anzi in tutto l’album – interpreta dei ruoli. L’album si chiama Murder Ballads e, per l’appunto, parla di omicidi. Il singolo più famoso è il fortunato featuring di Kylie Minogue, Where the wild roses grow, dove a essere uccisa è una donna, da parte di un personaggio chiaramente psicopatico. Cantare una storia simile, ma con l’aggiunta di una presa di distanza della serie: “sì ma guardate che è SBAGLIATO uccidere le donne dopo averle sedotte”, da inserire proprio nella lirica, come vorrebbe Dainese, è uccidere tutta la saudade che pervade il pezzo. Peraltro, se avesse ascoltato il resto dell’album, avrebbe scoperto che, ad esempio, Cave ha reinterpretato due temi tradizionali come Henry Lee, dove a essere ucciso è un maschio, o Stagger Lee, riscrivendola in maniera magistrale: Stagger Lee è un criminale di colore con pochi scrupoli che entra in un bar e, dopo aver sentito qualcosa che non gli andava a genio, pianta su un casino e fa fumare la pistola. Come il video testimonia, Cave l’ha rigirata rendendolo omosessuale-omofobo (dalla regia mi suggeriscono: internalised homofobia) e altrettanto spietato, con toni graziosamente caricaturali. Risulta in qualche modo offensivo verso gli omosessuali? Col cuore in mano, dico che non mi pare. In ogni caso, mi pare evidente il meccanismo di manovra autoriale rispetto alla storia che viene raccontata.
Ma se vogliamo approfondire la questione “donne-amore-sessualità” in Nick Cave, consiglio di leggere il godibilissimo La morte di Bunny Munro, ultimo romanzo del nostro e di ascoltare More news from nowhere, da Dig!!! Lazarus Dig!!! (2008). Il ritratto che ne esce è di un uomo naufrago sballottato dalla ridefinizione di ogni confine propria della modernità e disorientato rispetto al suo ruolo sessuale. Il tutto sempre con molta ironia, cifra stilistica dell’ultima parte di carriera di Cave. Il pezzo, addirittura, saccheggia tantissime diverse scene dell’Odissea, tanto per rimarcare i concetti. Sicuramente allo smarrimento davanti alla scompaginante dinamicità del mondo moderno, da parte di un uomo di mezza età che ha passato una vita roccherolle, non corrisponde misoginia. Anche se No Pussy Blues, del coevo progetto parallelo dei Grinderman, potrebbe far pensare diversamente. Se proprio Dainese avesse voluto citare qualcosa, questa si sarebbe prestata un bel po’ alla sua critica. Certo, senza il contesto dell’ironia del progetto Grinderman (e di tutto quello che abbiamo detto prima riguardo a cosa ha espresso altrove nello stesso periodo l’autore) non si capisce molto o, per lo meno, quello che si dovrebbe capire: che il testo oscilla fra una vera prima persona e una presa in giro della figura dell’uomo, come diremmo noi della Normale di Pisa, morto di figa

Ma basta l’ironia per giustificare qualcosa del genere? È una questione che lascio aperta.
 
Dopo aver sottolineato la superficialità di quell’articolo, per onestà, è tuttavia necessario portare sulla scena due conseguenze importanti. La prima è che, come si dice in questi casi, “chi se ne frega se la trattazione non è inattaccabile o un fatta con l’accetta, l’importante è sensibilizzare su questi temi il pubblico [italiano] [de sinistra]”. Parliamone in modo impreciso e grossolanamente, purché se ne parli. 
Mah, sì. Personalmente, sono davvero molto sfiduciato rispetto a questo tipo di approccio: pensare che alla gente (poi, ai lettori del Manifesto, mica della Gazzetta di Follonica) convenga offrire determinismo o sensazionalismo invece che complessità e sfumature, non è un approccio che ritengo fruttuoso. Cionondimeno, sono totalmente convinto che l’argomento in sé sia molto importante, ovvero quello della misoginia nella musica pop o alternativa che sia. Non tutti i contenuti sono da accettare, rispetto a qualsiasi tema. Certo, bisogna capire di che cosa stiamo parlando. 
Iniziando dai massimi sistemi, si entrerebbe in un discorso decisamente fuori portata come quello se, da parte del pubblico, sia possibile sindacare  il contenuto dell’opera d’arte (e, di conseguenza, rispetto all’industria culturale moderna, il problema se si tratti più di industria o più di arte). Dopodiché bisognerebbe tratteggiare il milieu culturale del genere suonato e, infine, contestualizzare l’autore nel suo specifico periodo di produzione artistica. Questo, non lo faremo certo qui, ma sono processi a mio parere necessari per poter intavolare un discorso. Con contestualizzare il milieu, ovviamente, non intendo proporre una sbiaditissima versione di relativismo musicale per il quale dire che “il rap gansta è omofobo e misogino QUINDI è giustificato che i testi lo siano”. Qui, “giustificato” è usato in maniera impropria. Significa semplicemente che ci sono delle ragioni o pseudoragioni dietro. Ma siamo liberi di esprimere il nostro dissenso verso quelle specifiche ragioni, pur riconoscendo ciò che spinge l’altro a fare quello che fa.

