Il Referendum in Catalogna, visto da un Catalano

Domenica 9 novembre si è tenuto nella regione autonoma della Catalogna un referendum “informale” riguardo all’indipendenza catalana dal governo centrale di Madrid. 
Si è trattato di un referendum prettamente consultivo, senza alcun valore giuridico, considerato incostituzionale dalla Corte Costituzionale spagnola.
I cittadini dai 16 anni in su sono stati chiamati alle “urne” dove si troveranno davanti una domanda: “Volete che la Catalogna sia uno Stato?” In caso affermativo, bisognerà rispondere alla seconda domanda: “Volete che questo Stato sia indipendente?”.
I risultati del referendum dicono che circa l’80% dei votanti (circa due milioni) si è espresso a favore dell’indipendenza del governo della Spagna. C’è però scetticismo nell’accogliere l’esito del voto, dato che l’organizzazione, lo scrutinio e il conteggio delle schede sono stati svolti prettamente da volontari catalani appartenenti, per la maggior parte, a movimenti e associazioni pro-indipendenza. Ma è comunque un segnale importante di cui il governo madrileno dovrà, per forza di cose, tenere conto. 
(Per saperne di più, leggete qui.)
Alcuni giorni prima del referendum, per capire un po’ che aria tirasse da quelle parti, ho chiacchierato con un mio “collega” catalano, Andreu Arenas, 27 anni, dottorando in Economia a Firenze.
Ecco cosa ci siamo detti. 
Andreu, perché sei in Italia? Di cosa ti occupi e da quanto?










Sono uno studente di dottorato di ricerca in Economia presso l’Istituto Universitario Europeo di Fiesole. Sono a Firenze da 3 anni ma ho anche vissuto per un anno a Bologna grazie al progetto Erasmus, quando ero ancora uno studente.
In cosa ti sei laureato? 
In economia all’Università di Barcellona.  
Come è vista, in questo momento difficile, l’Italia dall’estero? Nel tuo caso, ovviamente, la Spagna. 
Dalla Spagna, l’Italia è vista con simpatia dato che ci sono molte somiglianze sociali, culturali ed anche economiche. Politicamente invece, per un periodo abbastanza lungo, gli spagnoli faticavano a capire cosa stesse accadendo nel vostro Paese. 
Il nostro stupore aveva un nome ed un cognome: Silvio Berlusconi. 
Di solito tutti gli italiani che vivono all’estero (a Barcellona ce ne sono tanti!) sono anti-Berlusconiani, e proprio per questo motivo la gente si chiedeva: ma se nessuno lo vota, o lo voterebbe, come fa a vincere? 
Ora che invece l’Italia ha iniziato un periodo di riforme, la politica italiana si guarda con più attenzione, anche perché tanti problemi sono simili, e a volte si cerca anche di copiare qualcosa.
Sei di Barcellona e quindi catalano. Ti senti più catalano o spagnolo?










Io mi sento catalano.
La mia comunità politica e culturale di riferimento e appartenenza è la Catalogna, anche se ovviamente i vincoli di affetto con la Spagna sono forti.
Il 9 novembre si sarebbe dovuto tenere, in Catalogna, un referendum per testare il volere del popolo catalano riguardo ai temi scottanti di indipendenza e autonomia. (Il referendum è stato solo consultivo è ha visto la vittoria degli indipendentisti con l’80% dei consensi).
L’esito del referendum scozzese, che ha dato la vittoria agli unionisti, e cioè coloro contrari all’indipendenza da Londra, ha contribuito a raffreddare gli animi catalani?










Sì e no. 
No perché quello che i catalani maggiormente vogliono non è l’indipendenza, ma semplicemente quello di fare un referendum, anche solo per vedere come tira il vento.   
Il solo fatto che in una nazione europea, una regione con caratteristiche simili alle nostre, abbia avuto il diritto di celebrare un referendum legale e che tutto si sia svolto in maniera civica e democratica, ha dato legittimità e forza al movimento che difende l’autodeterminazione (che è molto più ampio rispetto a quello che rivendica l’indipendenza). 
Sì, invece nel senso che ci sono alcune domande a cui è veramente difficile dare risposta, parlo degli indipendentisti, soprattutto per quanto riguarda le relazioni internazionali e, in seconda battuta,  l’appartenenza a spazi di integrazione economica che la vittoria del SI in Scozia avrebbe risolto. Questo non vuol dire che dopo il referendum scozzese la voglia di indipendentismo sia venuta meno nel popolo catalano, ma semplicemente che sarebbe salita ancora di più se avessero vinto i SI. 
Quindi in Catalogna la maggioranza non vuole l’indipendenza bensì l’autodeterminazione?










Un’ampia maggioranza, intorno all’80%, è favorevole all’autodeterminazione e, per esprimere il loro ideale vorrebbero avere la possibilità di votare tramate referendum. Riguardo all’indipendenza invece i sondaggi dicono che il SI sarebbe leggermente sopra il 50%. 










La rivista Internazionale parla della regione catalana come la prima area produttiva spagnola e la quinta europea. Il maggior distacco che vorreste da Madrid,  è dovuto anche a fattori economici o invece solo a quelli tradizionali, culturali ed identitari?










