EU 013 – L’ultima frontiera: il primo documentario dentro i CIE

“Al nostro vicino è sempre più richiesto di essere uguale a noi, e ogni sua minima differenza in eccesso è vissuta con intima delusione, come un segno di ingiustizia”.
René Girard

 L’Hôpital général nel quale venivano internati i folli nel XVI secolo era una realtà di ambigua natura, spiega Foucault nel suo Storia della follia nell’età classica. Non era un’istituzione medica, come un’ospedale, ma piuttosto una struttura che si frapponeva tra i poteri costituiti e la società civile; spesso ricavati da lebbrosari dismessi. Un limbo all’interno del quale i miserabili venivano esiliati e dimenticati, costretti a trascorrervi un’intera esistenza, colpevoli di un solo reato: la loro diversità.

 I CIE (Centri di Identificazione ed Espulsione) nei quali vengono internati i migranti oggi sono realtà di ambigua natura. Non sono istituti di pena, come le carceri, ma piuttosto strutture che si frappongono tra i poteri costituiti e la società civile; spesso ricavati da caserme, ospizi e fabbriche dismesse. Sono un limbo all’interno del quale gli stranieri vengono esiliati e dimenticati, costretti a trascorrervi buona parte della loro esistenza, colpevoli di un solo reato: illecito amministrativo.

Foto di Giulio Piscitelli.

Dal momento della loro istituzione (legge Turco-Napolitano del 1998) nessun esterno era potuto entrare per effettuare delle riprese, sebbene da anni numerosi giornalisti avessero tentato di raccontare queste realtà attraverso inchieste e reportage. Tra questi, Alessio Genovese e Raffaella Cosentino (che è stata nostra ospite a Bologna lo scorso settembre per il primo evento di TBU a tema immigrazione, NdR), inseguivano un obiettivo preciso: raccogliere immagini che potessero rivolgersi ad un pubblico più ampio possibile, non il solito pubblico di specialisti, per educarlo e per far sì che nessuno più potesse pronunciare le parole “io non lo sapevo”. Così nell’autunno del 2012, in un momento in cui l’allora governo Monti si avviava verso la sua prossima fine, l’ex ministro Cancellieri ha deciso di ascoltare la loro proposta e di sottoporla al Dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione. Dopo tre mesi di processo che ha coinvolto Ministero, Viminale, Dipartimenti interessati, Prefetture sul posto e Questure, i cancelli si sono aperti, modificando però le condizioni della proposta iniziale: dai tre mesi all’interno dei Centri, l’autorizzazione ministeriale concede non più di due giorni consecutivi, ovvero 2-3 ore di riprese per struttura. “Non sono niente – spiega il regista Alessio Genovese – se consideri che stai entrando in luogo nel quale non sai cosa potrai trovare. Non abbiamo mai avuto la possibilità di lavorare sul set, scegliere le inquadrature: è stata tutta improvvisazione. Dovevamo riuscire ogni giorno a portare a casa parte di un racconto costruito in pochi attimi: è stato un lavoro da equilibristi, dove l’esperienza ha contato tantissimo”.

Iniziano così le riprese di quello che diverrà EU 013 – L’ultima frontiera: il primo documentario girato all’interno dei Centri di Identificazione ed Espulsione. All’arrivo della troupe la reazione comune degli “ospiti” è stata quella di “ammassarsi sulle sbarre, sulle porte, sui cancelli, per cercare di attirare l’attenzione, per cercare di avere il tempo, la possibilità di far sentire il proprio grido, la propria storia”. Eppure non vedrete queste immagini, molto distanti dall’intento del progetto. Così come non sentirete parlare gli agenti di servizio, non certo per una scelta narrativa, ma poiché è venuta a mancare totalmente la loro collaborazione.
Sentirete piuttosto le storie di persone sottoposte a veri e propri “ergastoli bianchi”, individui esiliati in luoghi dove il tempo sembra non passare mai, privati di ogni cosa: accendini, tappi di bottiglia, nomi di battesimo. Sì, nomi di battesimo sostituiti con numeri, vi ricorda qualcosa? Se questi sono uomini. Molti di loro sono in fuga da Paesi dove imperversa povertà e guerra, dove i diritti umani vengono violati ogni giorno, alla ricerca di uno Stato in grado di accoglierli. Tanti altri invece in Italia ci vivono da anni, qui hanno pagato i contributi, qui sono cresciuti e hanno frequentato le scuole. Questi Centri nei quali oggi si trovano, sono delle vere e proprie “linee di frontiera, l’anticamera di quello che sta già avvenendo nella società italiana”.
Foto di Giulio Piscitelli.
Tutti gli episodi di intolleranza nei confronti degli immigrati hanno una matrice comune, basti pensare a ciò che è accaduto a Tor Sapienza. In un contesto di violenza crescente, quando lo Stato e l’errato sistema di welfare che esso porta con sé dovrebbero essere nell’occhio del mirino del cittadino medio italiano, diventa molto più facile scaricare la propria insoddisfazione nei confronti di un elemento esterno. Per dirla con Girard: il migrante è il perfetto capro espiatorio costruito attraverso il mito di alcuni partiti politici che negli ultimi anni hanno distolto l’attenzione degli italiani da problemi irrisolvibili nel breve periodo, per concentrarla su questioni che gli consentissero di aumentare la propria popolarità. Da qui si sviluppano tutta quella serie di credenze che vogliono lo straniero come colui che viene in Italia per rubarci il lavoro, quello al quale lo stato dà chissà quanti soldi al giorno per vivere a carico nostro e che passa avanti a tutti nelle liste per le case popolari. Per non parlare delle mistificazioni legate all’afflusso di immigrati in Italia, quando il nostro è tra i Paesi europei con la minore percentuale di accolti (9,4% è la percentuale di stranieri sulla popolazione nel 2013 secondo l’ISTAT, rispetto al 13,8% della Spagna o al 15,9% dell’Irlanda).
“Noi combattiamo quell’idea per cui il CIE è indispensabile in una società moderna. Una società moderna deve avere dei funzionamenti diversi di apertura e di transito, deve rivedere il sistema di concessione dei visti, deve ripensare il sistema di richiesta d’asilo, modificare il sistema di welfare. A quel punto io penso che si potrà ovviare all’esistenza di questi centri”. Per il momento tutto ciò che si è ottenuto è stato la riduzione del tempo di trattenimento da 18 mesi a 90 giorni, “un risultato di facciata, però pur sempre un risultato. Da festeggiare ma non di cui accontentarsi”, conclude Genovese.

Roberta Cristofori

Per chi volesse contattare gli autori, è possibile scrivere al seguente indirizzo email: distribution@zabbara.org

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