La vena psych degli R.E.M. – Pt. II

Nella prima parte ho fatto una breve apologia degli Ari M. come gruppo di pop alternativo planetario. Ora entro nel merito dell’argomento andando a delineare la misconosciuta vena psych. E’ richiesta una conoscenza di base della discografia.
 
 
Per motivi che non mi spiego, vorrei escludere dalla disamina Murmur, che per motivi puramente idiosincratici per me rimane una roba a sé nella discografia ariemmiana. 

Perciò, la partenza è simbolicamente identificata con Time After Time (Annelise), che come direbbe Scaruffi è un raga di chitarra che avrebbero potuto fare i Beatles o i Rolling Stones ma senza un minimo della ieraticità che invece qui infonde Stipe, insieme coi bonghi di second’ordine di Berry. Ma dobbiamo subito arrivare al terzo calunniato e misconosciuto album, Fables of the Reconstruction per trovare un terzetto psych come Feeling Gravitys PullAuctioneer (Another Engine)– e una scelta fra quasi tutte le altre (Old Man Kensey/Driver 8). L’altro album del periodo EQuitalia calunniato e misconosciuto è il successivo, che invece contiene uno dei pezzi esemplificativi della grammatica di ciò che intendo per psych negli Ari M., si tratta di Swan Swan H.(strano che tutti sti pezzi psych abbiano i titoli più sbilenchi): una nenia ipnotica (Scaruffi dai ora basta) condito dal solito testo evocativo, rullantino a marcetta militare, fisa nel ritornello da festa paesana che si ributta in uno storytelling sciamanico di chi ha catturato con carismatico savoir faire l’attenzione del consesso che lo circonda.

L’ultimo album EQuitalia è Document che contiene alcuni classiconi del gruppo e certi inserti di sax dettati sicuramente dallo Zeitgeist, ma di cui qualcuno dovrà pur rendere conto davanti a Dio presto o tardi. Qua i pezzi da segnalare sono tre, di cui due importantissimi. (tralasciamo Fireplace, che a me gasa per altri motivi). Lightnin Hopkins, dal nome di un vecchio satanico bluesman, è un pezzo che nel suo piccolo, bianchissimo, borghese psychismo ha una discreta rilevanza: i cori che fungono da refrain, i corvi poeiani, il guiro (successivamente definito sul libretto di New Adventures “the ultimate in musical usefulness”), un accenno di slap come-alla-tele, Berry che come diverse altre volte nella storia tiene su la baracca silenziosamente, gli urletti scomposti di Stipe. Subito dopo c’è King of Birds, forse l’archetipo del pezzo psych degli Ari M., in cui ritroviamo gli arpeggini mezzi acustici un po’ ragati, il rullantino militare, la voce baritonale di Stipe che snenia un testo che ha anche dell’infantile (Everybody hit the ground, che è un po’ il nostro “tutti giù per terra”)  per aprirsi a hooks di più ampio respiro armonico e in cui, come a 2’10 e pure alla voce fa una cosa che ha fatto e farà altre volte durante la sua carriera: sforza la sua limitata e ruvidicchia voce in qualcosa che per i canoni del pop (lascia stare che sia EQuitalia) sarebbe simpliciter una take da rifare. Il disco si chiude con Oddfellows Local 151 (ribadisco i titoli sblenchi), che forse rientra nei nostri canoni, ma senza spiccare in nulla, se non nel riallacciarsi al tema delle storie oscure-psych di campagna dipinte in toni inquietanti.


Dopo nella storia degli Ari M. comincia il periodo dei $$$, lasciando EQuitalia per passare ai Warner Brothers. Green è un album non facile, col quale non fanno il botto. Contiene un paio di pezzi utili a noi, il primo è The Wrong Child, che è una storia volendo piuttosto triste nella sua essenziale didascalia all’interno della testa di un bambino con problemi di socialità, condita dal mandolino rincoglionente di capitan Buck, prima del suo impiego più celebre, e i soliti controcanti di Mills che si sovrappongono al cantato sempre sforzato di Stipe. (Vorrei citare Hairshirt, che però è una canzone intimista con strumenti acustici e non ha molto di psych, come invece ha) I Remember California, che fa parte della taciuta vena dark degli Ari M. Come altri pezzi del disco (World Leader Pretend), sembra il soliloquio di un Perec incatenato in trip brutto. La stessa caratteristica di delirio privato e oscuro è condivisa da un pezzo che secondo me non conosce nessuno dell’album del botto, Out of Time, dove figura Losing My Religion: parlo di Low. Un bel testo, la strofa di una chitarrina in muto e un ruscelletto di organo che portano a un refrain dall’inquietudine condivisibile da un Nick Cave. (per motivi ideologici e di critica dei costumi mi piacerebbe tantissimo inserire nella vena psych anche Shiny Happy People, una delle tre canzoni degli Ari M. più fraintesa di sempre; ma non lo farò).

