Cosa fa l’Europa mentre si stanno ridefinendo gli assetti globali?

Alcune giornate sono autentici punti di rottura nella storia dell’umanità, spostano il corso degli eventi da un’ipotetica linea A ad una linea B, cambiando il destino di milioni di vite. Il 17 luglio 2014 rischia di essere una di quelle giornate. In particolare, ci sono stati tre eventi che potranno avere enormi ripercussioni.
Nel tardo pomeriggio italiano un aereo di linea malese è stato abbattuto da un missile terra-aria mentre sorvolava l’Ucraina e i suoi 298 passeggeri hanno perso la vita. Il razzo è partito dal confine ucraino-russo e fa parte degli ordigni in dotazione dei separatisti filo-russi, che ricevono armi e aiuti direttamente dal Cremlino. Il Presidente ucraino ha parlato esplicitamente di azione terroristica, il sospetto è che i ribelli abbiano abbattuto l’aereo sbagliato e resta da capire il ruolo di Mosca. La sensazione è che ci troviamo di fronte al primo step (andato storto?) di un’escalation che modificherà non di poco la posizione geopolitica della Russia.
Il secondo evento in ordine di tempo è stata l’incursione dell’esercito israeliano nella striscia di Gaza, avvenuta verso le dieci di sera, ora italiana. Dopo giorni di bombardamenti (reciproci, ma Israele ha intercettato e abbattuto tutto grazie al suo sofisticatissimo scudo anti-missili) e centinaia di vittime civili (quasi unicamente palestinesi), dopo il secondo tentativo di mediazione fallito dall’Egitto, Israele ha posto un ultimatum ad Hamas, che ha risposto ad una provocazione con un’altra provocazione, dando il pretesto allo stato sionista di passare dai raid aerei all’operazione terrestre, che ha come obiettivo quello di individuare e distruggere i tunnel usati dai terroristi per entrare clandestinamente in Israele.
Quasi in contemporanea all’incursione israeliana c’è stato il terzo evento, o forse sarebbe meglio dire presunto evento, dal momento che per qualche ora la Casa Bianca è stata bloccata e isolata a seguito di un allarme bomba che si è poi rivelato falso. Alla fine non c’è stato alcun tipo di danno o conseguenza pratica, ma in una situazione come quella che si era creata nel panorama internazionale ieri sera anche un falso allarme può far impennare la tensione.
Non c’è un collegamento diretto tra gli eventi di ieri, se non il fatto che tutte queste situazioni sono in qualche modo sintomo di un vuoto di potere nella governance globale, dove l’egemonia statunitense che ha caratterizzato il post guerra fredda è sempre più messa in discussione e ostacolata da problemi interni e scelte di politica estera scellerate (ad esempio, la situazione attuale dell’Iraq, dal punto di vista degli Usa è ben più svantaggiosa di quanto non fosse prima della guerra voluta da Bush Jr.). La pax americana, se mai sia esistita, è messa a rischio dall’incapacità del gigante americano di imporre il proprio ordine mondiale nelle zone di conflitto e dall’avanzata dei BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa) che dopo la prosperosa anche se contraddittoria crescita economica degli ultimi decenni sono sempre più intenzionati a giocare un ruolo da protagonisti nel contesto internazionale. La foto rituale dei capi di questi stati dopo il convegno tenutosi in occasione dei mondiali brasiliani nella quale  cinque tra gli uomini e le donne più potenti al mondo si stringono la mano facendo cerchio è quantomai emblematica. Tuttavia, ipotizzare attacchi diretti agli Stati Uniti, non solo nei prossimi anni ma persino per decenni, sarebbe quantomeno fantasioso. I futuri equilibri globali saranno definiti dai focolai di guerra e i conflitti interni come quelli sopra elencati e dagli altri scoppiati negli ultimi anni in Siria, Iraq, Libia, Mali, Thailandia, Sudan. In questi contesti gli Usa rischiano di trovarsi isolati e accerchiati dalle potenze emergenti, con conseguente sconvolgimento degli assetti mondiali.
