Nuova Grammatica Finlandese – Diego Marani (2000)

Questo è uno di quei libri di cui, francamente, mi stupisco si parli così poco. E visto che scrivo queste righe a fine anno, tradizionale tempo di bilanci, posso spingermi ad affermare che sia il miglior libro che ho letto in questi ultimi dodici mesi. Affermazione pericolosa, lo so, perché a rigore mancano ancora una manciata di ore, che potrebbero farmi scoprire un nuovo capolavoro e ribaltare la classifica a sorpresa. Ma ho buone ragioni per credere che non succederà: questo libro mi si è presentato in modo troppo casuale per credere che fosse soloun caso, se mi si concede il gioco di parole. E, soprattutto, non credo che mi metterò a leggere qualcosa da qui all’anno nuovo.
Venendo al romanzo (naturalmente non è una grammatica!), si tratta di un compunto girare attorno a un colpo di scena che si sa che deve accadere, ma non sappiamo né come, né quando, né dove. Quando infine ce lo troviamo davanti, ci sorprendiamo a pensare “e tu da dove sei sbucato?”, come se avessimo seguito un percorso ad angoli retti girando attorno agli isolati di una città, e ci fossimo imbattuti, all’ultima svolta, in un conoscente. Come spesso accade, il colpo di scena è relativo e non risolve alcunché, perché il proverbiale “succo” del romanzo è situato nel percorso che a quella rivelazione ha portato.

Il protagonista viene ritrovato privo di sensi su un molo di Trieste, nel tempestoso settembre del 1943. Non ricorda nulla, nemmeno come fare ad articolare suoni comprensibili: possiede solo una casacca da marinaio con la scritta “Sampo Karjalainen” e un fazzoletto con le iniziali “S.K.”. Il medico di una nave militare tedesca, un finlandese emigrato in Germania, ritiene (dal nome) che si tratti di un suo connazionale, lo prende in simpatia e gli fa iniziare un’estenuante percorso che lo condurrà a riapprendere da capo la complicatissima lingua finlandese e a ritornare in quella che crede essere la sua patria. In una Finlandia assediata dai Russi, il marinaio ha tempo di riflettere sull’atrocità della sua situazione: privo di memoria, e riuscendo con fatica a comunicare a causa della difficoltà della lingua, si troverà in un assurdo limbo tra i vivi e i morti. Perché, pare accennare l’autore, non c’è molta differenza tra un uomo morto e un uomo sano privato della sua memoria.

Belle, bellissime le riflessioni del protagonista su questioni linguistiche, che aprono insospettabili finestre sulla sua stessa anima: ne è un esempio la sua predilezione, tra i quindici casi della lingua finlandese, per l’abessivo, il caso che traduce il complemento di privazione: dal momento che “in generale sono più le cose che ci mancano di quelle che abbiamo”, “tutte le parole belle di questo mondo andrebbero declinate all’abessivo”. ­­­
La tragica vicenda del marinaio protagonista è un esempio del dramma in cui si può trovare l’uomo che, metaforicamente o realmente, si trovi privato della sua identità, perché questo èun romanzo sull’identità: crisi d’identità, assenza d’identità, creazione dell’identità. Il tutto veicolato, con un’intuizione a mio avviso notevole, dall’elemento linguistico: quanto del nostro essere come siamo dipende dalla lingua che ascoltiamo fin da neonati? E quanto di quello che siamo si può ricostruire, una volta che ogni cosa è scomparsa? Cos’è che rende un uomo se stesso? La domanda è di portata universale e, in quanto tale, senza una risposta univoca. Leggete, meditate, datevi la vostra risposta.

Alessio Venier

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