 Dopo c’è l’album dello strabotto, dei miliardi, dei video che citano Fellini e Wim Wenders, orchestrato da John Paul Jones: lì niente psych.Seguirà Monster, uno dei più interessanti album del primo periodo Warner Brothers. Si potrebbe ben segnalare la traccia di chiusura, You, che è un’ode malata di un amore malato nella quale Stipe non si fa problemi a stracciarsi le corde vocali in un crescendo finale che ha veramente del preoccupante. Lo scenario è effettivamente ben costruito, in coerenza col resto dell’album – purtroppo non c’è tempo per soffermarsi. L’album successivo, New Adventures in Hi-Fi, scritto in tour e l’ultimo con Bill Berry alla batteria prima del coccolone, è uno di quelli che più ho amato da ragazzetto (ora meno, perché certi pezzi sono adolescenzialetti anzichenò e va bene tutto nel non riuscire a saper crescere ma almeno non arrivo a farmi piacerissimo Lo Stato Sociale). All’attenzione del pubblico psych potrebbero salire la prima traccia, How the west was won and where it got us, che oltre a essere un pezzo spaventosamente bello e ben orchestrato, contiene due o tre punti di cacofonia ragionata che dopotutto non aggiunge molto alla vena, ma resta l’occasione per ascoltarsi un pezzone; e la traccia sesta, Leave, 7’17 imbattuti dagli Ari M. che hanno ficcato un pezzo pop americano abbastanza inquietante su un tappeto ininterrotto di una sirena che di per sé non è qualcosa di straordinario ma a conti fatti impoverirebbe il pezzo se mancasse e mancherebbe di segnalare un’angoscia in elaborazione che si fa fisica e incessante come lo sono gli acufeni in un orecchio.



La seconda era di $$$ per gli Ari M. è tormentata. Rimangono in tre. Sopravvivono alla svolta elettronica. Up non regala molto psych, se non forse Walk Unafraid, ma è più scena che altro. Reveal è un disco di canzoni palloso-electrobucoliche orchestrate così cosà ma con un 3-4 pezzi devastanti (The Lifting, nella mia top 5 di sempre, I’ve been High, All the way to Reno, Imitation of Life). Di psych c’è giusto qualche sprazzo, ma niente degno di nota. Around the Sun è un disco di brutte canzoni prodotte e orchestrate malissimo. Niente psych. L’ultimo album bello degli Ari M. è Accelerate e ivi si notano due pezzi dal gusto più 2008 ma neppure troppo che rivedono i fasti psych di un tempo, Until the Day is Done nella forma più classica e allegra. Invece Sing for the Submarine ha qualcosa di ombroso nel suo essere frettoloso e inquieto come qualcuno che si guarda attorno. Collapse Into Now è un album che non ho proprio avuto voglia di capire, ammesso che ci fosse qualcosa da capire in un album fatto per finire il contratto e poi, con diversa tristezza, sciogliersi senza neanche portarlo in tour (un’altra scelta, nei modi e nei tempi, che ha contraddistinto, per me, gli Ari M. da qualsiasi altro gruppo con contratti e hit planetarie da tenere a bada) (e contraddistinto pure da molti litigiosissimo gruppi indie).

Probabilmente c’è poco di concreto in questo fil rouge che ho voluto tracciare. La verità va letta alla luce della prima parte di questo pezzo, in cui sostanzialmente volevo sottolineare la caratura particolare degli Ari M. in quelli che sono stati i decenni più plasticosi dell’era della musica leggera. Sì, Everybody Hurts, Losing My Religion, Shiny Happy People, Nightswimming, At My Most Beautiful e tutto quanto. Ma anche cose piuttosto oscure, con un filo di inquietudine per niente banale. Ai defunti Ari M. va riconosciuto questo, specialmente da parte dei detrattori.

Filippo Batisti
@disorderlinesss

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