Nymphomaniac – Lars von Trier (2013)

“In pratica, stiamo tutti aspettando il permesso per morire”.

Una neve sottile scivola lungo muri di mattoni a vista. Una mano coperta di sangue. Le note metalliche dei Rammstein aprono il campo ad una donna distesa a terra, dentro il cortile interno di un palazzo. Nel frattempo un uomo esce di casa per fare acquisti e la intravede, si avvicina. A questo punto – grazie al cielo – si interrompono i Rammstein ed inizia la narrazione.


La donna è Joe (Charlotte Gainsbourg) e l’uomo è Seligman (John Stellan Skarsgård): il paziente e l’analista. L’intero film si sviluppa infatti attraverso le lunghe retrospettive di Joe, la quale racconta la caotica storia della sua vita sessuale all’uomo che tenterà fino alla fine del film (almeno del vol. I), di razionalizzare il suo comportamento. Il racconto è suddiviso in otto capitoli, metodo che evidentemente piace molto a von Trier, visto che l’aveva già sperimentato nel film Dogville (in questo caso i capitoli erano 9, più un prologo e una conclusione). Alle sequenze in cui Joe parla con Seligman, le retrospettive e i capitoli, si aggiungono immagini e brevi video inseriti tra un racconto e l’altro, che svolgono la funzione di rendere visivo qualcosa di cui si sta parlando al momento. L’impresa di esaurire tutto ciò che si può dire in merito ad un film del genere è veramente ardua, essendo un’opera di estrema lunghezza, ricca di riferimenti, citazioni e svariati argomenti di discussione. Certo, tutto ruota attorno al sesso, al disturbo sessuale di Joe, di cui lei racconta, da un lato spinta dal desiderio di essere capita, dall’altro di difendere la sua natura. Come avranno tutti ben capito dal titolo molto esplicito del film, Joe è ninfomane, e la sinossi è una vera e propria analisi critica e filologica che “collaziona” ogni singola vicenda sessuale (si potrebbe dire ogni singolo fallo) al fine di pervenire alla natura originale del disturbo, scarna, priva di condizionamenti esterni.
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Fin da bambina è affascinata dal suo organo sessuale e cerca di scoprirlo e di stimolarlo in diversi modi. Ha un pessimo rapporto con sua madre, che definirà poi una “codarda puttana”, mentre nei confronti del padre dimostra un vero e proprio amore incondizionato. Gli unici ricordi che la aiuteranno a sentirsi meno sola da adulta saranno quelli che le riportano alla mente il padre e i suoi racconti sugli alberi. Se da piccola il rapporto con la sua sessualità è piacevole, giocoso e di continua scoperta, dal momento della perdita della sua verginità in poi, si perde completamente l’aspetto ludico che l’erotismo dovrebbe portare con sé. Il sesso è competizione, è ripetizione meccanica di un atto svuotato di desiderio e sentimento, reiterazione di movimenti ben studiati privi di senso. La sua incapacità di amare, di provare empatia nei confronti degli altri e di sentirsi coinvolta, si manifesta ancor di più nel momento in cui si rende conto di poter provare qualcosa per un uomo: sarà infatti l’unico persona che rifiuta. La reazione all’amore è aggressiva, la porta a cercare ancora più uomini e a renderla sempre più sola. La vita di Joe è pura solitudine, più va alla ricerca di uomini, più si sente abbandonata. E la morte del padre, in seguito ad una lunga malattia, la priva anche dell’affetto di quell’unica persona rimasta sinceramente legata a lei e nei confronti della quale riesce a provare dei sentimenti.

Un’opera di Mario Merz che esemplifica la successione di Fibonacci.
Nel complesso Joe-donna, incarna l’irrazionale, il delirante, il diabolico, la colpevole, mentre Seligman-maschio le oppone uno sguardo critico, razionale, colto: parla di pesca, chiama in causa Fibonacci, il tritono (diabulus in musica), Edgar Allan Poe e la sua morte per delirium tremens, l’invenzione di Bach della polifonia. 
Non c’è nulla di “erotico” nel film di von Trier e non aspettatevi di rimanere sconvolti da immagini che vi disgusteranno o stuzzicheranno il vostro animo voyeuristico. Le fila del discorso si potranno trarre solo alla fine del vol. II, per ora si può semplicemente confermare la natura alienante del film e sperare che a nessuno venga mai più in mente di proiettare due parti di un’unica narrazione a distanza di 3 settimane l’una dall’altra.

Roberta Cristofori
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