L’eredità di un uomo eccezionale

E infine venne il giorno. Il giorno del lutto e del pianto, il giorno dei canti e dei balli. Il giorno in cui il Sudafrica dovette fare i conti col proprio presente perché anche il suo passato, Nelson Rolihlahla Mandela, alla fine aveva ceduto ai propri 95 anni.

Mandela è stato sicuramente un incredibile combattente e uno spirito leggendario e su questo è ben difficile trovare qualcosa da obbiettare. Anche le critiche (soprattutto quella di aver disatteso la Carta della libertà dell’African National Congress, una dichiarazione di principi che chiedeva profonde riforme soprattutto in campo economico e sociale) che si addensano sulla sua figura non tengono in conto del periodo storico e della situazione in cui si trovava il Sudafrica nel ‘94. Si trattava di un paese che usciva da quasi cinquant’anni di rigida separazione razziale e che ancora vedeva al suo interno crescere e prosperare una folta comunità bianca, impossibile da ignorare o da cancellare. Anche per questo, i paragoni utilizzati dai critici di Mandela (in questi giorni si è sentito evocare soprattutto lo Zimbabwe di Mugabe) appaiono decisamente troppo semplicistici per stare in piedi: il Sudafrica del 1994 era un paese in transizione e il suo primo presidente nero (sicuramente dotato di una tempra eccezionale) era prima di tutto un leader politico conscio di tutti questi aspetti. 

Mandela a Robben Island
Ma, pur rispettando enormemente Mandela, non è di lui che vogliamo parlare qui. Bensì di quello che si troveranno per le mani, oggi, gli abitanti del paese che egli ha contribuito a (ri) fondare quasi vent’anni fa. 
Egli dovette affrontare un apparato militare e poliziesco reso folle dal terrore di dover affrontare orde di neri esasperati e condannati alla miseria perenne. Oggi i ventenni sudafricani devono però barcamenarsi soprattutto per trovare un lavoro, proprio come milioni di altri loro coetanei sparsi per il globo. “Noi giovani siamo meno impressionati dal miracolo del nuovo Sudafrica. Abbiamo frequentato scuole miste, all’università abbiamo avuto accanto persone di tutti i tipi e non siamo mai stati costretti a portarci dietro un permesso per entrare nelle ‘zone bianche’ delle città. Il Sudafrica del dopo apartheid per noi è la norma”, dice Sipho Hlongwane, giornalista sudafricano, columnist del quotidiano Business Day. 
Il Sudafrica – come molti paesi dell’enorme continente di cui la rainbow nation è parte – è una nazione complicata; e l’occhiata superficiale a cui ci costringe lo spazio di un articolo scritto a migliaia di kilometri di distanza da dove accadono i fatti che qui raccontiamo non aiuta certo a cogliere questa complessità. Iniziando dagli indicatori economici possiamo trovare conferma di questa difficoltà di analisi: l’andamento del pil sudafricano è stato spesso altalenante ma oggi mantiene un ritmo di crescita costante: dai 5.760 dollari del 1990 ai 6.679 nel 2000 fino al balzo (stimato) del 2011 che ha visto il primo tra i nuovi “leoni africani” arrivare a toccare quota 11.400 dollari. Anche l’occupazione ha dato segnali positivi passando dal 48,4 per cento di persone che lavoravano nel 1990 fino ad un 52,2 per cento raggiunto dieci anni dopo. 

Le condizioni di vita degli abitanti del Sudafrica dovrebbero essere migliorate se si pensa che la spesa pubblica per la sanità in percentuale rispetto al Pil è cresciuta dal 2,9 per cento nel 1995 al 3,4 per cento del 2005. Eppure la speranza di vita media continua ad abbassarsi (era di 62,1 anni nel 1990, 51,6 nel 2006 e 49,48 anni nel 2013) e la diffusione dell’Hiv è tuttora un grave problema (si stima che oggi il fenomeno colpisca una fetta della popolazione tra i 15 e i 49 anni pari al 17,9 per cento) e con l’età media degli abitanti che si aggira sui 25 anni e mezzo, in un paese in cui la poligamia è consentita è anche un problema di una potenziale vastità che spaventa.


