Antisemitismo in Europa: le ragioni della nuova fuga degli ebrei in Israele

A seguito degli attentati di Parigi dello scorso gennaio e di Copenaghen di quasi 10 giorni fa, che in totale hanno visto la morte di 5 cittadini di religione ebraica per mano di fondamentalisti islamici, si è riacceso forte il dibattito intorno al rifiorire dell’antisemitismo nel Vecchio Continente. 

Ancora prima infatti di questi atti di terrorismo, il livello di allarme per nuovi slogan e nuove azioni violente contro gli ebrei era salito pesantemente, e in alcuni casi dalle minacce si era passato definitivamente ai fatti, come per esempio l’assalto armato al museo ebraico di Bruxelles, dove quattro persone erano state uccise, o l’incendio appiccato alla sinagoga della città di Wuppertal, in Germania, nel luglio dello stesso anno. Tra i fattori determinanti nel far risorgere il sentimento anti-ebraico, sicuramente possiamo annoverare la crisi economica e lo scoppio delle ostilità tra Israele e Hamas nel luglio 2014. La recessione e le politiche di austerità dell’Europa hanno dato linfa vitale ai movimenti populisti di estrema destra, i quali, oltre a dare voce alla polemica feroce contro l’immigrazione, hanno sicuramente sfruttato l’usato sicuro dello stereotipo “ebreo banchiere ed affamatore dei popoli” come una delle cause fondamentali del crollo dell’economia e dell’aumento della povertà in molti strati della popolazione. 
La rinascita dilagante del mai del tutto scomparso “complotto giudaico-massonico” che  guarda agli ebrei come agli organizzatori della crisi economica globale e all’elaborazione delle politiche della Troika per il risanamento dei debiti, ha avuto un peso determinante nell’aumento delle aggressioni ai danni di cittadini di religione ebraica. Aggressioni non solo fisiche, ma anche attraverso il mondo del web, dove ormai da tempo siti di estrema destra stilano liste di proscrizione pubblicando nomi di personalità di spicco del mondo della cultura e dello spettacolo, alcune delle quali spesso non sono nemmeno di religione ebraica. Ostilità e rancore che sono stati alimentati anche dall’escalation militare che Israele ha scatenato contro la striscia di Gaza, in risposta ai lanci di missili in territorio israeliano da parte dei militanti di Hamas. Un’operazione, quella del governo di Gerusalemme, che ha scatenato numerose proteste in tutto il Continente a causa di un uso della forza giudicato sproporzionato rispetto alle forze militari di cui disponeva il nemico. Indignazione che ha visto, dall’altro lato, aumentare la rabbia contro gli ebrei e contro i loro simboli, dai cimiteri, come quello alsaziano di Sarre Union profanato negli stessi giorni dei fatti di Copenaghen, o contro negozi appartenenti ad ebrei. La rabbia per i fatti di Gaza ha generato un senso di ribellione in alcuni gruppi di giovani musulmani, abitanti di periferie ai margini delle grandi città e dove povertà, assenze di prospettive per un futuro migliore e criminalità, generano una forma di identificazione tra loro e le cause palestinese o dell’Islam, due cose di cui prima sapevano poco o nulla ma che ora sono lo strumento nella lotta contro l’Occidente e il senso di esclusione che questo rappresenta. 

Il senso di insicurezza che molti cittadini ebrei stanno vivendo, non sentendosi più ben accetti in molte città europee, sta sfociando in nuova “Aliyah” (“salita” in ebraico), ovvero si sta verificando un incremento del flusso migratorio dal continente europeo verso lo Stato d’Israele. Nel 2013 le persone che erano arrivate in Israele sono state 19.200, con un +7% rispetto al 2012. Secondo l’Agenzia ebraica per Israele, oltre un terzo proveniva dall’Europa occidentale. Sempre per stando ai dati dell’Agenzia, nei primi sei mesi del 2014 erano stati 7192 le persone ad emigrare nello stato ebraico, con picchi provenienti da Francia ed Ucraina. E nel gennaio di questo anno, sull’effetto degli attentati alla rivista “Charlie Hebdo” e al negozio di alimentari Kosher, si è toccato quota 1835. C’è anche chi contesta questi dati, ricordando che, nonostante i numeri in crescita, questi hanno rappresentato circa l’1% della popolazione ebraica in Europa, tanto basta per non aver trasformato questo fenomeno in un vero e proprio esodo. Il disagio per la crisi economica si unisce anche all’insicurezza che i cittadini ebrei, sia laici che religiosi, provano per la loro incolumità. Tanti considerano l’Europa, che per anni e anni è stata la loro casa, come un continente dove ormai sono guardati con sospetto e disprezzo, considerati come degli stranieri in patria. Un senso di paura che il governo israeliano di Netanyahu sta alimentando abilmente, anche in vista delle elezioni anticipate che si svolgeranno il 17 marzo. Inoltre, il primo ministro potrebbe giocare la carta dell’immigrazione per arginare i tassi di natalità favorevoli alla popolazione araba. Il rischio infatti è che gli israeliani, fra un paio di anni, possano trovarsi in una condizione di minoranza, e i movimenti migratori potrebbero essere usati dal Governo proprio per fronteggiare questa ipotesi. Sia dopo Parigi che dopo Copenaghen, il capo del governo israeliano aveva esortato gli ebrei europei ad immigrare in Israele, dicendosi certo che gli attacchi terroristici continueranno e che l’Europa è divenuta una sorta di trappola dalla quale gli ebrei dovrebbero scappare per stabilirsi nella loro “vera casa”, pronta ad accoglierli tutti. Affinché ciò sia possibile, Gerusalemme ha preparato per l’occasione un piano da 40 milioni di euro circa per coprire il totale assorbimento dei nuovi arrivati, garantendo case, lavori e incentivi fiscali, basandosi anche sulla cosiddetta “Legge del ritorno”, varata nel 1950, la quale garantisce automaticamente la cittadinanza israeliana a qualsiasi individuo con discendenze ebraiche. Le parole di Netanyahu hanno ovviamente suscitato reazioni negative nei Capi di Stato e di Governo europei, i quali in poche parole si sono sentiti dare degli incapaci dal primo ministro di Gerusalemme sul tema della lotta all’antisemitismo e sulla protezione dei loro cittadini. Pareri negativi riguardo l’esodo paventato dal premier sono stati espressi anche da figure di spicco dello stesso mondo ebraico, come proprio il Rabbino Capo della Danimarca, Jair Melchior, il quale ha giudicato un errore l’appello di Netanyahu, definendo impensabile il trasferirsi in Israele per paura.

La paura, tuttavia, insieme alla speranza di un futuro migliore sta spingendo molte famiglie a lasciare i loro paesi. Moltissime persone hanno addirittura il timore che, complice la crisi economica, possano verificarsi congiunture simili agli anni ’30, quando il collasso dell’economia mondiale segnò la strada per l’avvento dei fascismi e della conseguente persecuzione e sterminio pianificato degli ebrei. La società europea sembra possedere ottimi anticorpi per scongiurare una tale ipotesi, ma gli attacchi portati avanti contro le comunità ebraiche e la propaganda antisemita portata avanti dai movimenti populisti, oltre alle dimostrazioni di solidarietà con il popolo palestinese, sembrano aver minato il senso di fiducia che i cittadini, sia religiosi che non, nutrivano nei confronti degli Stati. Facendo muovere tante persone verso una terra che potrebbero considerare come più accogliente e protettiva. 

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