In Catalogna c`è tanta gente, (sicuramente la maggioranza) che vorrebbe uno Stato spagnolo plurinazionale, con  più autonomia locale o regionale sia a livello culturale che a livello economico. Qui, quando parlo di autonomia economica, non parlo necessariamente di più risorse, ma del potere nel decidere come spendere i nostri soldi, come guadagnarli e nell’avere più chiarezza nei conti pubblici, cosa che oggi non accade. 
In inglese si direbbe più accountability. 
Nel 2006 si è iniziato un processo di riforma della costituzione regionale catalana, lo Statuto di Autonomia,  dove sembrava che la strada presa fosse quella giusta. 
In Catalogna, la sinistra indipendentista aveva dato il governo al Partito Socialista Operaio (PSOE), con l’obiettivo di fare una riforma federale dallo Statuto. Zapatero, segretario del partito e presidente del Governo sembrava incline nel perseguire la strada delle riforme, soprattutto quelle riguardanti le questioni regionali.Ha infatti promesso che avrebbe accettato lo statuto di autonomia che il Parlamento della Catalogna stava per approvare, e che avrebbe chiuso una volta per tutte la “questione catalana”. Zapatero però non ha rispettato questa sua promessa ma ha cambiato il processo di riforma escludendo la Catalogna dal processo autonomista ormai in divenire. 
Questo ha fatto si che tanti federalisti e autonomisti, in particolare votanti e militanti dei due partiti centrali in Catalogna fino a quel momento,  CIU (una sorta di democrazia cristiana catalana) e il PSOE, siano diventati indipendentisti.
La crisi economica ha spinto la preferenza dei catalani e degli spagnoli su l’organizzazione territoriale dallo stato ancora più lontane di quello che erano già.  In Spagna si sono create correnti di pensiero riguardo al fatto che la crisi economica spagnola sia stata agevolata dall’eccessiva decentralizzazione e quindi per colpa delle regioni, e il Paese ha orientato la propria preferenza verso una maggiore centralizzazione del potere. 
In Catalogna, invece, la crisi ed i tagli alla spesa pubblica insieme ai conflitti per competenze autonome con il governo centrale hanno portato a più indipendentismo, un trend inverso rispetto al resto del Paese.
Parliamo per ipotesi. 
Nel caso in cui doveste giungere all’indipendenza, la scelta sarà quella di restare con l’euro e con l’Unione europea? 

L’indipendentismo catalano è un movimento europeo,  e vorrebbe restare sia con l’euro che con l’Unione Europea. Questo però non dipende solo da noi catalani. Sembra infatti che la Spagna, nel caso in cui dovessimo raggiungere l’indipendenza, negherebbe al nuovo Stato di entrare a far parte della Comunità europea. Le incertezze sono comunque molto alte, e dal mio punto di vista il movimento indipendentista è fin troppo ottimista su questa questione, ponendo l’enfasi sugli incentivi ex-post. La loro argomentazione principale, che in parte condivido ma considero debole, è quella che la Catalogna non avrà problemi in termini economici, dato che ha un bacino di utenze, specie nel turismo, che non è destinato ad esaurirsi, almeno nel breve periodo, e che quindi è possibile avviare partnership importanti, durature e molto redditizie. 
D’altra parte coloro che difendono l’unione, sia quella del Regno Unito che quella della Spagna, vedono solo una pericolosità insita nell’isolamento di una regione, senza alcuna causa logica, spaventando l’opinione pubblica e i cittadini enfatizzando la propria capacità di veto.
Se in Scozia avesse vinto il SI, si sarebbe creato un precedente, e forse ne sapremmo qualcosa in più.

Alcuni esponenti della Lega Nord (qui il nostro viaggio nel mondo di Salvini) hanno partecipato a manifestazioni pro indipendenza a Barcellona, affermando il loro totale appoggio alla vostra battaglia. Cosa pensi di loro e della loro presunta rivendicazione?










I catalani non appoggiano per nessun motivo la Lega Nord, ma al contrario la condannano. La condannano innanzitutto per il suo carattere xenofobo ed omofobo che si trova all’opposto delle idee e delle opinioni del dal movimento catalano. 
Poi la Padania e una entità inventata che non è mai esistita e che mai esisterà, ma è solamente un pretesto nato per una rivendicazione prettamente economica. 
I movimenti, in questo caso i partiti, come la Lega sono estremamente negativi per delle lotte di rivendicazioni presenti in Scozia e in Catalogna, i quali hanno radici culturali, storiche ed istituzionali solide e fanno si che questi siano percepiti negativamente in Italia, per esempio. 
La Lega contribuisce ad una banalizzazione dal diritto di autodeterminazione che io invece credo alcuni popoli europei dovrebbero meritare. 










Dove lo vedi il tuo futuro? Spagna o Italia?










Sono innamorato dall’Italia e potrei viverci per sempre, ma a un certo punto della mia vita  mi piacerebbe ritornare a casa, dove ho gli amici di sempre, la famiglia e una città meravigliosa come Barcellona. Purtroppo però, in un momento di difficoltà per i ricercatori universitari, non è facile trovare opportunità nelle università italiane o spagnole e forse bisogna andare un po’ più nord. Vedremo.
Giacomo Bianchi
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