In tutti questi eventi e considerazioni non è emerso un attore internazionale che per grandezza e prestigio potrebbe essere assoluto protagonista ma continua a perdere tempo nel tentativo di capire la propria identità. Questo attore è l’Europa, tanto vicina a Ucraina e Gaza quanto impotente nel poter far evitare questi conflitti o quantomeno afflievolirli. A tal proposito, ci sarebbe dovuto essere un quarto evento, primo in ordine temporale, da raccontare in questo articolo, e sarebbe dovuto essere la nomina dell’Alto Rappresentante dell’Unione Europea per la Politica Estera e di Sicurezza Comune, ma il summit tra i capi di stato europei ha portato ad un nulla di fatto sintomo della scarsa unitarietà dell’Unione. La figura dell’Alto Rappresentante è quantomai controversa: membro sia del Consiglio che della Commissione, si trova a metà strada tra le aspirazioni federaliste di chi sogna un unico blocco europeo e la vocazione intergovernativa che ha contraddistinto da sempre l’effettiva governance dell’Unione. Inoltre bisogna tenere conto della cronica incapacità degli stati membri di affidare la propria politica estera ad un organo sovranazionale e della mancata adozione della Costituzione Europea che doveva portare grossi sviluppi da questo punto di vista. Per questi motivi la figura dell’Alto Rappresentante è più prestigiosa da  un punto di vista teorico che pratico: si occupa della politica estera dell’UE, ma la politica estera dell’UE, sul piano dei conflitti internazionali, quasi non esiste.
In quest’ottica si registrano la volontà di Renzi di imporre a tutti i costi l’attuale Ministro degli Esteri Federica Mogherini nel ruolo che apparteneva a Lady Ashton e il rifiuto della Merkel di affidare senza contrattare un ruolo così decisivo ad un’italiana dopo che le ultime elezioni hanno già fatto aumentare notevolmente il peso strategico del bel paese (il PD è il maggior “azionista” del PSE e il partito nazionale con più rappresentanti a Bruxelles dopo il CDU del cancelliere tedesco) e con il Semestre di Presidenza. Entrambi i comportamenti sono ugualmente specchio della cronica mancanza di unitarietà dei paesi dell’Unione. Entrambi i premier cercano di influenzare la nomina di un’istituzione comunitaria con una figura che porterebbe vantaggi al suo paese di appartenenza. L’immagine che l’Europa dà di se all’esterno è quella di un insieme di piccoli staterelli litigiosi e gelosi, ancora infestati da venti di nazionalismo e privi di un sentimento comune, di una vocazione comunitaria. 
Se ora prendiamo gli eventi citati ad inizio articolo, il declino del grande alleato statunitense e la condizione attuale, ne viene fuori un quadro in cui l’Unione Europea, che nel suo complesso è la prima economia mondiale, oltre ad essere da sempre all’avanguardia a livello culturale e civile, si trova la guerra appena dietro casa ma non riesce in nessuna maniera non solo a spostare gli equilibri, ma neanche a prendere una posizione comune. Avrebbe il dovere morale di bilanciare il nuovo espansionismo russo in Ucraina, fare da mediatore nella contesa mediorientale (magari difendendo la causa dei diritti umani delle popolazioni palestinesi che Israele ignora bellamente) ed essere un punto di riferimento per tutto il mondo occidentale. Invece le nazioni europee preferiscono rimanere distaccate con sprezzante boria di superiorità dalle questioni internazionali e litigare tra loro come tanti bambini viziati, consapevoli del loro benessere economico e della loro avanguardia civile. Sanno che questo periodo storico sarà cruciale nel ridefinire i futuri equilibri globali, ma proprio non riescono a rinunciare ad una parte della loro sovranità in favore di un’Unione forte, coesa e finalmente protagonista.
Fabrizio Mezzanotte

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