Three Movements, pt. 3 – La sospirata conclusione estetico-musicale


THREE MOVEMENTS, III un viaggio che per motivi di ordine pubblico ho diviso in tre, ma che andrebbe letto nel modo più circoscritto possibile.
 
I discorsi della settimana passata mi hanno portato alla mente altre questioni sulle quali vorrò soffermarmi. Come si può fedelmente descrivere tramite le arti una persona (Zidane/Montaigne) o un oggetto (la Sainte-Victoire)? In che rapporto sono il tempo entro il quale questo ritratto, nel senso di descrizione, viene effettuato e lo spazio nel quale si colloca ciò che viene rappresentato? C’è un nesso fra la chiusura degli ospedali psichiatrici giudiziari e il boom di assunzioni presso Foot Locker? Rifletto, mentre mi godo la sfrecciata sul RV che lungo e diritto dovrebbe portarmi a casa – almeno finché Mauro Moretti non diverrà il Baricco delle Infrastrutture e dei Trasporti – rifletto che questi problemi eraclitei hanno una qualche pertinenza anche nella pop music.
 
Prendi ad esempio gli Spacemen 3, un duo che fra ’80 e ’90 è riuscito in un connubio strano ma bello tra fare musica da chiesa e intitolare album “Taking Drugs to Make Music To Take Drugs To” (una di quelle situazioni da scout in cui abbiamo definitivamente perso Renzi, già da piccolino, temo [HO SCRITTO QUESTA COSA PRIMA DELLA FAMIGERATA FOTO IN CALZONCINI, LO GIURO]).
Tra demo, ep, album eccetera ho contato almeno 4 versioni di uno dei loro migliori pezzi, che racchiude buona parte della loro poetica: pezzi di due accordi, melodie dolci con strumenti un po’ sporchi, droga e Gesù), si intitola Walkin’ With Jesus. Come potete sentire, le differenze, almeno nella maggioranza dei casi, non sono eccezionalmente evidenti: sono pezzi in evoluzione strutturale o semplicemente suonati con un differente arrangiamento o linea del cantato.


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Ora, considerati sincronicamente, possiamo noi interpretarli alla stregua di versioni della stessa Sainte-Victoire, mantenendo le considerazioni di ontologia fatte a riguardo? Secondo me possiamo. Bisogna però pensare al brano come collocato in un qualche iperuranio di cui queste singole versioni (meglio: esecuzioni) sono manifestazioni fenomeniche che concorrono a esprimerlo e rappresentarlo.

Questo però pone un problema abbastanza grosso: se parliamo di esecuzioni, dobbiamo considerare ogni fottuta esecuzione dal vivo di questo pezzo, ogni lurido live drogatissimo e fumoso dei Spacemen 3 come pari alle versioni registrate, in quanto comunque si tratta di manifestazioni particolari e spaziotemporalmente determinate del pezzo ‘in astratto’? La risposta è, tendenzialmente, , almeno fintantoché in questi live non si è stuprata la struttura e le caratteristiche fondanti del pezzo in questione, come è invece facile immaginare che sia accaduto.

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Qua però sopraggiunge un’altra rottura di cazzo (feel like Gregory Bateson on this one, parlo di rotture di cazzo all’interno di una grandissima rottura di cazzo tramite il rompere il cazzo): quali sono i criteri definitori per dire che si tratta di quel pezzo e non di un altro o di una versione modificata di esso? Forse la corrispondenza esatta di ogni parte di ogni strumento, tanto che se uno se le passasse contemporaneamente si sentirebbero solo piccole differenze di timbro/intensità/volume? Difficile, basterebbe pochissimo per uscire dal seminato. E se al posto, mettiamo, della seconda chitarra ci fosse una parte di tastiera? O se la parte di chitarra acustica fosse eseguita, tale e quale, però da una elettrica con suono pulito? Se entriamo in questo tipo di differenze credo che non se ne esca più. Tuttavia una banale consuetudine di finalità generalmente pratica (o di finalità malvagia, se la intendiamo come SIAE) dovrebbe darci una grossa mano in questo: lo spartito. Quel pezzo di carta che fa bestemmiare molte giovani bands un po’ ignoranti di notazione musicale e che farà fare i soldi finché camperanno i figli dei loro figli a gerontocrati da cui Cirino Pomicino potrebbe andare a lezione, tipo Gino Paoli o i Righeira, dovrebbe anche fungere, in questo nostro problema di estetica musicale, da caposaldo, da punto di riferimento. 
Sonic Boom, in un momento kafkiano.
Ora, purtroppo sono a mia volta così vergognosamente ignorante di musica colta da non potervi raccontare un sacco di storie interessanti  riguardo gli spartiti ma ad esempio ricordo Riccardo Rossi raccontare da Rosario Fiorello alla radio una storia romanzatissima di come il giro di bassodi Another One Bites the Dust, rubato nell’indifferenza generale da parte di John Deacon agli Chic del recentemente resuscitato Nile Rodgers di Good Times era stato a sua volta preso da un pezzo di carta salvato miracolosamente in qualche cucina tardottocentesca dove usavano il retro di vecchi spartiti di nonsopiùche compositore per farci la lista della spesa. 


