I rischi del terrore 2.0

paris place de la republique je suis charlie
Paris, Place de la Republique, “Je suis Charlie”.
Di quello che è successo in questi giorni a Parigi, dall’attacco alla redazione del settimanale satirico “Charlie Hebdo” al cruento epilogo dell’assalto al supermercato kosher di Porte de Vincennes, si potrebbe parlare per giorni, settimane, mesi. Si può riflettere sul rapporto tra la violenza verbale e la violenza fisica, sui rischi che corre la nostra società in quanto Occidentale così come sul pericolo di questi attacchi diretti a colpire valori e diritti fondamentali, come la libertà di espressione. Allo stesso modo, sarebbe miope ignorare quello che sta accadendo in contemporanea in altre parti del mondo. Sono migliaia i corpi, “troppi per essere contati”, sparsi tra le decine di villaggi della Nigeria rasi al suolo dalla crudeltà di Boko Haram, così come sono migliaia i rifugiati siriani, sfollati in Medio Oriente, che in queste ore stanno combattendo la loro battaglia per la vita contro il gelo e la neve che ha imbiancato la regione.
Tuttavia è naturale chiedersi cosa accadrà in questi mesi, all’indomani dei morti di Parigi. Il fatto che i fratelli Kouachi e Amedy Coulibaly abbiano perso la vita nelle operazioni di polizia necessarie a ripristinare l’ordine lascia aperti molti interrogativi non solo sulla dinamica dei fatti, sui collegamenti tra attentatori e sull’entità della cellula jihadista parigina, ma anche sulla reale ispirazione dei terroristi. 
 
I due fratelli Kouachi
Si sa che sono jihadisti Sunniti, tant’è che Hassan Nasrallah, leader della sciita Hezbollah ha condannato l’attentato. Si sa che hanno loro stessi dichiarato di essere affiliati al gruppo di Al Qaeda dello Yemen (che in queste ore ha ufficialmente rivendicato la paternità dell’attacco), Questa cellula dell’ormai frammentato movimento jihadista guidato a lungo da Osama Bin Laden si caratterizza come la più attiva nella prosecuzione dell’attività terroristica anti-occidentale dell’organizzazione. Il principale leader dell’AQAP, la sigla che identifica il gruppo, è stato Anwar Al-Awlaki, ucciso da un drone statunitense nel 2011.
anwar al awlaki
Anwar Al-Awlaki, lo “sceicco di Facebook”.
Al-Awlaki, nato nel New Mexico, ma da famiglia Yemenita, viene considerato uno dei più pericolosi reclutatori ed istruttori di jihadisti al di fuori dalla penisola arabica. Di fatto, è stato il responsabile delle “attività esterne” di Al Qaeda fino alla sua morte, ordinata dal presidente Obama.
Lo “sceicco di Facebook”, come è stato soprannominato, ha svolto un ruolo fondamentale nell’evoluzione della strategia mediatica dell’organizzazione terroristica. Sin dall’attentato dell’11 settembre, Al Qaeda ha evidenziato una stretta connessione tra violenza e propaganda. La dimensione mediatica è, infatti, l’unico spazio dove un attore affine può interagire alla pari con gli stati, attori riconosciuti e legittimi della politica internazionale. Al-Awlaki aveva capito che era necessario promuovere la sua causa in un contesto dove alleati e nemici potessero ricevere il messaggio in maniera im-mediata. Questa idea si è concretizzata in quella che viene definita fase del “terrore via Facebook”. 
Dopo il 2006, lo “sceicco di Facebook” ha sviluppato una strategia variegata sui social media orientata ad un triplice obiettivo: attuare micro strategie contro il nemico, sviluppare il crowd searching e realizzare azioni low cost. Di fatto, Al Qaeda ha rinunciato al controllo su ogni azione terroristica realizzata per potenziarne la capillarità e la partecipazione. Gli attacchi ipotizzati da Al-Awlaki potevano essere compiuti anche da semplici simpatizzanti, non necessariamente formati, ma piuttosto auto-attivatisi per combattere per una causa percepita come legittima. Attraverso la costruzione di una comunità, anche attraverso Facebook, l’obiettivo da realizzare era quello del “dissanguamento” del nemico, piuttosto che di un nuovo attacco frontale. Il risultato di questo processo è una sorta di “Open Source Jihad”, alimentata in lingua inglese ed orientata prevalentemente ad attivare la seconda generazione di musulmani, nata e cresciuta lontani dai luoghi di Maometto. In questo contesto è stata fondata anche la rivista Inspire, un magazine in lingua inglese che circola online e sul quale, solo qualche mese fa, è apparsa una lista che indicava Stéphane Charbonnier, direttore di “Charlie Hebdo”, come uno dei principali “nemici” della causa islamista. Al-Awlaki stesso non ha mai fatto mistero delle sue idee, comprese le istigazioni a colpire vignettisti e giornali, colpevoli -a suo dire- di rappresentare erroneamente il Profeta.
Il supporto da Al Qaeda ipotizzato da Al-Awlaki era a sforzo minimo. Così minimo da comprendere le attività della lista “44 modi per supportare il Jihad”, ovvero anche attività semplici quali “interessati alle news e diffondile”, oppure “diffondi i messaggi del mujahiddin”. Non sarebbe azzardato parlare di “mass customization” del Jihad che, con Al-Awlaki, si adatta ad un pubblico sempre più vasto e alle sue esigenze. 
 
Ora, l’influenza dello “sceicco di Facebook” su Said Kouachi è provata non solo dalle sue parole all’emittente francese BFM-TV, ma anche dai suoi ripetuti viaggi in Yemen tra il 2009 e il 2013. Coulibaly ha, invece, dichiarato alla stessa televisione si essere parte dell’ISIS. In queste ore le rivendicazioni ufficiali o presunte tali fioccano e la pista che porta all’Al Qaeda yemenita sembra la più credibile. Tuttavia, indipendentemente dalla veridicità delle rivendicazioni (del resto, chi tra gli jihadisti non vorrebbe prendersi il “merito” di un attacco così?), appare evidente che gli eventi di Parigi rientrano in questo disegno abbozzato dallo sceicco yemenita. La minaccia è chiara, ma il sistema non è infallibile, come dimostrano gli errori stessi commessi dagli attentatori di Parigi. Fondamentale, ora più che mai, è adoperare pienamente i mezzi a disposizione per comprendere, analizzare ed affrontare in maniera sofisticata un pericolo, quello del terrorismo, che mette a serio repentaglio la sicurezza globale. Soltanto in questo modo, e senza cedere a generalizzazioni e proclami populistici, è possibile raggiungere i fondamentalisti e disinnescare la miccia dell’odio, anche di quello 2.0.

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