I dati insomma, sono contrastanti e non sempre positivi. Ma, come ben sappiamo, ogni tendenza può essere invertita se a governarla vi è una classe dirigente capace e illuminata. Ma, come ricorda sempre Hlongwane: “l’Anc è ricorso ai proclami populisti per mantenere voti e potere” e invece di preoccuparsi dei crescenti squilibri etnici “è diventato progressivamente un partito a base razziale, i suoi iscritti preferiscono gli abiti di Gucci e il sushi alle uniformi militari e alla lotta”. Questo sentimento è forte soprattutto nella maggioranza nera e povera che ha assistito sì al cambio di regime ma ben poco ha visto in termini di giustizia sociale, mentre criminalità e violenza sono progressivamente aumentate tanto da non sembrare più fenomeni contenuti e limitati nelle zone degli slum che, del resto, finiscono sempre più spesso per confinare con alberghi di lusso dove trovano ospitalità i principali esponenti della nuova élite nera. Le figure politiche di spicco di questa piccola cerchia di fortunati non possono dirsi estranei a scandali e veri e propri reati, a partire dal presidente Jacob Zuma, leader dell’Anc la cui nuova residenza privata a Nkandla è costata 21 milioni di dollari ai sudafricani, per passare al suo vice e (supposto) futuro successore Cyril Ramaphosa; partito come sindacalista e compagno di lotta di Mandela oggi Ramaphosa è un uomo d’affari molto potente e molto indagato. Neppure le giovani generazioni fanno ben sperare se Julius Malema, leader della Lega giovanile dell’Anc, a trent’anni suonati è riuscito a farsi cacciare dal partito per motivazioni che variano a seconda della persona con cui parli: debiti e evasione fiscale per i detrattori, attacchi all’establishment di Zuma per i sostenitori. Di sicuro non una bella figura per il partito al potere. 

La mitizzazione di cui è stato oggetto Mandela ha reso difficile separare l’uomo dal movimento, così come scrive Gary Younge, The Guardian, ma soprattutto, da un’ottica esterna al paese africano, ha reso difficile scindere l’uomo dal paese. I fischi risuonati nel Soccer City Stadium di Johannesburg alla commemorazione per la morte di Madiba e poi di nuovo alla cerimonia funebre nei pressi di Qunu, il villaggio che diede i natali all’ex presidente del Sudafrica, hanno mandato un messaggio ben preciso alla classe dirigente della nazione arcobaleno: chi ci rappresentava degnamente non c’è più ed oggi al suo posto siede qualcuno che non riconosciamo. L’ideale unione che si era creata fra un popolo ed il suo presidente si è dunque spezzata e quei fischi ne rappresentano la peggiore delle colonne sonore. Ma, come abbiamo evidenziato poco sopra, una parte di questo stesso popolo considera l’attuale democrazia con cui è cresciuta come un fattore naturale e si guarda attorno alla disperata ricerca non tanto di un novello Mandela (che, forse, contro il suo volere e per sua sfortuna non riuscì mai a staccarsi di dosso l’immagine del guerriero politico non violento per poter infine indossare i panni del presidente di una moderna democrazia) quanto di una guida “normale” per un paese con problemi “eccezionalmente normali”.

Il Sudafrica è un paese giovane, vigoroso ed esuberante, in cui gli squilibri sono frutto della stessa linfa, della stessa forza che lo sostengono e che ne fanno uno dei potenziali giganti del futuro. Ma, così come vent’anni fa uscì da una situazione di anormalità (un regime criminale e pateticamente fuori dal tempo) grazie all’ampiezza dell’appoggio che investì un uomo solo, oggi deve raccogliere le sue forze per affrontare nuove sfide, molto diverse da quelle che resero Mandela un uomo eccezionale che non volle essere santo.

Marco Colombo
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