Probabilmente non c’è niente di vero, come nei pezzi di cronaca giudiziaria di Travaglio, ma il punto è che le varie esecuzioni di musica classica o di operistica possono differirepiuttostamente fra di loro senza che la cosa desti scandalo e anzi, suppongo, l’interesse di andarsi a sentire sempre gli stessi concerti od opere durante l’arco della vita risieda in questo, oltre che essere l’unico vero segno tangibile per riconoscere un barone universitario. 
O meglio, l’opera è una storia a sé per quanto riguarda la parte registica, su Rai5 una mattina ho visto una Madama Butterfly che pareva un mashup fra Puccini e gli 883 versione Viaggio al centro del mondo.

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(in ogni caso: nella classica per motivi storico-editoriali, non penso esista il problema che invece si pone con forza nella pop music, cioè il fatto che ‘la versione su disco’ spesso è una sola e perciò è senz’altro preminente rispetto a qualsiasi altra esecuzione live, registrata o meno. Nella classica per come la so io abbiamo lo spartito nell’iperuranio e un milione di esecuzioni tutte sullo stesso piano, anche se pare che lo spettatore medio sia affezionato alla sua versione presente sul disco che gli aveva regalato suo padre che per due soldi al mercato comprò nel 1909. Ma queste idiosincrasie non ci tangono.

Piuttosto, un secondo problema sempre più pressante nell’era del digitale e di ProTools è il fatto che spesso la versione-su-disco è editata e prodotta in maniera talmente diversa e più sofisticata delle esecuzioni live, che la distanza fra essa e quest’ultime è sempre più ampiaIl pezzo registrato in studio è una cristallizzazione di un momento particolare della vita di quel pezzo o la quantità di ‘finzione’ che le tecnologie consentono è tale da cambiare radicalmente la sua natura? Ma ha senso parlare di finzione? L’editing e la produzione nella musica corrispondono al montaggio delle pellicole, per come ne abbiamo parlato per Zidane.)

 
Sonic Boom (seduto) e Jason Pierce, che dai ’90 in poi suona come Spiritualized.
 
Ad esempio, mi chiedo: lo stesso concerto di Mozart suonato un quarto di tono sopra all’originale in due differenti occasioni è lo stesso concerto? Diremmo di sì, forse. E se i toni fossero molti di più, che so, 3 o 4? Il timbro cambierebbe e la differenza sarebbe sì saliente per i nostri sensi, pur mantendosi invariati i rapporti matematici fra le note. E Bob Dylan che canta Like a Rolling Stone mezzo tono sotto perché a 70 anni nun je la fa più sta cantando la stessa cosa che cantava nelle tournées del ’68? A tal proposito, è stato per me interessantissimo notare come almeno una delle versioni di Walkin With Jesus disponibili non sia accordata secondo le frequenze a cui facciamo corrispondere le note normalmente, per capirci, il La è quella cosa che risuona nell’aria a 440 Hz (o, se siete Goebbles o un seguacedi New Age, 432 Hz ).*

*seguirà parentesi tecnica molto interessante – credeteci.
A queste domande, una risposta non credo che vi sia, a meno di avere un solido background estetico-ontologico o un’offerta di dottorato in filosofia della musica per l’università della Nuova Zelanda, dove fanno anche paper accademici di sociolinguistica sui Flight of the Conchords. A me non rimane che ringraziarvi e sperare di avervi rovinato ogni piacere di ascoltare la musica o guardare i quadri in santa pace senza farvi domande di dubbia utilità e sicuro fastidio.
 
Filippo Batisti @disoderlinesss
(per la parte III sono debitore in maniera diretta al nostro Alessio Venier e in maniera indirettissima a Caterina Moruzzi)


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(Three Movements si conclude qua. Potete recuperare le altre parti qui e qui. Penso di avere abusato della pazienza di chiunque a tal punto che postare la settimana prossima una conclusione o simili possa indirizzare me e voi a nient’altro che lo sfacelo, perciò la settimana prossima regalerò soltanto una postilla tecnica, forse più interessante di qualsiasi altra cosa finora detta .

Ora infine vi beccate J. Pierce da solo che la butta in vacca nel pieno stile brit-gospel del suo progetto successivo, Spiritualized. Riconoscerete anche la melodia vocali infiorettata tipica dei dischi di Spiritualized, se li avete presente un minimo. Insomma, si tratta dello stesso brano dell’84 o no?)

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