 

Il secondo punto che Dainesi ha sfiorato, ma non sollevato, è quello del fatto che la gente non legge i testi. Il discorso era: i rockerz sono misogini, ma la gente o lo sa e se ne frega o non lo sa neppure perché non legge i testi. Questo è un tema che sento da vicino. Perché, onestamente, non so come sia lo stato dell’arte ad oggi. Alle medie ci sentivamo fighi noi che sui booklet leggevamo, traducevamo (e non capivamo, spesso) i testi dei nostri gruppetti preferiti. Poi, con l’Adsl e i miliardi di siti di liriche online, l’universo si è espanso senza più ostacoli di sorta. Quando si googla il titolo di un brano, uno dei primissimi risultati è “artista] [titolo] traduzione”. Questo ci fa dire che esiste un buon interesse per la questione. Altro segnale è che, per l’appunto, di siti di liriche infiocchettati di banner pubblicitari peggio di una testimone di nozze a un matrimonio gipsy è pieno e quindi di denaro attorno ne gira.
Ora, io sarei tentato di dire che il 70% delle persone non si preoccupa di leggere i testi in inglese dei pezzi che canta e ascolta. Di quel 30%, un’ulteriore percentuale, per difficoltà assolutamente comprensibili di istruzione, mancanza di nozioni di slang e sottocodici vari o per irriducibili problemi di intertraducibilità poetica, non riesce a capire il testo che sta traducendo. Questo va bene, c’è gente che prende delle lauree in traduzione, figurati se quello che stai traducendo non è un manuale tecnico di come si installa una ventola, bensì poesia – anche se quella traduzione automatica che mi era capitata sottomano una volta che chiamava le prese elettriche “sbocco di muro” ci si avvicina un bel po’. 
Va pur sempre considerato che molti pezzi un significato non ce l’hanno. A volte è meglio non leggerli, che poi uno si rovina l’idea del suo gruppo preferito (mi è successa una cosa simile quando dopo anni ho scoperto che i testi di Merriweather Post Pavilion  parlano quasi tutti di masturbazione nei confronti di una persona assente. Cioè, non che gli Animal Collective mi dessero l’idea di essere persone normali, per carità, però insomma).

Da parte mia, cominciai, per caso, ovviamente, con SongMeanings, immagino orientato dalla query di ricerca che oggi si trova molto anche in italiano, cioè “[titolo] significato”. Il sito mi è sempre garbato, specie prima che facesse uno di quei restyling così peggiorativi da rientrare senza passare dal via nella Sindrome di Myspace (e chi sa di cosa sto parlando, ha meno di 35 anni e più di 21). Ultimamente la sua community mi pare che sia un po’ morta, ma è stata soppiantata da un sito che, da questo punto di vista, ha incarnato i miei sogni più bagnati al riguardo: Genius, che si definisce come un sito che permette ai suoi utenti di fornire “annotations and interpretation of song lyrics, news stories, primary source documents, poetry, and other forms of text”. Nato nel 2009 per il solo rap, nel 2014 si è espanso a circa tutti i campi dello scibile, frenologia compresa. Dal mio punto di vista, è stato una rivoluzione, anche grazie a una interfaccia grafica che finalmente sintetizza l’usabilità col non sembrare il frutto di un tizio che ha iniziato a programmare in Pascal e che probabilmente si veste ancora come Woody Allen nel 1979. 
L’idea è esattamente quello di cui avevamo bisogno e la realizzazione è sopra le aspettative, tanto che nei commenti si possono aggiungere foto, filmati, la qualunque. I risultati sono molto buoni, sicuramente migliori di quelli di qualsiasi serie di commenti su Youtube 

Gogol Bordello – Santa Marinella
Ci sono pure gli account verificati dove le starz scendono dal pero e ti spiegano quello che avresti sempre voluto sapere sulle loro rime. Michael Stipe sarebbe stato forse rovinato dall’inizio della carriera, se qualcosa del genere fosse esistito negli anni ’80. Un esempio principe dell’utilità di RapGenius, è l’incazzatissimo singolo intriso di race issues di Kendrick Lamar, annotato da parte di Michael Chabon, premio Pulitzer e colto romanziere. Certo, alcune annotazioni (non di Chabon) sono triviali come questa:
 
“Black” is a racial term applied to Africans, African descendants, and many brown or dark– skinned individuals, defining them socially and culturally. Assassin explicitly connects enslavement and pain with blackness.
 
Ma, a parte gli scherzi, decifrare gli intricati riferimenti dei testi rap, specie per noi borghesucci bianchi europei, è qualcosa di necessario, se vogliamo avere un’idea di quello che stiamo ascoltando. Vogliamo? Secondo me, entro un certo limite, dovremmo. La musica è qualcosa che, come qualsiasi testo, si presta per costituzione a essere letto su tantissimi piani. Dal musicale al lirico, dal letterale all’allegorico, dal musicologico al fonico, dal cronachistico allo storico, e via dicendo. Almeno tentare di capire che dice quello su cui stiamo scuotendo la testa, battendo il piede o postando sulla bacheca della tipa che ci piace, è il minimo: anche così la cultura inerente alla musica potrà essere percepita come tale.
 

@disorderlinesss

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...